Addio, Umberto!
Ho saputo che se n’è andato #UmbertoPizzi e ho pensato subito alle nostre chiacchierate, quelle che nascevano prima o dopo un suo scatto: lui abbassava la macchina, io restavo lì, e in quei pochi minuti riuscivamo a parlare di tutto. Ho tante sue foto, e adesso le guardo sapendo cosa c’era un attimo prima e cosa è venuto un attimo dopo. Lui che aveva passato la vita davanti ai portoni dei palazzi romani, la macchina al collo e lo scooter parcheggiato storto, ad aspettare che uscissero il ministro, la contessa, il cardinale con la fascia di traverso. Lui che conosceva Roma di notte meglio di chiunque: i buffet saccheggiati, le risate troppo alte, il trucco che cola verso l’alba. Da giovane aveva fotografato la guerra in Medio Oriente per la Fao, e forse gli veniva da lì il non stupirsi più di niente.
Con me parlava anche di Dio. Non credeva. Eppure, ci tornava sempre. Mi chiedeva di Lui come si chiede di qualcuno di cui tutti parlano alle feste senza averlo mai visto entrare.
E parlavamo di Papa Francesco, che invece amava senza riserve. Gli piaceva quel papa che rideva, che telefonava alla gente, che si portava da solo la borsa. Credo che in lui vedesse uno capace di capire le sue fotografie meglio di tanti che ci finivano dentro.
Soprattutto parlavamo del grottesco. Umberto guardava la vita di sbieco: il rossetto sui denti, la cravatta allentata, la mano che afferra l’ultima tartina. Il suo Cafonal era un Qoèlet con il flash, vanità delle vanità, e la vanità che ride di sé stessa fino alle tre del mattino. Nei suoi scatti io trovavo una pietà beffarda, quasi tenera, per chi si mette in posa.
Io resto sulla soglia con le mie domande e senza le sue risposte sbagliate, che erano spesso le più vere. Mi piace pensare che da qualche parte si apra un portone e che, per una volta, sia qualcun altro ad aspettare lui per uno scatto dei suoi. Addio, Umberto!
Addio, Umberto!
Ho saputo che se n’è andato #UmbertoPizzi e ho pensato subito alle nostre chiacchierate, quelle che nascevano prima o dopo un suo scatto: lui abbassava la macchina, io restavo lì, e in quei pochi minuti riuscivamo a parlare di tutto. Ho tante sue foto, e adesso le guardo sapendo cosa c’era un attimo prima e cosa è venuto un attimo dopo. Lui che aveva passato la vita davanti ai portoni dei palazzi romani, la macchina al collo e lo scooter parcheggiato storto, ad aspettare che uscissero il ministro, la contessa, il cardinale con la fascia di traverso. Lui che conosceva Roma di notte meglio di chiunque: i buffet saccheggiati, le risate troppo alte, il trucco che cola verso l’alba. Da giovane aveva fotografato la guerra in Medio Oriente per la Fao, e forse gli veniva da lì il non stupirsi più di niente.
Con me parlava anche di Dio. Non credeva. Eppure, ci tornava sempre. Mi chiedeva di Lui come si chiede di qualcuno di cui tutti parlano alle feste senza averlo mai visto entrare.
E parlavamo di Papa Francesco, che invece amava senza riserve. Gli piaceva quel papa che rideva, che telefonava alla gente, che si portava da solo la borsa. Credo che in lui vedesse uno capace di capire le sue fotografie meglio di tanti che ci finivano dentro.
Soprattutto parlavamo del grottesco. Umberto guardava la vita di sbieco: il rossetto sui denti, la cravatta allentata, la mano che afferra l’ultima tartina. Il suo Cafonal era un Qoèlet con il flash, vanità delle vanità, e la vanità che ride di sé stessa fino alle tre del mattino. Nei suoi scatti io trovavo una pietà beffarda, quasi tenera, per chi si mette in posa.
Io resto sulla soglia con le mie domande e senza le sue risposte sbagliate, che erano spesso le più vere. Mi piace pensare che da qualche parte si apra un portone e che, per una volta, sia qualcun altro ad aspettare lui per uno scatto dei suoi. Addio, Umberto!
🔵 Leone XIV è a Lourdes, tra i malati. In Francia migliaia di adulti chiedono il battesimo e bussano alla porta della Chiesa. Domani a Metz, terra di frontiera, parlerà di pace e radici europee. Che cosa dice questo viaggio all'Europa? Ascolta il punto di p. @antoniospadaro
Il viaggio di #PapaLeone XIV in #Francia 🇫🇷 e le elezioni.
Il nodo è la trasformazione del cristianesimo in un marcatore identitario. Il viaggio colloca le questioni di #nazionalismo, migrazione, identità e unità europea dentro una visione cattolica ampia. Il mio editoriale su Avvenire di oggi. Online qui: https://t.co/X7d1H3deGu
Mentre il Papa è arrivato in #Francia, dove sperimenterà le tensioni dell’Europa, e mentre si discute tanto di quel che è accaduto all’#ONU, su L’Osservatore Romano @ossromano racconto come Papa Leone abbia familiarità con le Nazioni Unite da quando era Priore Generale degli Agostiniani. https://t.co/vyPfKJf6RV
Il Capitolo generale che lo elesse, nel settembre 2001, decise di associare l’Ordine all’ONU attraverso una propria organizzazione non governativa. Pochi mesi dopo, nel 2002, un frate messicano, padre Jesús Guzmán, fu mandato a New York come rappresentante a tempo pieno. Prevost ne fece subito una questione di governo e la spiegò ai confratelli con un’immagine presa dalla storia agostiniana: un tempo i frati predicavano alla corte di Filippo II, oggi l’Ordine ha una presenza nel Palazzo di Vetro.
In quegli anni citava una domanda che oggi suona come una chiave del pontificato: «Facciamo spesso critiche politiche, ma siamo disposti a lasciarci coinvolgere nella loro formulazione?». Tra la denuncia e il tavolo dove le decisioni prendono forma, Prevost scelse il tavolo.
Il frate che si chiedeva se i suoi confratelli capissero perché stare all’ONU si trova ora a chiedere agli Stati se ricordano perché l’hanno fondata. A gennaio, davanti al Corpo diplomatico, ha chiesto Nazioni Unite che rispecchino il mondo di oggi e non quello del dopoguerra, e ha descritto il multilateralismo come un foro, sul modello della piazza medievale. È la stessa parola che aveva usato a Iquitos, nell’Amazzonia peruviana, nel 2002.
Mentre il Papa è arrivato in #Francia, dove sperimenterà le tensioni dell’Europa, e mentre si discute tanto di quel che è accaduto all’#ONU, su L’Osservatore Romano @ossromano racconto come Papa Leone abbia familiarità con le Nazioni Unite da quando era Priore Generale degli Agostiniani. https://t.co/vyPfKJf6RV
Il Capitolo generale che lo elesse, nel settembre 2001, decise di associare l’Ordine all’ONU attraverso una propria organizzazione non governativa. Pochi mesi dopo, nel 2002, un frate messicano, padre Jesús Guzmán, fu mandato a New York come rappresentante a tempo pieno. Prevost ne fece subito una questione di governo e la spiegò ai confratelli con un’immagine presa dalla storia agostiniana: un tempo i frati predicavano alla corte di Filippo II, oggi l’Ordine ha una presenza nel Palazzo di Vetro.
In quegli anni citava una domanda che oggi suona come una chiave del pontificato: «Facciamo spesso critiche politiche, ma siamo disposti a lasciarci coinvolgere nella loro formulazione?». Tra la denuncia e il tavolo dove le decisioni prendono forma, Prevost scelse il tavolo.
Il frate che si chiedeva se i suoi confratelli capissero perché stare all’ONU si trova ora a chiedere agli Stati se ricordano perché l’hanno fondata. A gennaio, davanti al Corpo diplomatico, ha chiesto Nazioni Unite che rispecchino il mondo di oggi e non quello del dopoguerra, e ha descritto il multilateralismo come un foro, sul modello della piazza medievale. È la stessa parola che aveva usato a Iquitos, nell’Amazzonia peruviana, nel 2002.
Il Papa che conosceva già il Palazzo di Vetro
Il rapporto di Prevost con l’Onu risale agli anni in cui era priore generale degli agostiniani
di Antonio Spadaro @antoniospadaro
https://t.co/M3Jel6240b
In his latest #Waypoint, @antoniospadaro pushes back on reading #PopeLeo's #France trip as electoral. He argues that Leo speaks to conscience, not politics, telling French Catholics tempted by nationalism that roots are good but walls aren't and that a #Christianity without Christ is just a bell tower without a bell.
Read more: https://t.co/GG9kYSo8Zz
Reggio non ha un panorama, e Messina nemmeno. https://t.co/uD3Erwkv7Q
Chi si affaccia sullo Stretto farebbe bene a dimenticare la parola: davanti non ha una cartolina. Tra Reggio Calabria e Messina il paesaggio non si lascia fissare in una veduta: si avvista, e si ascolta.
Mie riflessioni alla Biennale dello Stretto @500x100 ora su @artribune Artribune
“Intelligenza Artificiale #IA come sfida spirituale. Il suo impatto sull’educazione”.
Volo a Bogotà per la prima relazione al 22° Congresso Nazionale di Educazione Cattolica, organizzato da @ConacedNacional (Confederación Nacional Católica de Educación de Colombia).
Addio, p. Felice Scalia! Piccolo grande uomo e gesuita 🙏
Padre Felice Scalia, gesuita dal 1947, si è spento a Messina a pochi mesi dai novantaquattro anni. L’ho conosciuto sin da quando varcai le porte dell’Istituto “Ignatianum” per frequentare lì le scuole medie.
Ho compreso l’uomo affabile e poi, crescendo, ho scoperto l’uomo libero. Ha attraversato quasi un secolo senza lasciarsi “addomesticare”, e il nucleo della sua persona stava in una libertà nata dal Vangelo: il titolo di un suo libro del 2010, “Il Cristo degli uomini liberi”, era un autoritratto.
Professore e scrittore, non ha mai separato la cattedra dalla strada. La sua teologia era «scomoda» per scelta, come recita un altro suo titolo. Il suo sguardo era rigoroso, acuto come la sua intelligenza fine, raffinata, ma mai elitaria. E il pensiero per lui era sempre a servizio di chi era ai margini.
A Messina è stato coscienza critica e compagno di cammino di molti, che fossero credenti e non credenti. Del resto, la sua spiritualità trovava Dio in tutte le cose e in tutte le persone. Animatore della comunità «Nuovi Orizzonti», ha visto nascere, intorno a quell’esperienza, un impegno civile e amministrativo che ha segnato la città. È stato membro del Consiglio presbiterale dell’arcidiocesi e, al contempo, uomo di cortei: ad esempio, nel 2022 scese in piazza con la Marcia dei nuovi Desaparecidos. Nei mutamenti della società non vedeva soltanto una frattura, ma anche un’occasione di rinnovamento.
Alla Chiesa ha chiesto relazioni nuove, una comunità «a più voci», e ha ricordato la tenerezza di Dio, con la sua capacità di declinare il sogno non come utopia, ma come responsabilità.
Alla città ha insegnato che si può stare dentro un’istituzione senza chiudersi nei suoi palazzi. Ci lascia una fedeltà inquieta, che è la sua eredità più viva.
Addio, p. Felice Scalia! Piccolo grande uomo e gesuita 🙏
Padre Felice Scalia, gesuita dal 1947, si è spento a Messina a pochi mesi dai novantaquattro anni. L’ho conosciuto sin da quando varcai le porte dell’Istituto “Ignatianum” per frequentare lì le scuole medie.
Ho compreso l’uomo affabile e poi, crescendo, ho scoperto l’uomo libero. Ha attraversato quasi un secolo senza lasciarsi “addomesticare”, e il nucleo della sua persona stava in una libertà nata dal Vangelo: il titolo di un suo libro del 2010, “Il Cristo degli uomini liberi”, era un autoritratto.
Professore e scrittore, non ha mai separato la cattedra dalla strada. La sua teologia era «scomoda» per scelta, come recita un altro suo titolo. Il suo sguardo era rigoroso, acuto come la sua intelligenza fine, raffinata, ma mai elitaria. E il pensiero per lui era sempre a servizio di chi era ai margini.
A Messina è stato coscienza critica e compagno di cammino di molti, che fossero credenti e non credenti. Del resto, la sua spiritualità trovava Dio in tutte le cose e in tutte le persone. Animatore della comunità «Nuovi Orizzonti», ha visto nascere, intorno a quell’esperienza, un impegno civile e amministrativo che ha segnato la città. È stato membro del Consiglio presbiterale dell’arcidiocesi e, al contempo, uomo di cortei: ad esempio, nel 2022 scese in piazza con la Marcia dei nuovi Desaparecidos. Nei mutamenti della società non vedeva soltanto una frattura, ma anche un’occasione di rinnovamento.
Alla Chiesa ha chiesto relazioni nuove, una comunità «a più voci», e ha ricordato la tenerezza di Dio, con la sua capacità di declinare il sogno non come utopia, ma come responsabilità.
Alla città ha insegnato che si può stare dentro un’istituzione senza chiudersi nei suoi palazzi. Ci lascia una fedeltà inquieta, che è la sua eredità più viva.
The significance of Pope Leo’s visit to #France and the pressing issues facing the Catholic Church and French society. My take in Global Catholic.
https://t.co/l1AJf27QT9
In his latest #VaticanDiary, @antoniospadaro previews #PopeLeo's trip to #France, themed "that the world may have life" just as the country legalizes assisted dying. Spadaro's read: Leo answers not by arguing the law, but by choosing proximity—sitting with the sick in Lourdes, meeting abuse victims, welcoming the thousands of adults now seeking baptism.
Read more: https://t.co/MQe3sCasDy
J. D. Vance seems not to understand that, for Christians, the expectation of the end only deepens our obligations to the vulnerable.
@AntonioSpadaro on Vance's false serenity:
https://t.co/M7FrX7PPJb
#Fiducia. Fidarsi vuol dire affidarsi senza sapere fino in fondo a chi e in che modo. Anche quando conosciamo bene l'altro, il suo domani non ci appartiene: in ogni affidamento c'è una dimensione di vuoto, e chi si affida accetta di buttarcisi dentro. https://t.co/sPwS2Rr89m
Oggi cerchiamo di riempire quel vuoto con garanzie e controlli. Eppure, dove ogni rischio viene eliminato resta soltanto un contratto.
In un mondo spaccato come il nostro, la fiducia ha anche un volto pubblico. Significa sapere che l'armonia è l'unico modo in cui è possibile stare insieme: voci che restano diverse e accettano di accordarsi.
Avere fiducia significa avere la pazienza di ricomporre i pezzi di un puzzle che sembra incomponibile. Sembra, appunto. Si procede tessera dopo tessera, senza vedere ancora l'immagine intera. È una disciplina che si ricomincia ogni giorno.
Ora accessibile il video di una breve intervista a Taobuk.
La parabola è sullo sguardo, e su quel meccanismo per cui la felicità dell'altro diventa la mia ferita. Il mio commento al Vangelo di oggi sul Fatto Quotidiano.