Si sente ripetere a tutta forza in questi giorni che, in fondo, Israele ha ragione ad attaccare l'Iran, poiché quest'ultimo è un "regime" e, in quanto tale, merita di essere abbattuto. Questo teorema è sulla bocca di tutti i benpensanti liberal, ossia di tutti coloro i quali sposano, per convenienza o perché indottrinati, la visione del mondo di completamento dell'ordine dominante della globalizzazione sotto l'egida di USraele. Occorre però domandarsi chi distribuisca davvero i titoli e le patenti di "regime" ai governi realmente esistenti. Propongo, allora, a mo' di ipotesi di lavoro la seguente definizione: viene detto "regime" ogni governo che, per una via o per l'altra, non si pieghi all'imperialismo dell'Occidente, anzi dell'uccidente. Dunque sono per definizione regimi la Cina e la Russia, il Venezuela e l'Iran, insomma tutti gli oppositori della civiltà a stelle e strisce. Ugualmente contestabile mi pare, invero, la narrazione manicomiale secondo cui basta essere classificati come regime per poter essere poi aggrediti legittimamente, come ora sta appunto avvenendo in relazione all'Iran. Oltretutto questa narrazione demenziale presuppone, come sempre, che l'uccidente sia la parte buona e democratica, titolata a rieducare il mondo con le buone o - sempre più spesso - con le cattive. Insomma, le bombe e i missili diventano democratici e pacifici se lanciati sulla popolazione dei governi a cui l'uccidente abbia assegnato la patente di regimi prima di aggredirli? Credo che tutti noi possiamo convenire senza difficoltà almeno su questo: il fatto che negli Stati Uniti d'America ci sia la pena di morte o che in Europa le banche possano portar via le case ai cittadini è di per sé orrendo, ma non può certo giustificare l'aggressione armata degli Stati Uniti o dell'Europa da parte di potenze straniere. Lo stesso si può e si deve dire in relazione all'Iran: il fatto che l'Iran abbia delle interne contraddizioni, che non vogliamo assolutamente negare, non può giustificare in alcun modo l'aggressione dell'Iran da parte di Israele; Israele che, oltretutto, quanto a contraddizioni interne non ha lezioni da dare a nessuno, considerato anche solo il trattamento disumano e genocidario a cui sta sottoponendo la popolazione inerme di Gaza. Dovrebbe essere chiaro anche a un bambino che dietro agli attacchi democratici ai cosiddetti regimi si nasconde sempre lo sciagurato imperialismo dell'occidente, che a questo punto potrebbe essere esso stesso definito un regime neo-liberale a base imperialistica.
Si sta discutendo da giorni in maniera estenuante e francamente vacuo sullo scontro di pugilato olimpico fra l'italiana Angela Carini e Imane Khelif. Dopo appena 45 secondi di scontro, l'italiana si è ritirata. E si è levato un coro di indignazione per il fatto che - così si è detto - è inaccettabile che un transgender possa competere nel pugilato con una donna. Se così fosse, l'indignazione sarebbe del tutto legittima e saremmo i primi a indignarci. Ma così non è. Imane Khelif risulta nata donna e risulta altresì che si riconosca nel proprio genere. Ripeto, siamo al cospetto di una persona nata di sesso femminile che si riconosce pienamente nel proprio genere. Dunque tecnicamente, e al di là del vitreo teatro delle ideologie, quello a cui abbiamo assistito è uno scontro tra una donna e un'altra donna. Tutto il resto sembra chiacchiera senza fondamento. Si potrà dire che il testosterone era assai alto e tutto quel che si vuole, ma tecnicamente, ripeto, l'atleta vincente era donna. E lo dico rimanendo fermo sulle mie usuali posizioni, secondo cui i sessi secondo natura sono due, maschile e femminile: come notava Aristotele nel "De generatione animalium", si dice maschio l'animale che genera nell'altro e femmina quello che genera in se stesso. Mi pare del tutto surreale che ora la destra, usualmente propensa a difendere la natura, rivendichi nuove categorie sessuali per inquadrare la Khelif come non donna. Come del resto mi pare egualmente surreale che ora la sinistra, usualmente propensa a negare la categoria di natura, la evochi per sottolineare che la Khelif è donna. Siamo ovviamente molto dispiaciuti per la sconfitta dell'italiana, ma siamo altresì sempre in prima linea nel difendere il logos contro le ideologie e le posizioni irrazionali. Ci risulta del resto che in gare precedenti la Khelif sia stata battuta da altre donne. Coloro i quali vanno sostenendo che la Khelif non è donna né uomo ma di un altro genere non fanno altro che accettare, forse inconsapevolmente, la dottrina genderistica, di fatto ammettendo che i generi siano più di due. E lo stesso si può dire per quelli che si ostinano a dire che la Khelif non è donna a prescindere dal fatto che sia nata donna. Non vi accorgete forse che se si scardina il presupposto per cui o si è maschi o si è femmine si spalancano in ogni caso le porte alla dottrina genderistica? Ci è estranea la cultura del gender, secondo cui i generi sarebbero molteplici e non due. E ci è altresì estranea la cultura del piagnisteo e del vittimismo, propria di un tempo in cui il solo eroe ammesso coincide con la vittima, reale o presunta.
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