Le classifiche valgono fino ad un certo punto, ma fa sempre molto piacere, e anche una bella sensazione, quando all'estero ti citano tra i primi 100 "#DigitalMarketing Influencer" al mondo, in questa classifica di @browser_media secondo Buzzsumo.
Grazie!
https://t.co/RUQA94ssnv
Come immagino, starete seguendo le vicende che riguardano la startup Operation Bluebird e la possibilità di riesumare Twitter.
Se ne parla da dicembre 2025, ma tutto è ripartito nei giorni scorsi con il lancio dello scorso 26 agosto.
Ebbene, un giudice ha stabilito che il nome Twitter non potrà essere usato, in quanto X da ottobre 2022 usa il nome come definizione anche negli app store; X (precedentemente Twitter).
Il giudice ha qui di accolto la tesi della società di Musk.
Ma invece la startup potrà usare "tweet" e il vecchio logo con Larry bird, il celebre uccellino che Musk voleva mandare via.
A fronte di questa decisione la startup ha subito cambiato il nome in Tweet App al link https://t.co/F38qOL2i7J.
Ad oggi sono 172 mila gli utenti che si sono registrati sulla piattaforma con la promessa di rilanciare la piattaforma di proprietà degli utenti e non si una sola persona.
Vicenda ancora tutta da seguire.
E voi vi siete registrati?
In questo momento, anche in Italia, un dows sui sistemi di Cloudflare provoca a cascata problemi anche su ChatGPT, Claude, Gemini.
Se state riscontrando problemi di utilizzo dei modelli di IA, la causa potrebbe essere questa.
Come sapete, da ieri John Ternus è il nuovo CEO di Apple, subentrato a Tim Cook dopo 15 anni. Termus non aveva mai avuto una presenza social consolidata e suo primo post è stato proprio su X, un semplice "hello" (omaggio al primissimo messaggio del Mac del 1984?) che ha totalizzato, fino ad ora, oltre 71 milioni di views.
Il dato interessante, che in tanti mettono in evidenza, è l'aver totalizzato, in meno di 24 ora, oltre 800 mila followers. Certo, facile per il nuovo CEO del colosso di Cupertino. Ad attirare l'attenzione, forse, non è tanto il numero dei follower, quanto il fatto che X sia ancora attraente per figure eminenti come Ternus.
Nelle scorse settimane si è riaffacciato su X anche il CEO di Meta, Mark Zuckerberg. Alla fine di luglio è sbarcato anche il CEO di Nvidia, Jensen Huang, con un post dedicato a una lettera aperta firmata insieme a Nvidia e altre venti aziende, tra cui Meta e Microsoft, a difesa dei modelli AI open-weight.
A questi si aggiunge il caso di Bernard Arnault, il patron di LVMH, che sempre a fine luglio su X ha risposto a un'inchiesta in sei puntate di Le Monde sul suo impero.
Quello di Ternus non è un caso isolato o raro. In passato, quando la piattaforma si chiamava Twitter, di esempi come questi ce ne sono stati diversi.
Ricordo l'attore Ashton Kutcher, che nel 2009 divenne il primo utente Twitter a superare il milione di follower. Due anni più tardi Charlie Sheen stabilì il record Guinness come persona più veloce a raggiungere un milione di follower: ci riuscì in 25 ore e 17 minuti.
E poi anche il debutto di Rafa Nadal fu molto seguito, sempre nel 2011, facendo segnare oltre 150 mila follower in 24 ore.
Anche se la regina in assoluto è stata Katy Perry, non tanto per la velocità. La cantautrice californiana nel 2017, quasi dieci anni fa, divenne la prima persona a raggiungere 100 milioni di follower su Twitter, dopo essersi iscritta nel 2009.
Da notare che, a differenza dei personaggi che ho citato fin qui, Ternus non è un artista o uno sportivo. E quindi questo suo risultato, nel contesto attuale della piattaforma, assume una certa rilevanza.
Meta ha fermato il processo di Oakland a metà della seconda settimana, un giorno dopo la testimonianza del responsabile di Instagram e prima che Mark Zuckerberg salisse sul banco dei testimoni.
Questo perché ha concordato di pagare fino a 17 miliardi di dollari e accettando una serie di limiti per gli utenti minorenni.
Ma nel documento depositato in tribunale ha negato le accuse e ha negato di avere alcuna responsabilità: nessuna ammissione, nessuna sentenza, nessun accertamento dei fatti.
Ne ho scritto su @in_oltre , andando a leggere il testo dell'accordo oltre i comunicati. Perché dalla lettura le cose stanno in maniera diversa.
Il limite giornaliero di due ore per gli under 18, per esempio, non considera il tempo speso a messaggiare, quello passato nelle impostazioni e quello dedicato ai contenuti lunghi, definiti come video o audio di almeno ventidue minuti.
Il feed non personalizzato resta un'opzione da attivare, e lo stesso vale per la disattivazione della riproduzione automatica.
Sappiamo già come è andata con una funzione opzionale: il "Take a Break" del 2021 aveva un'adozione ferma all'1,8 per cento.
C'è poi la durata. Il limite di due ore e il blocco notturno valgono cinque anni, non dieci, e diventano più stringenti solo se i concorrenti si allineano. Allo stesso modo il 30 per cento del pagamento viene rilasciato soltanto se anche loro adottano le stesse regole: nel comunicato Meta ne nomina due, ma nel testo dell'accordo sono tre, perché c'è anche Snap.
E poi, l'accordo stabilisce di non valere come precedente in nessuno Stato non aderente né in alcuna giurisdizione internazionale.
Qui l'articolo completo:
Il libro forse oggi non serve più, in quanto l'archivio ormai è pubblico e si alimenta automaticamente da solo.
Ma a guardar bene i tempi che stiamo vivendo, il consiglio resta ancora valido: raccoglierle, non rispondere e non lasciarsi coinvolgere. Un gigante come lui manca davvero.
Il processo che si è aperto a Oakland il 18 agosto scorso segna un salto in avanti ulteriore rispetto al caso KGM, non è una replica.
Ad accusare Meta non è più una singola persona, ma quattro procuratori generali, di California, Colorado, Kentucky e New Jersey, scelti come cause pilota da una coalizione di 29 Stati.
E qui la giuria esprimerà solo un verdetto consultivo: sarà poi la giudice Gonzalez Rogers, la stessa che ha già gestito la causa di Elon Musk contro OpenAI, a dover stabilire la responsabilità di Meta.
In ballo, oltre alle sanzioni economiche, ci sono le modifiche strutturali richieste per i minori di 18 anni, l'eliminazione dei contatori dei like, dello scroll infinito, limiti di tempo. Un giudice del New Mexico, del resto, ha già imposto qualcosa di molto simile a Meta, appena due settimane fa.
In sostanza, l'era dei social media, per come li abbiamo sempre conosciuti, è terminata. Da Oakland potrebbe arrivare una ulteriore conferma.
Ne ho scritto per @in_oltre
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Il processo che ieri, 18 agosto, si è aperto a Oakland segna un salto in avanti ulteriore rispetto al caso KGM, non è una replica. E ci sono almeno tre elementi che lo rendono un procedimento di natura completamente diversa.
Siamo davanti al tribunale federale del Northern District of California, con la giudice Yvonne Gonzalez Rogers a presiedere, la stessa che ha già gestito la causa di Elon Musk contro OpenAI e Sam Altman, oltre alla causa di Epic Games contro Apple.
Non una giudice qualunque, quindi, ma una figura che le dinamiche del big tech le conosce molto bene. E ad accusare Meta non è più una singola famiglia, come nel caso KGM di Los Angeles, ma quattro procuratori generali, quelli di California, Colorado, Kentucky e New Jersey, scelti come cause pilota da una coalizione di 29 Stati che aveva avviato l'azione nel 2023. Gli altri venticinque seguiranno più avanti.
E poi, la giuria in questo processo esprimerà solo un verdetto consultivo. Sarà poi la giudice Gonzalez Rogers a dover stabilire la responsabilità di Meta e, in caso di condanna, l'entità delle sanzioni e delle eventuali modifiche imposte al prodotto. Un impianto diverso da quello di KGM, dove la giuria aveva stabilito responsabilità e importi dei danni, lasciando alla giudice Kuhl solo la parola finale sulla cifra.
Sulle cifre in gioco vale la pena essere precisi.
Meta sostiene che gli Stati puntino, in teoria, fino a 1.400 miliardi di dollari di penalità. Gli avvocati dei procuratori generali hanno indicato in un'udienza precedente all'apertura del processo una cifra più realistica, vicina ai 200 miliardi, corrispondente a circa tre anni di utili netti dell'azienda.
Però gli stessi esperti legali consultati dalla stampa statunitense considerano improbabile che si arrivi anche solo vicino ai 1.400 miliardi. Ma il vero terreno di scontro sono le modifiche strutturali richieste per i minori di 18 anni, l'eliminazione dei contatori dei like, dello scroll infinito, l'introduzione di limiti di tempo e controlli più stringenti per impedire l'accesso ai minori di 13.
Il 6 agosto scorso, quindi meno di due settimane fa, un giudice del New Mexico ha già imposto qualcosa di molto simile a Meta, in un caso diverso ma costruito sugli stessi presupposti.
L'azienda è stata condannata a pagare 567 milioni di dollari, che sommati ai 375 milioni della prima fase del processo portano il conto totale a 942 milioni, e soprattutto è stata obbligata a introdurre limiti d'uso mensili per i minorenni, restrizioni alle notifiche notturne e la rimozione dei contatori dei like per i minori di 18 anni.
Il procuratore generale Raúl Torrez l'ha definita la prima volta in assoluto in cui un tribunale ha imposto a un social network di cambiare il proprio design per legge, un giudizio ripreso da diverse testate, e l'ha descritta come una sorta di mappa per gli altri Stati.
Quello che si sta discutendo a Oakland, in altre parole, potrebbe portare lo stesso principio a una scala molto più ampia.
Sul fronte dei testimoni, la giudice ha già inflitto un primo colpo a Meta, respingendo il tentativo dell'azienda di escludere dal processo Arturo Bejar, ex ingegnere dell'azienda diventato uno dei suoi critici più esposti, che aveva già testimoniato contro Meta nel processo del New Mexico. Bejar ha iniziato a testimoniare proprio ieri, raccontando alla giuria che le segnalazioni interne su contenuti dannosi ricevuti dagli utenti minorenni, tra cui bullismo, autolesionismo e violenza, venivano sostituite, nella comunicazione pubblica, con metriche diverse e meno allarmanti.
Zuckerberg, secondo quanto riferito dagli stessi procuratori generali, potrebbe testimoniare, anche se ad oggi la decisione non è stata ancora presa. Il processo, da quello che si sa, dovrebbe durare circa sei settimane.
La vicenda del caso KGM aveva già mostrato quanto le aule di tribunale siano diventate il terreno dove si gioca il futuro del design delle piattaforme. Da oggi, a Oakland, quella partita si estende ancora di più.
E se la giudice Gonzalez Rogers dovesse seguire la strada già tracciata dal New Mexico, imponendo modifiche strutturali su ampia scala, per Meta si aprirebbe uno scenario completamente diverso. Perché a quel punto non sarebbe più soltanto una questione di sanzioni, per quanto enormi, ma di intervenire direttamente sul modo in cui le sue app sono state progettate e hanno funzionato fino ad oggi.
Del resto, l'era dei social media, per come li abbiamo sempre conosciuti e usati, è ormai finita. Oakland potrebbe diventare un'altra, importante conferma.
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Immagine generata con ChatGPT Images 2.0
Quando spulciando i siti complottisti si è fatta una scoperta da Nobel sulla meteorologia del passato ma non lo si può vincere perché prima toccherebbe almeno imparare a scrivere in italiano
Il Consiglio Costituzionale francese ha bocciato oggi il divieto di accesso ai social network per i minori di 15 anni.
La motivazione è che la legge viola in modo improprio, non necessario e sproporzionato la libertà di espressione e di comunicazione dei ragazzi. Non si tratta di una bocciatura tecnica, ma è una bocciatura politica.
La legge, come ricorderete, era stata approvata il 21 luglio con una forte spinta di Emmanuel Macron. Prevedeva un perimetro molto ampio: niente TikTok, niente Snapchat, niente X, niente Instagram per gli under 15. E colpiva anche le funzionalità social di YouTube, le app di messaggistica come WhatsApp e Messenger, alcuni videogiochi online. Sarebbe entrata in vigore il primo settembre per i nuovi account e il primo gennaio 2027 per quelli già esistenti.
Ma i giudici hanno fermato tutto. E lo hanno fatto pur senza negare il problema. Infatti, hanno riconosciuto, e lo hanno scritto, l'esigenza costituzionale di tutela del superiore interesse del minore.
Poi hanno spiegato perché la norma non regge. E cioè che il divieto era così largo da applicarsi anche a servizi per i quali non è stato dimostrato che esistano rischi concreti per la salute e la sicurezza dei minori.
Il Consiglio non dice che proteggere i minori sia sbagliato, dice che uno strumento indiscriminato non è lo strumento giusto per farlo.
In buona sostanza, la protezione dei minori resta un obiettivo legittimo, ma va cercata con strumenti proporzionati e mirati, e non attraverso divieti a maglie larghissime che finiscono per travolgere anche ciò che non è pericoloso.
Macron non ha perso tempo. Appresa la decisione, ha incaricato il premier Sébastien Lecornu di riscrivere la legge, con l'obiettivo di arrivare a una nuova versione entro la primavera del 2027. Il che ci dice due cose: che la partita politica non è chiusa, e che la seconda versione della norma dovrà essere molto più chirurgica se vorrà reggere un altro esame costituzionale.
Va detto anche questo, perché nei primi commenti si è perso di vista. Il Consiglio si è pronunciato solo sull'articolo 1, quello sul divieto social. Non ha toccato il divieto di uso dei telefoni cellulari nelle scuole superiori, previsto dalla stessa legge e in vigore dal primo settembre. Quella parte resta in piedi. Questo dimostra che, quando il perimetro è definito e il contesto è circoscritto, l'intervento del legislatore trova terreno più solido.
Resta quindi da capire come proteggere davvero i minori nello spazio digitale senza limitare in modo sproporzionato la loro libertà? Il divieto totale, e la Francia ce lo dice oggi, non può reggere.
Questo che vedete è il nuovo logo che il capo di Instagram, Adam Mosseri, ha presentato oggi. Si tratta di un cambio che, come spiega Mosseri, aggiunge qualche elemento nuovo mantenendo elementi di fedeltà con il vecchio logo.
Intanto, le critiche segnalano subito che il nuovo logo somiglia molto a "Instagzam" con quella r che somiglia ad una z.
Ma osservando meglio il nuovo wordmark è un taglio netto rispetto a quello originale.
Infatti manca quel tocco personale e riconoscibile che quel font emanava.
Si fa spazio ad un logo nuovo sacrificando quello che era un vero segno distintivo e sicuramente più identitario rispetto a questo nuovo.
Vero, questo cambiamento si muove nel solco di Meta di realizzare una immagine identitaria più omogenea, ma forse si è calcata troppo la mano.
È un mio punto di vista ovviamente. Solo il tempo ci dirà se questo logo sarà capace di far dimenticare quello vecchio.
Se questa fosse stata una piattaforma monitorata e controllata, questo tipo di annunci non avrebbe avuto modo di esistere. Ma X non è una piattaforma normale, è una piattaforma dove tutto è concesso, e mina la sua stessa credibilità ogni giorno.
Come certamente ricorderete, a dicembre 2025 la Commissione UE aveva multato X per 120 milioni di euro. È stata la prima multa in violazione del DSA, Digital Services Act dell'UE.
La multa si basava su 3 specifiche violazioni:
1. Design ingannevole della spunta blu. Quello che un tempo rappresentava un simbolo di veridicità e autenticità di un account, nell'era di Musk è diventato invece simbolo dell'inaffidabilità, esponendo gli utenti a truffe e manipolazioni. Quello che si evince in questo tipo di annunci.
2. Opacità del registro pubblicitario. Il DSA impone alle piattaforme di mantenere un archivio pubblico di tutte le inserzioni pubblicitarie, con dettagli su chi le ha pagate e a quale pubblico erano destinate. Un modo per verificare chi pubblica e cosa pubblica. Gli screenshot mostrano anche in questo caso una netta violazione delle regole.
3. Mancato accesso ai dati pubblici per i ricercatori. X ha elevato “barriere non necessarie” per impedire agli studiosi di accedere ai dati della piattaforma, ostacolando di fatto la ricerca indipendente sulla disinformazione e sulla manipolazione dell’informazione.
A marzo di quest'anno, in relazione alla multa di 3 mesi prima, X si era messa in regola, apportando le modifiche richieste dal DSA.
Ora, a guardare bene, questi esempi di annunci, e ce ne sono tantissimi altri, pare che questo adeguamento alle regole non sia del tutto in linea con ciò che chiede il DSA.
L'aspetto paradossale, per davvero, è che questi annunci parlano di verifica delle fonti...