@FratellidItalia Ma perché non ci difendete anche dalla povertà, dall'inflazione, dagli stipendi bassi, da chi ci impone i dazi, da chi mi ruba la macchina 2 volte negli ultimi 3 anni e però continuare ancora
Violenza della polizia nei confronti di una persona semplicemente perché nera.
È accaduto ieri a Milano, davanti al ristorante Baobab, dove un gruppo di poliziotti è arrivato per effettuare dei controlli.
Un ragazzo, presente con i suoi figli, è stato fermato e invitato a esibire i documenti, che ha regolarmente mostrato. Uno dei poliziotti, probabilmente il responsabile e in borghese, avrebbe poi iniziato a rivolgersi a lui con toni e parole razziste e violente. A quel punto il ragazzo ha chiesto il motivo di quegli insulti e dell’uso di espressioni offensive e discriminatorie.
Subito dopo, il poliziotto avrebbe ordinato ai colleghi di fermarlo. Il ragazzo è stato quindi bloccato e successivamente accusato di resistenza a pubblico ufficiale, davanti ai suoi figli. È stato poi portato in questura e trattenuto per oltre 12 ore.
Nel video, fortunatamente girato da alcune persone presenti dopo l’ordine di arrestarlo senza apparente motivo, si vede invece che il ragazzo si comporta in modo corretto e non mostra alcuna forma di aggressività. Il suo unico gesto è stato chiedere spiegazioni per le parole offensive ricevute. Nonostante ciò, sarebbe stato immobilizzato e accusato di resistenza a pubblico ufficiale.
È davvero possibile ritenere normale un comportamento simile da parte delle forze dell’ordine?
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Saltano teste in Fratelli d'Italia e Forza Italia come tappi di spumante a Capodanno.
Delmastro: via.
Bartolozzi: via.
Santanchè: via.
Gasparri: via.
E noi qui, col cuore pieno di gioia.
Ma sapete qual è il problema? Che ci stiamo abituando troppo bene. Che ogni mattina ci svegliamo, prendiamo il caffè e controlliamo chi è il prossimo a saltare. E ogni mattina il caffè è più buono del giorno prima.
E allora diciamolo: perché fermarci? Perché accontentarci?
Perché in mezzo a questa mattanza meravigliosa, c'è un assente. Un assente grosso.
Uno che di solito lo trovi ovunque. Nei telegiornali, al mercato, al citofono, in spiaggia col mojito, al Papeete a petto nudo, coi rosari, coi gattini, coi selfie col cappuccino, nei comizi, nelle sagre, nelle dirette Facebook dove mangia salumi e insulta i migranti contemporaneamente.
Uno che ha un'opinione su tutto. Sulla guerra, sulla carbonara, sulla Madonna di Medjugorje, sui genitali di una pugile algerina, sull'astrofisica e sulla farina di insetti. Che se domani mattina un meteorite colpisse Giove, lui entro mezz'ora avrebbe una diretta social con la felpa "Io sto con Giove".
E che da quattro giorni è sparito dalla faccia della terra.
Matteo Salvini si è rintanato.
L'uomo più rumoroso della politica italiana, quello che parla anche quando dorme, quello che posta anche quando mangia, quello che se lo chiudi in una stanza vuota dopo dieci minuti ha già trovato un nuovo nemico immaginario, è sparito.
Quello che il giorno del voto aveva piazzato sui social un "SÌ" giallo su sfondo blu grande come un cartellone autostradale, ora è lì, nascosto, acquattato in qualche angolo sperando che la tempesta passi.
Ma noi, Matteo, abbiamo preso gusto.
Delmastro, Bartolozzi, Santanchè, Gasparri.
Bellissimo. Ogni nome una gioia. Ogni dimissione una festa.
Ma la lista è incompleta. Manca un nome. E quel nome è grosso. Ed è il tuo. E lo sai, per questo ti sei nascosto e hai smesso di fare i selfie col cappuccino.
Perché sai che da qualche parte, in qualche corridoio, in qualche chat, il tuo nome gira. Noi qui intanto aspettiamo. Col caffè in mano e il sorriso stampato.
Perché con questo centrodestra ogni mattina è Natale.
E la calza, Matteo, è ancora mezza vuota.
È morto Umberto Bossi. Umanamente me ne dispiace, perché ogni volta che muore una persona c’è una famiglia che rimane senza un proprio caro.
Ma da un punto di vista politico è tutta un’altra cosa.
Vedo tanti versare lacrime di coccodrillo. Gente che fino a ieri lo trattava come un relitto imbarazzante e oggi lo celebra come padre nobile. Risparmiamocelo.
Bossi è quello che ha fondato la politica del razzismo. Non la politica delle proposte, delle idee. La politica dell’odio verso qualcun altro. Per lui i nemici erano i terroni. Quelli che puzzano, quelli da additare, quelli da dare in pasto alle truppe cammellate perché avessero qualcuno da odiare.
Lì è nato tutto. Lì è cominciato a morire tutto.
Berlusconi ha preso quel modello e lo ha elevato a rango superiore, sostituendo il terrone col comunista come nemico assoluto. La Meloni lo ha trasformato in un becero chiacchiericcio permanente dove tutti sono nemici, tutti sono traditori, tutti sono da odiare. La grammatica però è sempre la stessa. L’ha scritta Bossi.
Bossi, quello che urlava “Roma ladrona” e poi convertiva i rimborsi elettorali in diamanti. Quello che parlava dei meridionali come razza inferiore e poi comprava le lauree in Albania per i figli. Quello i cui figli andavano a cena al ristorante e mettevano il conto in nota spese al partito. Il moralizzatore col portafoglio pieno di soldi degli altri.
Quello che voleva dividere l’Italia in due. Quello che col tricolore si voleva pulire il culo. Quello che ha insegnato a una generazione di politici che non servono idee, basta un capro espiatorio.
È morto un uomo. Umanamente ci dispiace. Politicamente è stato colui che ha cominciato a scavare il pozzo in cui stiamo affondando.
La fedele
Nordio la definisce fedele. Non competente, non preparata, non brillante. Fedele. In politica questa parola ha un significato preciso: esegue, non fa domande, quando c’è da coprire copre. Almeno, questo è quello che sostiene la procura di Roma.
Giusi Bartolozzi è il capo di gabinetto del ministero della Giustizia. La poltrona che controlla la macchina, smista le nomine, filtra gli accessi al ministro. Non ci è arrivata per merito.
Ci è arrivata perché è fedele.
La traiettoria spiega il personaggio. Magistrata a Gela e Palermo, nel 2017 il compagno Armao, vicepresidente della Regione Sicilia, la presenta a Berlusconi. Seggio blindato con Forza Italia. Nel 2021 rompe col partito, si avvicina a Fratelli d’Italia, stringe un rapporto solidissimo con Delmastro.
Nordio la piazza prima come vice, poi come capo di gabinetto. Da quel momento un esodo dal ministero: se ne vanno il capo di gabinetto Rizzo, il direttore generale De Lisi, la direttrice dell’Ispettorato Covelli, il capo dipartimento Birritteri. La chiamano la zarina di via Arenula. Chi resta, si adegua.
A settembre 2025 viene indagata per falsa testimonianza sul caso Almasri. Avrebbe mentito ai pm del Tribunale dei ministri su almeno quattro aspetti della vicenda del generale libico ricercato dalla Corte penale internazionale e rilasciato dall’Italia.
Perché questo fanno i fedeli quando il capo è nei guai: si mettono in mezzo.
Sabato su Telecolor Sicilia, incalzata dalla senatrice Cucchi, ha detto quello che non doveva dire. Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione. Se vince il No lei scappa dall’Italia perché ha un’inchiesta in corso. Se vince il Sì i cervelli in fuga torneranno. Conte ha sintetizzato: Meloni ha speso tredici minuti di video per nascondere quello che la Bartolozzi ha ammesso in pochi secondi.
Il capitolo privato non è meno interessante.
Il compagno Armao ha immobili finiti all’asta a Palermo, compensi da consulente regionale in parte pignorati, debiti col fisco, ipoteche di Riscossione Sicilia. La ex moglie nel 2018 ha presentato un esposto al CSM accusando la coppia di aver manovrato per rendere inaggredibili i beni e sottrarsi agli obblighi della separazione. Eppure a gennaio 2026 comprano casa a Fontana di Trevi, un milione e mezzo di euro. A ottobre 2025 arrivano a Capri su una motovedetta della Guardia di Finanza. La procura di Gratteri apre un’indagine.
La reazione di Meloni alle dichiarazioni televisive è stata: tenga a freno la lingua. Non si dimetta, non chiarisca, non risponda delle accuse. Solo stia zitta. Perché il problema per Palazzo Chigi non è quello che Bartolozzi fa. È quello che dice. I fedeli devono essere silenziosi, questo è il patto.
Nordio la protegge perché gli serve. Il sistema la tiene lì perché una persona fedele, con un compagno pieno di debiti e un’indagine pendente, è la persona più controllabile che esista. Non se ne andrà mai. Non alzerà mai la voce. Non dirà mai di no.
Nella politica italiana del 2026, fedele non è una virtù. È una catena.
L’ultima puntata di Otto e mezzo ha sollevato una questione che va ben oltre la semplice cronaca politica, toccando le corde profonde di cosa significhi oggi fare informazione in TV.
Al di là dell’orientamento politico di ciascuno, il confronto tra la coppia Gruber-Giannini e Matteo Salvini ha messo in luce un abisso metodologico rispetto ai modelli a cui siamo spesso abituati, costringendoci a riflettere sulla differenza tra ospitalità e giornalismo.
Mentre lo stile storico di Bruno Vespa si è sempre distinto per una mediazione quasi istituzionale — un approccio cerimoniale che spesso finisce per accogliere l'ospite senza mai scalfirne la superficie — e quello di Enrico Mentana punta tutto sulla velocità e sulla sintesi del racconto, ieri abbiamo assistito a qualcosa di diverso.
Abbiamo visto il ritorno del contraddittorio puro, quel giornalismo "cane da guardia" che non si accontenta dello slogan ma esige il dato, che non accetta la risposta evasiva e che mette il leader di turno di fronte alle proprie contraddizioni in tempo reale.
In questo contesto, la performance di Salvini è risultata a tratti imbarazzante proprio perché si è scontrata con un muro di precisione tecnica.
Quando un politico abituato alla comunicazione diretta dei social o ai salotti televisivi più "morbidi" incontra un’incalzatura costante, la narrazione pre-confezionata si incrina.
La difficoltà del Ministro non è stata una questione di carisma, ma la naturale conseguenza di un’intervista dove il "sentito dire" doveva cedere il passo ai numeri e alle responsabilità.
È la distinzione netta tra un’intervista messa al servizio del politico e una messa al servizio del cittadino.
Se in altri programmi l'ospite detta l'agenda e il ritmo, ieri l'agenda è rimasta saldamente nelle mani dei fatti richiamati dai conduttori.
Possiamo discutere sulla spigolosità di certi approcci, ma resta un punto fermo: il giornalismo, per essere davvero utile, deve avere il coraggio di essere scomodo.
Altrimenti, smette di essere informazione e diventa semplice comunicazione istituzionale.
È arrivata la risposta del Presidente della Colombia Gustavo Petro alle minacce di invasione Usa e alle accuse deliranti di essere un “narcotrafficante” da parte di Donald Trump e del suo governo.
Ed è una risposta di enorme forza politica e MONUMENTALE DIGNITÀ che tutto il mondo dovrebbe leggere.
Specie certi scendiletto e “cheerleader” di casa nostra.
“Smetta di calunniarmi, signor Trump. Non è così che si minaccia un presidente latinoamericano salito al potere attraverso la lotta armata e, in seguito, grazie alla lotta per la pace del popolo colombiano.
Mi accusate falsamente di essere un narcotrafficante e di possedere fabbriche di cocaina. Ma io non possiedo un'auto, né proprietà all'estero; continuo a pagare il mutuo con il mio stipendio.
È ingiusto, e io combatto contro l’ingiustizia.
(…) Il Presidente della Colombia è il comandante supremo delle forze militari e di polizia colombiane per ordine costituzionale, una Costituzione di 34 anni fa che il mio movimento ha elaborato dopo aver deposto le armi durante l'insurrezione.
(…) Nel rispetto del pluralismo e della diversità, abbiamo forgiato un patto: la nuova Costituzione della Colombia, che mirava a costruire uno Stato sociale governato dallo Stato di diritto, cercando di garantire i diritti fondamentali e universali del popolo.
Ebbene, in qualità di Comandante Supremo delle Forze Armate, e sempre sotto la protezione della Costituzione, ho ordinato il più grande sequestro di cocaina nella storia del mondo. Ho avviato un importante programma di sostituzione volontaria delle colture da parte dei coltivatori di co*a. Il processo ha interessato 30.000 ettari di co*a ed è la mia massima priorità come politica pubblica.
Tutto il popolo venezuelano, colombiano e latinoamericano deve scendere in piazza.
(…) Se bombardano i contadini, migliaia di guerriglieri si solleveranno sulle montagne.
E se arrestassero il presidente che gran parte del mio popolo ama e rispetta, scatenerebbero la rabbia del popolo.
Da questo momento in poi, ogni soldato in Colombia ha ricevuto un ordine: qualsiasi comandante delle forze armate che preferisca la bandiera statunitense a quella colombiana verrà immediatamente rimosso dall'istituzione per ordine della truppa e mio.
La Costituzione impone alle forze armate di difendere la sovranità popolare.
Sebbene non sia mai stato un soldato, conosco la guerra e le operazioni clandestine. Ho giurato di non toccare mai più un'arma dopo l'accordo di pace del 1989, ma per il bene del mio Paese riprenderò le armi, armi che non voglio.
Non sono un figlio illegittimo, né un trafficante di droga.
Ho una fiducia enorme nel mio popolo, ed è per questo che gli ho chiesto di difendere il Presidente da qualsiasi atto di violenza illegittimo.
Mi fido del popolo e della storia della Colombia, che il signor Rubio non ha letto. Mi fido del soldato che sa di essere figlio di Bolívar e della sua bandiera tricolore.
Quindi sappia che ha di fronte un comandante del popolo. Libera la Colombia per sempre.
Invece di andare a catturare un presidente latinoamericano con riserve petrolifere limitate, perché avete bloccato l'approvvigionamento di petrolio, condannato la gente alla fame e innescato l'esodo che ha raggiunto il vostro Paese, vi avrei accompagnato a catturare Netanyahu, il leader genocida”.
Un Gigante.
(Tosa)
L’Italia si sta spegnendo
L’Italia si sta spegnendo. Non serve un economista per accorgersene. Basta entrare in un supermercato.
I dati 2022-2023 ci dicono che il volume delle vendite nella grande distribuzione è crollato tra il 4 e il 6 per cento. I discount, che dovrebbero essere l’ultimo rifugio delle famiglie in difficoltà, segnano un meno 7 per cento. La carne fresca scende del 10 per cento, il pesce del 12, la frutta e la verdura oscillano tra il meno 8 e il meno 14 per cento. L’ortofrutta registra il calo più violento degli ultimi vent’anni. Anche i prodotti considerati intoccabili cedono: pasta meno 3 per cento, latte meno 5, beni per l’infanzia meno 8.
Questi numeri hanno nomi e volti. Sono la madre che sceglie la carne più economica e la pesa due volte prima di metterla nel carrello. Sono il padre che rinuncia al pesce fresco perché costa troppo. Sono i bambini che non vedono più frutta a tavola tutti i giorni. Non è austerità. È povertà che avanza, casa per casa, carrello per carrello. È un Paese che non compra più perché non può più comprare.
Nel frattempo la vita si fa più cara. Gli affitti crescono fino al 25 per cento in due anni. Le bollette hanno accumulato aumenti del 40 per cento. La benzina resta su livelli improponibili per chi prende 1.400 o 1.600 euro netti al mese, che sono la condizione reale della metà dei lavoratori italiani. Sopra i 3.000 netti ci arriva meno del 10 per cento della popolazione. Sopra i 5.000 una micro minoranza che vive in un altro Paese, lontano dai supermercati dove il resto degli italiani conta le monete.
Un insegnante con vent’anni di servizio guadagna meno di 1.800 euro netti. Un infermiere che lavora su turni, notti e festivi si ferma poco sopra. Un impiegato di banca, figura che un tempo garantiva sicurezza, oggi vive con 1.600 euro e il mutuo sulle spalle. Mentre i politici si aumentano i rimborsi e le società quotate distribuiscono dividendi record. Mentre il governo annuncia il successo e la ripresa.
La sanità è un muro invalicabile. Una donna di cinquant’anni che scopre un nodulo al seno aspetta sette mesi per una mammografia. Sette mesi durante i quali ogni giorno è un pensiero che corrode. Sette mesi che possono fare la differenza tra guarigione e metastasi. Questo è il Sistema Sanitario Nazionale oggi. Un sistema che uccide per lista d’attesa. Reparti che lavorano con organici tagliati fino al 30 per cento. Oltre 2,5 milioni di persone che rinunciano alle cure per ragioni economiche. Una visita privata può costare 120 o 150 euro, una specialistica 250. Per milioni di italiani questo significa non curarsi. Significa scegliere tra mangiare e vivere.
Sul lavoro, l’età pensionabile è ferma a 67 anni, destinata a salire. Un Paese che obbliga a lavorare fino a quasi settant’anni con stipendi fermi da quindici anni non ha nulla di sostenibile. La mobilità sociale è tra le peggiori dell’OCSE. La povertà assoluta è ai massimi da quando esistono le rilevazioni. I giovani fuggono a centinaia di migliaia l’anno.
L’evasione fiscale supera 90 miliardi annui. È un pozzo senza fondo che nessun governo ha mai voluto tappare davvero. Si premia chi evade con condoni e rottamazioni, si punisce chi paga tutto. E intanto il PNRR, che doveva essere il motore della ricostruzione, arranca in modo imbarazzante. Oltre 40 miliardi di euro fermi. Quaranta miliardi che dovevano ricostruire il Paese e invece dormono in cassetti ministeriali, bloccati da burocrazia, incompetenza, incapacità strutturale. Soldi europei che l’Italia non sa spendere mentre annuncia tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni. È l’immagine perfetta di un governo che non governa. Che amministra il declino. E senza il PNRR saremmo già in recessione tecnica, mentre tutta l’Europa cresce più di noi.
A questo punto arriva l’obiezione di regime: “È colpa del Superbonus 110 per cento.”
No. Il Superbonus è stato gestito da incompetenti e ha generato distorsioni gravi. Ma non ha causato il crollo dei consumi. I dati lo dimostrano: la crisi era già in atto nel 2022 e 2023, mentre il 110 era ancora attivo. La grande distribuzione segnava le prime contrazioni, le famiglie tagliavano già carne e pesce. E soprattutto: il vero problema strutturale dell’Italia è che siamo l’unico Paese OCSE dove i salari reali sono calati negli ultimi trent’anni. Mentre in Germania, Francia, Spagna salivano del 20, 30, 40 per cento, in Italia scendevano. Questo è il cancro. Non il Superbonus.
La Spagna investe e cresce. La Francia investe e cresce. Il Portogallo investe e cresce. L’Italia taglia e affonda. Il governo usa il 110 come capro espiatorio per coprire il proprio fallimento.
Poi c’è la parte più grottesca. La premier che racconta un’Italia che “raggiunge risultati storici”, che “è diventata un modello europeo”, che “ha migliorato tutti gli indicatori”. Ed è qui che entra in scena la vicenda più simbolica. La libertà di stampa. Reporter Senza Frontiere piazza l’Italia nel 2024 al 46° posto, cinque posizioni più in basso rispetto all’anno precedente. Un crollo. Un segnale grave. Un campanello d’allarme internazionale.
E cosa fa la premier? Sostiene il contrario. Dice che l’Italia ha “guadagnato posizioni”. Che stiamo risalendo. Che la stampa è più libera. Tutto pronunciato con sicurezza assoluta. Poi arriva la verità. Era un errore. Stava leggendo la classifica al contrario. Il fondo scambiato per la cima. La discesa letta come salita. Una gaffe che se fosse rimasta in privato sarebbe ridicola. Detta da chi governa un Paese diventa una metafora perfetta del modo in cui si governa: prendere i numeri, rovesciarli, trasformarli in propaganda.
Vale per la stampa. Vale per l’economia. Vale per la povertà. Vale per il PNRR. Vale per la sanità. Vale per l’occupazione. Vale per tutto ciò che il Paese vive e che il governo finge di non vedere.
L’Italia si trova davanti una frattura reale, documentata, misurabile. Consumi che crollano. Grande distribuzione in contrazione pesantissima. Redditi stagnanti. Inflazione che divora i salari. Servizi pubblici degradati. Giovani che fuggono. Pensioni che slittano. Povertà che sale. E una politica che si racconta trionfatrice guardando grafici sottosopra.
Un Paese così non può rialzarsi finché non riconosce la verità. E la verità, oggi, è scritta nei numeri. Non nelle conferenze stampa. Non nelle frasi preparate. Non nelle illusioni. Nei numeri.
E i numeri dicono che l’Italia è in crisi. Profonda. Strutturale. Negata solo da chi continua a leggere il foglio nel verso sbagliato.
E qui si apre la verità: tutto questo non è un errore. È un tradimento del patto sociale. Un governo che rovescia i numeri, rovescia anche la fiducia. Se continua così, tra due anni il crollo dei consumi sarà irreversibile. La sanità non rallenterà: collasserà. I giovani non emigreranno: scapperanno. Il PNRR non sarà un’occasione sprecata: sarà la condanna definitiva al declino.
Mentre il Paese conta le monete alla cassa del supermercato, qualcuno a Palazzo Chigi legge i grafici sottosopra e annuncia il miracolo.
Non è incompetenza.
È menzogna di Stato.
E un Paese che si regge sulla menzogna non si salva.
Affonda.
Trenta secondi che valgono più di mille comizi. Donald Trump è stato fischiato fragorosamente durante la partita di football tra Washington Commanders e Detroit Lions.
C’è una battuta che circola in questi giorni e che la Presidente del Consiglio ha rilanciato con leggerezza: quella sullo sciopero del 12 dicembre, indetto di venerdì, “così si fa il ponte”. È una di quelle frasi che fanno sorridere chi non conosce davvero il mondo del lavoro, ma che feriscono chi nel lavoro ci vive ogni giorno, anche il sabato e la domenica.
Perché dietro quella battuta non c’è solo ironia, c’è un pregiudizio di classe. C’è l’idea che scioperare di venerdì sia un privilegio, come se chi lo fa potesse concedersi un fine settimana lungo. Ma chi lavora nei turni ospedalieri, chi insegna, chi guida un autobus, chi serve ai tavoli o indossa una divisa, non conosce il “weekend lungo”. In Italia milioni di persone lavorano anche di sabato, di domenica e nei festivi. A non farlo, semmai, sono molti di coloro che quella battuta la pronunciano: dirigenti pubblici, funzionari, politici, persone che del lavoro conoscono soltanto la rappresentazione, non la fatica.
Accusare chi sciopera di essere “furbo” o “parassita” è un modo subdolo per svuotare di significato un diritto costituzionale. Lo sciopero è l’unica voce che resta a chi lavora quando le altre sono ignorate. Ridurlo a una scampagnata di tre giorni significa disprezzare quella voce, e insieme l’idea stessa di dignità del lavoro.
C’è poi un dettaglio che rende questa battuta ancora più stonata. Il 12 dicembre non è una data qualsiasi. È il giorno in cui, nel 1969, una bomba fascista esplose nella Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana, a Milano. Diciassette morti, ottantotto feriti, e l’inizio della stagione delle stragi. È un giorno che dovrebbe spingere alla memoria, al rispetto, non all’ironia.
Per questo, chi oggi deride lo sciopero non mostra spirito, ma distanza. Distanza da chi lavora, da chi ricorda, da chi ancora crede che il lavoro non sia un privilegio, ma un diritto. E chi quella distanza la chiama “battuta”, dimostra di non capire nemmeno quanto sia grave.