Perché ho lasciato l'Italia.
La Finanza fece un'ispezione ad un mio negozio, un centro stampa digitale.
I finanzieri arrivarono belli baldanzosi e mi domandarono "abbiamo bisogno di un elenco dei suoi dipendenti e di quanto li paga".
"Beh, c'è Anna, che ai occupa di grafica. Lavora con me da tre anni. La pago 1.500 Euro al mese, ecco tutte le ricevute".
"Poi c’è questo ragazzo con disabilità intellettiva. Lavora circa diciotto ore al giorno e fa quasi tutto il lavoro qui. Guadagna circa 200 Euro al mese, e ogni sabato sera gli compro una bottiglia di Chianti e una dozzina di birre così riesce a far fronte alla vita. Ogni tanto riesce persino a trombare mia moglie".
Uno dei finanzieri aggrottò la fronte e mi disse: "È con lui che vogliamo parlare, quello con disabilità mentale".
Al che risposi: "sono io. Cosa vorrebbe sapere?"
C’è una frase, in questa vicenda, che dovrebbe inchiodarci tutti alla vergogna: «Sono in imbarazzo, ma alcuni ospiti si sono detti infastiditi dalla presenza di suo figlio».
Un ragazzo non vedente, con una disabilità cognitiva, viene allontanato dalla sala ristorante di un hotel a quattro stelle. Separato. Invisibile dietro una vetrata ambrata. Come una cosa che non si deve vedere.
Tommaso ha 24 anni, la sindrome di Norrie e una famiglia che fa quello che ogni famiglia dovrebbe fare: avverte per tempo l’hotel, spiega, chiede attenzione, rispetto. La risposta? Una porta chiusa e un invito a “mettersi da un’altra parte”, lontano dai clienti turbati dal fatto che esista la disabilità.
“Mandati via come cani”, ha detto la mamma. Proprio così. Non c’è modo di edulcorare quella frase, perché è esattamente ciò che è accaduto.
Il giudice, due anni dopo, decide ciò che in un Paese civile sarebbe superfluo: obbligare i gestori a un corso di buone maniere. Letteralmente un corso di bon ton sul rispetto di persone con disabilità.
La famiglia rifiuta il risarcimento, chiede un euro simbolico: il gesto più potente possibile, perché racconta che qui non è in ballo il denaro, ma la dignità. La loro e quella di tutte le famiglie che vivono ogni giorno non la disabilità dei figli, ma quella degli sguardi altrui.
La sentenza è “riparativa”, non punitiva. Ma la ferita resta. Non è un caso isolato. È lo specchio di un’Italia che tollera l’inclusione finché non disturba, finché resta sul palco dei convegni, finché non costringe a fare i conti con la realtà. Poi, al primo imprevisto, si preferisce chiudere una porta.
Tommaso voleva solo mangiare con la sua famiglia. È incredibile doverlo ricordare. È indegno doverlo difendere. È vergognoso che sia ancora necessario.
L’uomo qui sotto si chiama Franco Ruggiero, 69 anni, napoletano. È un uomo di mare, un Capitano con la C maiuscola.
E, insieme ai turisti che stava portando in barca per un’escursione, ha appena salvato letteralmente la vita a 50 migranti naufragati a largo di Lampedusa.
Quando ha avvistato il barchino in ferro alla deriva carico di uomini, donne e bambini disperati, Ruggiero non ci ha pensato un attimo. Ha prima messo in sicurezza gli ospiti in coperta, poi, con l’aiuto di alcuni passeggeri, ha soccorso il barchino che imbarcava acqua, tirando a bordo e salvando la vita a decine di migranti in balia delle onde.
In tutto Ruggiero e il suo equipaggio improvvisato, insieme a un’altra imbarcazione poi accorsa, sono riusciti a salvarne 50, tra cui anche una bambina stretta tra le braccia della madre.
Cinquanta vite umane, tranne due: un neonato e un ragazzino di 10 anni che - raccontano i testimoni - “vedevamo risalire in acqua e poi sprofondare giù”.
L’ennesima tragedia del mare. Che senza Ruggiero e i suoi passeggeri sarebbe potuta diventare una strage, come a Cutro.
Guardo quest’uomo e vedo un capitano, un Capitano vero, nell’esercizio delle sue funzioni di essere umano in servizio permanente. Uno che ha messo semplicemente in pratica la prima legge di ogni marinaio: salvare vite in mare. Sempre. A ogni costo.
A lui e a tutti quelli che erano su quella barca, in quest’epoca di tenebre della ragione e dell’umanità va solo un immenso, commosso, Grazie.
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