Quando penso a un insegnante di sostegno non penso a chi sceglie quella strada solo per entrare più facilmente nella scuola e poi scappare appena possibile verso l’insegnamento curricolare, considerato da troppi una sorta di serie A. Penso a persone come Samanta Lacagnina.
Samanta insegna a Gela. E quando il piccolo Mattia, un suo alunno con disabilità, ha dovuto affrontare un delicato intervento chirurgico a Rimini, non si è limitata a fare il proprio dovere. Ha fatto molto di più. Ha utilizzato i suoi giorni di ferie, ha aiutato la famiglia a organizzare il viaggio, ha accompagnato mamma e figlio e ha scelto di restare accanto a loro durante il ricovero.
Non perché fosse obbligata. Non perché qualcuno glielo avesse chiesto. Ma perché in quei tre anni Mattia non era diventato semplicemente un alunno. Era diventato una persona della cui crescita, delle cui paure e delle cui speranze si sentiva responsabile.
Conosco bene il valore di incontri come questo. So cosa significa per una famiglia sapere di non essere sola. So quanto possa cambiare la vita di un ragazzo trovare un insegnante che non si limita a compilare documenti o a rispettare un orario, ma che sceglie di esserci davvero.
Per questo la storia di Samanta merita di essere raccontata. Perché ci ricorda cosa dovrebbe essere il sostegno: non una scorciatoia professionale, non una tappa provvisoria, ma una scelta educativa profonda, fatta di competenza, passione e umanità.
L’inclusione non vive nelle circolari ministeriali. Vive nei gesti. Vive nelle relazioni. Vive nelle persone come Samanta Lacagnina.
Ed è grazie a persone come lei se tante famiglie continuano a credere che una scuola davvero inclusiva sia possibile.
“È tutto tragicamente chiaro. Gli omosessuali ebrei vengono esclusi in quanto tali. Il #RomaPride ha tradito la sua natura, quella di difendere i diritti di tutti».
La mia intervista con @DavidDS___ per @tempoweb
👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏
David Patrick Amodio
Ora che è passata l’onda del voto e siete tutti sicuramente studiati in diritto costituzionale, credo sia arrivato il momento di fare un discorso maturo e da persone adulte.
Siete pronti?
Bene, allora, ripetiamo tutti insieme: la Costituzione non è sacra e immodificabile.
Lo so, è un duro colpo ma confido che possiate assorbirlo.
Di nuovo, tutti insieme: la Costituzione non è inviolabile.
Fa male, ma passa in fretta, vedrete.
Passato?
Bene, andiamo avanti.
Perché non lo è, a parte i primi 12 articoli che sono considerati fondamentali?
Intanto perché non si ritiene dettata da Dio ma scritta da uomini fra il 1946 e il 1947.
Una vita fa.
E non è stata scritta nemmeno da santi, quanto piuttosto da giuristi della metà del secolo scorso. E questi giuristi, non erano stati scelti sulla via della canonizzazione.
Erano appunto giuristi, prevalentemente uomini, del loro tempo.
Insigni e degni di lode e stima e ammirazione e rispetto senza dubbio, ma con le loro convinzioni, le loro idee.
E le loro visioni, che possiamo leggere negli atti dell’Assemblea Costituente e in qualche scritto o notizia a margine.
Visioni che oggi in alcuni casi considereremmo scandalose ma che erano semplicemente idee e pensieri di un’altra epoca.
Per esempio, Calamandrei, straordinario uomo di legge, che in queste settimane ho visto citato, a volte anche con parole inventate, miriadi di volte, fu coinvolto in polemiche con altri membri della Costituente circa la possibilità di far entrare le donne in magistratura.
Si voleva concedere al massimo di dar loro ruoli marginali, perché "troppo condizionate dai loro umori".
Sì, praticamente alcuni Padri Costituenti non volevano le donne in magistratura, perché ritenevano che in quei giorni del mese fossero intrattabili.
E che ci volete fare, la vedevano così.
E ne erano tanto convinti, che sulle donne in magistratura scese un diktat, superato solo nel 1963, quindici anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione.
E che dire di Leone?
Anche lui un padre costituente di rilievo e spessore.
Eppure Leone, quando si trattò di discutere dell’impalcatura in Costituzione del sistema giudiziario, sosteneva che il pubblico ministero dovesse essere una sorta di super investigatore alle dipendenze del Ministro di Grazia e Giustizia.
Capito che orrore?
Opportuno ricordare che Leone, nel 1971, diventerà il sesto Presidente della Repubblica.
Ma ci sono stati anche Padri Costituenti che poi si sono scordati dei principi da loro stessi fissati sulla Carta.
È il caso di Einaudi, membro dell’Assemblea Costituente e secondo presidente della Repubblica.
Insomma, non esattamente un pinco pallino qualunque.
Eppure, nel suo ruolo di capo dello Stato, nonostante la presunzione d’innocenza scritta anche da lui a caratteri cubitali in Costituzione qualche anno prima, cadde nella tentazione di applaudire pubblicamente e di complimentarsi con gli inquirenti per l’arresto di un uomo sospettato di essere il mostro che aveva abusato e ucciso una bambina, Annarella, in un caso che aveva devastato l’opinione pubblica.
Il risultato di quel pubblico plauso fu che l’uomo, tale Egidi, confessò sotto tortura, per poi ritrattare e venire infine assolto dalla Cassazione.
E del vero responsabile, si persero le tracce.
Per non parlare poi dei princìpi che nella Costituzione originale mancavano.
Uno fra tutti: le pari opportunità, esplicitamente inserite con una legge costituzionale solo nel 2003, riformando l’art. 51.
Cioè, la Costituzione fondamentalmente è stata per più di cinquant’anni patriarcale.
Mio Dio che orrore, due volte.
Ma che la Costituzione debba essere aggiornata, modificata, se il caso anche stravolta, lo sapevano, nella loro saggezza, gli stessi Padri Costituenti, che non erano degli sprovveduti ma degli uomini e delle donne lungimiranti e che non a caso, nel testo ci hanno lasciato le istruzioni per modificarla.
Perchè sapevano benissimo che il mondo, le esigenze, possano cambiare, anzi
@Frances22449915@matteorenzi@ItaliaViva Parlare di tradimento mi sembra eccessivo. Il TP è fallito per colpa di altri, Renzi fece 1000 passi indietro.
Si può essere contrari, ma le critiche sono esagerate. Mi dispiace ma non.sono d'accordo questa volta. Io non voto Conte, ma Renzi è il mio rappresentante politico.
A sinistra, a parte #ItaliaViva, avete lasciato la legge contro l'antisemitismo agli eredi di quei fascisti che approvarono le leggi razziali, avete lasciato questa legge a chi conserva ancora busti di Mussolini, a chi inneggia alla decima mas, ma non vi vergognate?
@pdnetwork
STAY TUNE ! da lunedì #RadioLeopolda sarà anche in video su YOUTUBE, avremo da un canale di RL, sia le dirette della amata rassegna stampa del grande @bobogiac, del bravo @alexmicci e tutte le altre, sia tutti i podcast trasmessi dalla radio, anche @matteorenzi avrà una rubrica👇
@Azione_it Voi vi siete defilati dalla lista Stati Uniti d'Europa nata proprio x realizzare quanto Draghi esorta a fare, questo post è IPOCRITA! Per una infantile ripicca personale vs @matteorenzi senza alcun motivo, avete buttato all'aria, 1 anno e 1/2 fa ciò che dite di voler fare oggi!
Da giorni la Sicilia è sotto schiaffo per il maltempo. Giorgia Meloni non ha fatto come fece per l’Emilia-Romagna. Allora lasciò il G7 per andare a fare una sceneggiata ad uso social con gli stivali. In Sicilia invece non ha messo gli stivali. Sapete perché? Perché non può attaccare la Regione come fece in Emilia-Romagna: la Regione è sua. Perché l’Ex Presidente della regione è lo stesso ministro che ha promesso di ripristinare Italia Sicura e non lo ha fatto. Perché dopo quattro anni di fuffa la gente non crede più alle sceneggiate della Premier. È allucinante vedere la Sicilia abbandonata dal Governo nazionale. Perché?
Negli Stati Uniti un��americana di 37 anni viene uccisa in mezzo alla strada da agenti federali dell’immigrazione. Tre spari. Tutto ripreso in un video che toglie il fiato. La donna sembra allontanarsi in auto, non minaccia nessuno, non punta armi contro gli uomini dell’ICE. È cronaca nuda, non propaganda. Ed è forse il punto più onesto da cui partire per raccontare che cosa sta diventando l’America.
Trump parla del mondo con la stessa leggerezza con cui si riempie un carrello al supermercato. Oggi compro la Groenlandia. Domani, se non me la vendono, la prendo. Con un’invasione militare. Parola di un Paese UE e membro della NATO, come se fosse una nota a piè di pagina e non un abisso diplomatico.
E allora viene da chiedersi: con quale credibilità discutiamo dell’articolo 5, della difesa collettiva Nato, del sostegno all’Ucraina contro eventuali nuove aggressioni russe, se il Paese più potente dell’Alleanza ipotizza serenamente di attaccare un altro Paese che ne fa parte? È una barzelletta geopolitica, ma senza la parte divertente.
Per Donald Trump la democrazia può ridursi anche al solo cambio del conducente, purché l’auto resti la stessa: senza freni, con il pieno di benzina sporca e una direzione decisa altrove. Basta che chi guida faccia quello che dice lui. Un po’ come oggi la Bielorussia per Putin: formalmente uno Stato, sostanzialmente un telecomando.
In Venezuela, finora, ha fatto esattamente questo: ha tolto di mezzo un dittatore eletto con i brogli e messo al suo posto la vice, mai candidata, mai votata, mai scelta.
Poi c’è il capitolo Nobel. Trump continua a prendersela con la Norvegia perché non glielo ha dato: lui, uomo di pace per autocertificazione. E siccome il riconoscimento è andato a María Corina Machado, quella che le elezioni le aveva vinte davvero prima che i brogli facessero il loro lavoro, per ripicca la liquida come una che “in Venezuela non sarebbe sostenuta”. La Machado, come se il Nobel fosse un oggetto da restituire al banco informazioni, arriva persino a dire che sarebbe disposta a cederlo a Trump pur di ottenere un suo riconoscimento. Roba d’altri tempi. O forse di tempi che non avremmo mai voluto rivedere.
Per giustificare l’operazione venezuelana si è parlato persino di intervento militare contro un narcotrafficante. Poi, appena archiviato il capitolo Maduro, Trump ha chiarito quale fosse il vero dossier aperto: il petrolio. Tutto il resto era scenografia. E sia chiaro: sono felicissimo anch’io che un dittatore venga cacciato. Ma se non cambia nulla, se cambia solo il nome sul citofono, allora non è una rivoluzione. È un trasloco.
Stiamo parlando di un presidente che sta trasformando il principale Paese occidentale in qualcosa di profondamente diverso da quello che pensavamo di conoscere. Un presidente che, pur di coprire i numeri disastrosi dell’economia, i risultati fallimentari dei dazi, i fantasmi dei file Epstein, è pronto a tutto. Anche a riscrivere le regole del mondo come fossero le istruzioni di un mobile comprato male.
E mentre noi europei cerchiamo ancora una bussola, lui continua a muovere il mappamondo come una palla antistress.
Credo che in politica e soprattutto nella vita, l'importante non sia il cadere ma il rialzarsi dopo ogni caduta e continuare a combattere per realizzare i propri sogni, i propri ideali. Un abbraccio a te @matteorenzi che nonostante quel 4 dicembre non hai mai mollato !
“Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, dicevano le nonne quando bastava un amico sbagliato per perdere la fiducia del quartiere. Oggi, la scena si è spostata a Palazzo Chigi, ma la morale resta la stessa: Giorgia Meloni non va a Londra alla riunione dei “volenterosi” - i leader europei che ancora credono in un’Unione capace di agire, non solo di esistere - e accoglie a Roma Viktor Orbán, il campione dell’Europa che si chiude, che censura, che diffida di tutto ciò che somiglia alla libertà.
È un po’ come dire di non avere tempo per un convegno sulla solidarietà e poi farsi vedere a cena con chi ha fatto del muro la propria filosofia di vita. Non è un incidente di percorso, è una scelta di campo.
E per chiarire ulteriormente da che parte sta, Meloni si è pure detta contraria all’eliminazione del diritto di veto, quella regola assurda che consente a un solo paese di bloccare tutti gli altri. È il superpotere dei piccoli autocrati d’Europa, la cintura di sicurezza di chi teme un’Unione che funzioni davvero.
In altre parole: niente riforme, niente anima, niente coraggio. Perché una vera Europa, coesa e solidale, metterebbe in difficoltà proprio lei e il suo alleato di giornata, Orbán, che dell’Unione amano solo i fondi, non i principi.
Così, mentre a Bruxelles si prova a costruire un’Europa capace di decidere, a Roma si recita la commedia della sovranità: patriottica in pubblico, dipendente in privato.
Non servono grandi analisi geopolitiche. Basta il proverbio di una volta: dimmi con chi vai, e ti dirò chi non diventerai mai.
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
«Il 7 ottobre del 2023 rimane e rimarrà nelle coscienze come una pagina turpe della storia: un vile attacco terroristico che avvenne contro inermi cittadini israeliani, recando grave danno alla causa della pace e della reciproca sicurezza in Palestina. Una ferita che ha colpito ogni popolo.
L’orrore e la condanna, pubblicamente e ripetutamente espressa, per la violenza crudele e inaccettabile delle armi di Israele - che fa pagare alla popolazione di Gaza un intollerabile prezzo di morte, fame e disperazione, cui è indispensabile porre fine, con la necessità che Israele applichi con pienezza le norme del diritto internazionale umanitario - non attenua orrore e condanna per la raccapricciante ed efferata violenza consumata quel giorno da Hamas.
L’uccisione e le violenze contro centinaia di ragazze e ragazzi che ascoltavano musica in un rave, quelle, nelle loro abitazioni, contro persone inermi di ogni età, dall’infanzia alla vecchiaia, richiamano al dovere di una condanna perenne, rifiutando un accomodante e cinico modo di pensare che rimuova l’infamia di quella giornata.
Quanto avviene a Gaza e i diversi sentimenti che suscita non possono confluire in quello ignobile dell’antisemitismo che, particolarmente nel secolo scorso, ha toccato punte di mostruosa atrocità, e che oggi appare talvolta riaffiorare, fondandosi sull’imbecillità e diffondendo odio.
A due anni dal 7 ottobre 2023 desidero rinnovare la vicinanza al popolo di Israele e ai familiari delle vittime e delle persone rapite, che vanno immediatamente liberate, nell’auspicio che i tentativi di porre fine a questa inaudita ondata di violenza abbiano al più presto esito positivo».
Roma, 07/10/2025 (II mandato)
Centinaia di giovani che per sei ore ascoltano le lezioni di Ministri, manager, professori, cervelli all’estero, sindaci, rettrici, presidenti di regione, giornalisti. E dialogano, propongo, pensano. La Leopolda è un’esperienza speciale che non si può raccontare, si può solo vivere. La prima giornata ieri è stata fantastica. Che magia stare insieme per ore a confrontarsi, a imparare, a crescere. Questa è la politica che spacca il cuore. Grazie #Leopolda13
JD Vance venne alla Conferenza della Sicurezza di Monaco (quella degli “europei parassiti” per intenderci) tessendo le lodi del “free speech”, contrastando ogni idea di regolamentazione della rete in nome del primato totale, assoluto ed anarchico della libertà di parola. Anche quando essa si traduce in minaccia, attacco, linguaggio d’odio.
Tutta la destra americana di questi anni ha cantato il “peana” di una libertà di informazione priva di responsabilità, con il consueto codazzo di corifei in terra d’Europa.
Ora la stessa destra americana che ci ha fatto la predica interviene per far chiudere talk show televisivi non graditi, minaccia il ritiro delle licenze ai network ritenuti “nemici”, qualifica gli oppositori come “terroristi”, mentre fioccano le querele milionarie intimidatorie.
Naturalmente nel totale silenzio delle destre italiane ed europee. Ciò che sta accadendo oltre Oceano alla libertà di informazione è qualcosa di preoccupante. Perché l’erosione dei diritti sta avvenendo nel Paese che ha fatto della Libertà il proprio faro, illuminando il resto dell’Occidente. Se quel faro si spegne, rischiamo di rimanere al buio tutti.