«Non meritano la fatica che ho dedicato al servizio della nazione in questi anni. Lo dico con sofferenza, ma è così».
Se questa frase è stata davvero pronunciata da Guido Crosetto, allora il problema non è l’irritazione di un uomo sotto pressione. È la visione del rapporto tra potere e cittadini che lascia intravedere.
Il servizio alla nazione non è una fatica concessa a un popolo ingrato. È l’esercizio di una funzione costituzionale. È mandato, non sacrificio. È responsabilità, non credito morale. In una Repubblica parlamentare il rappresentante non si immola per i rappresentati. Amministra un potere che non gli appartiene.
La frase pesa ancora di più se collocata nel contesto delle polemiche sul viaggio a Dubai. Un viaggio descritto prima come personale, familiare, tale da non richiedere informazione al ministero. Poi però emerge un incontro istituzionale che avrebbe persino fatto perdere il volo di rientro. A quel punto la narrazione cambia. Non più solo sfera privata, ma anche funzione pubblica.
Le due qualificazioni non sono intercambiabili. Se il viaggio era esclusivamente personale, l’assenza di informazione interna viene giustificata su quella base. Se vi erano impegni istituzionali, anche informali, la natura dell’evento muta. La coerenza del racconto diventa centrale.
Non è questione di formalismi. Un ministro della Difesa rappresenta lo Stato in ogni spostamento. Anche quando viaggia da privato cittadino resta titolare di informazioni sensibili, potenziale obiettivo, figura istituzionale. La prudenza non è un optional. È parte integrante del ruolo.
Il rientro con un volo militare, accompagnato dalla dichiarazione di voler pagare il biglietto, anzi tre biglietti, aggiunge un ulteriore livello simbolico. Pagare significa affermare che non vi è stato uso improprio di risorse pubbliche. È un gesto che parla alla dimensione economica della polemica. «Non vi ho fatto spendere nulla».
Ma la questione politica non si esaurisce nel conto. Il cuore del problema è il metodo. Se vi è stata una gestione autonoma di un viaggio che intreccia dimensione privata e funzione pubblica, il pagamento del biglietto è un elemento accessorio. Può attenuare l’impatto mediatico, non risolve il tema della responsabilità istituzionale.
Qui emerge il sospetto di una dinamica populista. Il gesto del pagamento è forte, visibile, comunicabile. Semplifica il conflitto in una chiave morale. Onestà personale contro polemica politica. È una strategia efficace perché sposta l’attenzione dal piano procedurale al piano etico.
Eppure la democrazia non si regge sulla dimostrazione di sobrietà individuale. Si regge sulla trasparenza dei comportamenti e sulla coerenza delle spiegazioni.
La frase iniziale allora diventa la chiave di lettura. Se la critica viene vissuta come ingratitudine verso la fatica personale, significa che il controllo democratico è percepito come offesa. È un passaggio delicato. In una Repubblica il potere non chiede riconoscenza. Accetta scrutinio.
È possibile che vi sia solo stanchezza. È possibile che vi sia irritazione per una polemica ritenuta sproporzionata. Ma chi esercita funzioni apicali non può permettersi ambiguità narrative né scarti emotivi che trasformano il mandato in sacrificio.
La questione non è se abbia pagato il biglietto.
Non è nemmeno se il viaggio fosse in parte privato o in parte istituzionale.
La questione è se la gestione complessiva sia stata all’altezza della funzione.
E se, davanti alla critica, la risposta sia stata quella di un servitore dello Stato o quella di un uomo che si sente creditore verso i cittadini.
La differenza, in politica, è tutto.
🧵 Gli Epstein files non vanno letti (solo) come un enorme scandalo sessuale che coinvolge personaggi potenti. Il loro rilievo politico sta in ciò che questi documenti fanno intravedere sul piano sistemico: l’esistenza di un’infrastruttura transnazionale di relazioni che ha operato �� e probabilmente opera ancora — come fattore di coordinamento e influenza, e come leva di pressione e ricatto a sostegno di progetti autoritari e contro le democrazie liberali.
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Incoronata Boccia, direttrice Ufficio Stampa Rai: "Non esiste una sola prova che l'esercito israeliano abbia mitragliato civili inermi. Vergogna per il suicidio del giornalismo che si è piegato alla propaganda dei set di Hamas" Non ci sono più parole per questo delirio.
Richard Sanders, di Al Jazeera, ha analizzato migliaia di video postati dai militari israeliani. “Distruggono proprietà più che combattere. Ci sono immagini di detenuti palestinesi seminudi, bendati, umiliati e talvolta abusati fisicamente”.
#PresaDiretta
“Israele mira volontariamente ai #giornalisti: i cronisti palestinesi a Gaza sono l’unica fonte che l’esercito non può controllare. Per questo devono sparire”.
Orly Noy, giornalista +972 Magazine.
#PresaDiretta
“Questa è Gaza oggi: è la Shoah, è la Nakba, è pulizia etnica, è genocidio. È il collasso dell’umanità.”
Assaf David, professore di Scienze Politiche all’Università Ebraica.
#PresaDiretta
“Our kidnapping is imminent.”
“10 to 12 ships are currently approaching our flotilla.”
“What Israel is doing is a scandal.”
“We stand on the side of international law”
“Shut everything down!”
—French MEP Emma Fourreau, aboard the Global Sumud Flotilla
Per un giornalista, una misura disciplinare come la censura dall’Ordine dei Giornalisti è fatto gravissimo.
Cosa spinge un professionista di lunga data come @Maumol a rischiare sanzioni pur di diffamare con tale volgarità una figura istituzionale che fa solo il proprio dovere?
La Rai rinvia a data da destinarsi la messa in onda del film premio Oscar “No Otner Land” sulle violenze subite dai palestinesi in Cisgiordania, già in programma per il 7 ottobre
Pare che questa decisione sia stata presa a seguito di una telefonata di un autorevole esponente politico
Film troppo divisivo, secondo Meloni?
@Corriere
❗️Since Oct. 7, Israel has killed more journalists than:
- the U.S. Civil War
- World Wars I and II
- the Korean War
- the Vietnam War (incl. Cambodia and Laos)
- Former Yugoslavia wars, 1990s and 2000s
- the post-9/11 war in Afghanistan.
ALL COMBINED!!
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