@expandmine@alessandro_a_v_@Gill_Gross Hey testa di cazzo da quando c’è l’obbligo di scrivere in inglese (e anche come piace a te)? Prima di andartene affanculo, no, il sovraccarico funzionale non è proporzionale alla classifica dei giocatori che incontri, ma al numero delle partite e alla densità degli eventi.Chiaro?
@Isai24q Sinner comunica di merda, i fan impazziscono, con ragione. A me non importa molto e sono super tranquillo. Sicuramente, siccome indirettamente quello magna e molto bene, grazie ai fan (se facesse tiro al piattello sarebbe diverso), potrebbe e dovrebbe tenerne conto.
Quella volta che Torino mise l’America K.O.
La tuta di Keely Hodgkinson ha fatto parlare di Nike. Quarantacinque anni fa una casa torinese (allora) dieci volte più piccola fece una cosa ancora più sfacciata: si prese il diritto di vestire la nazionale di atletica degli Stati Uniti. E si ritrovò addosso a Carl Lewis, Edwin Moses e Florence Griffith-Joyner. Come avremmo forse detto allora a Torino negli anni ‘80: “Raga, gli USA, ziofa’!” e [spoiler] lo abbiamo fatto davvero!
Keely Hodgkinson è entrata allo StoneX Stadium di Londra vestita di nero dalla testa alle caviglie, cappuccio compreso, gli occhiali scuri e soltanto la coda di cavallo lasciata fuori. Ha corso gli 800 metri in 1’56”40, ha vinto con più di due secondi di vantaggio, ma il risultato sportivo come spesso accade, a volte giustamente, è diventato quasi un dettaglio. La mattina dopo si parlava della tuta.
Soprattutto si parlava di Nike.
Ed era esattamente quello che volevano succedesse.
Nike l’ha presentata come una creazione unica, fatta apposta per Hodgkinson, un oggetto a metà fra abbigliamento sportivo e alta moda. Hodgkinson stessa ha spiegato che Athlos, con le luci, la musica, il tappeto rosso e l’ambizione dichiarata di trasformare l’atletica in spettacolo, era il posto ideale per mostrarla. Il Guardian l’ha chiamata un incrocio fra Catwoman e un’assassina ninja. Quasi nessuno, il giorno dopo, aveva bisogno di ricordare chi avesse prodotto quella tuta. Il marchio faceva già parte della notizia. (NIKE, Inc.)
Questa roba conta. Non i piccoli rilievi sul tessuto. Non quanti centesimi possa eventualmente far risparmiare. Non la galleria del vento, ma riuscire a far diventare una tenuta da gara un avvenimento.
E quarantacinque anni fa, quando Nike era già un gigante e una fabbrica di Torino era già tutt’altra cosa, qualcuno aveva avuto un’idea persino più ambiziosa: invece di trovare l’atleta giusto da vestire, provare a vestire direttamente l’America.
La fabbrica si chiamava Maglificio Calzificio Torinese e produceva calze e biancheria. Poi arrivò Maurizio Vitale.
La storia delle Robe di Kappa nasce più o meno come nascevano parecchie cose nell’Italia industriale di quegli anni: da un prodotto che non si vendeva, da un’intuizione e da una certa disponibilità a fare cose che gli altri consideravano di cattivo gusto. Vitale aveva migliaia di magliette invendute. Vide John Lennon con una vecchia camicia militare, fece tingere le magliette di verde, ci mise sopra stemmi e gradi e cominciò a venderle. Quelle diventarono le “Robe di Kappa”.
Poi arrivarono i Jesus Jeans. Il nome, Oliviero Toscani, i manifesti, «chi mi ama mi segua», la Chiesa che protestava e le vendite che salivano. Nel 1980 i Jesus finirono persino in Unione Sovietica. Vitale aveva capito una cosa prima di molti altri industriali italiani: non stava vendendo pantaloni o magliette. Stava vendendo immagini. Lo sport fu il passaggio successivo.
Nel 1978 nasce la linea sportiva Kappa. L’anno dopo arriva la Juventus. Non semplicemente una squadra che utilizza un prodotto: il marchio “degli Omini” compare sulla divisa. Anche questo oggi sembra normale. Allora non lo era affatto.
Ma Vitale guarda anche dall’altra parte dell’Atlantico.
Nel 1982, secondo Time, tutto il Maglificio Calzificio Torinese fatturava circa 65 milioni di dollari. Nike, nello stesso periodo, era a 693,6 milioni. Più di dieci volte tanto. Due anni dopo Nike avrebbe sfiorato i 920 milioni. Per capire la storia bisogna tenere ferme queste proporzioni: non stiamo raccontando di due multinazionali equivalenti che si spartiscono un mercato, ma di un’azienda torinese che decide di giocare come se fosse già molto più grande di quello che è.
Nel luglio del 1981 Stampa Sera dà una notizia piuttosto incredibile: Robe di Kappa diventerà per otto anni sponsor della nazionale statunitense di atletica, con un investimento complessivo indicato in oltre dieci milioni di dollari. Il giornale lo definisce un contratto senza precedenti per un’azienda italiana. C’è dell’altro: viene progettato un Kappa Club negli Stati Uniti, con i migliori velocisti americani e Pietro Mennea nel ruolo di coordinatore.
Anni dopo Marco Boglione avrebbe raccontato la scena che ormai appartiene alla mitologia aziendale. Vitale incontra Ollan Cassell, il capo dell’atletica statunitense. Gli dice che farà un’offerta, a condizione di sapere dopo quanto pagava il precedente sponsor. Un milione di dollari l’anno. Cassell prende un tovagliolo e gli fa firmare la cifra. Poi gli rivela quella di Adidas: quarantamila dollari.
I numeri tramandati dalle varie ricostruzioni non coincidono perfettamente, la fonte contemporanea parla di oltre dieci milioni in otto anni, Boglione ricorda un milione l’anno per quattro, ma la sproporzione sì. E forse è proprio quella la parte più importante della storia. Kappa non aveva semplicemente battuto l’offerta precedente. Aveva deciso che il prezzo giusto non era quello che valeva allora la sponsorizzazione. Era quello che avrebbe potuto valere dopo.
È una scommessa pubblicitaria formidabile perché non punta su un uomo.
Punta su un’intera generazione. Di fenomeni.
Però devi saperlo indovinare prima: nel 1981 Carl Lewis non ha ancora vinto una medaglia olimpica. Florence Griffith non è ancora Flo-Jo. Jackie Joyner-Kersee non ha ancora costruito la sua leggenda. Los Angeles è a tre anni di distanza. Kappa lo fa e compra il posto in cui pensa che finirà la storia. E la storia ci finisce davvero.
Ai Giochi di Los Angeles del 1984 gli americani dominano l’atletica. Carl Lewis vince quattro ori, come Jesse Owens nel 1936: 100, 200, lungo e 4x100. Edwin Moses vince i 400 ostacoli. Valerie Brisco-Hooks vince 200 e 400. Joan Benoit la prima maratona olimpica femminile. Florence Griffith arriva seconda nei 200.
Tutti con quella divisa americana su cui compare un marchio nato a Torino.
La canottiera rossa di Lewis è oggi conservata allo Smithsonian. Sull’etichetta interna c’è scritto: Kappa Sport, Made in Italy.
Kappa ci mise dentro tutto quello che aveva. Chiamò un bioingegnere della NASA per lavorare su alcuni capi, affidò a Giorgetto Giugiaro il progetto di una scarpa. Ma la parte straordinaria dell’operazione non è stabilire oggi quanto funzionassero quelle soluzioni: una fabbrica italiana che fino a pochi anni prima vendeva mutande e calze stava dicendo al paese che aveva mandato uomini sulla Luna: la modernità ve la disegniamo noi.
Florence Griffith-Joyner
Ed è qui che la storia diventa quasi troppo perfetta, troppo più forte della tutina nera della Hodgkinson.
Flo-Jo non era una modella sulla quale Kappa poteva semplicemente appoggiare una propria creazione. Era lei stessa una stilista. Disegnava i propri vestiti, modificava le divise, correva con unghie interminabili, gioielli, colori che l’atletica non aveva mai visto. Avrebbe inventato il celebre completo con una gamba coperta fino alla caviglia e l’altra scoperta. Pensare che Kappa abbia “costruito” Flo-Jo sarebbe toglierle precisamente la cosa che la rendeva Flo-Jo.
Kappa si mise nel posto giusto perché Flo-Jo potesse fare quel che le piaceva indossando Kappa.
Ai Mondiali di Roma del 1987 Griffith si presenta nei 200 con un completo integrale, attillato, bianco, rosso e blu. E con il cappuccio. Basta guardare la fotografia con gli Omini che sembrano quasi correre lungo le maniche.
Trentanove anni prima della tuta nera di Hodgkinson, una delle atlete più fotografate del mondo aveva trasformato una pista d’atletica in una passerella con una tuta da gara e un cappuccio. La stampa americana dell’epoca la descriveva come un completo da pattinaggio di velocità. Arrivò seconda nei 200. Nessuno dimenticò come era vestita.
Un anno dopo, poi, arriva Seul.
Nel frattempo Florence Griffith è diventata Florence Griffith-Joyner e ai Trials statunitensi ha corso i 100 metri in 10”49. Quel tempo, come il 21”34 che correrà poco dopo nei 200, è ancora oggi record mondiale. Non è questo il pezzo nel quale analizzeremo il perché e il come di quei record.
E qui il contratto firmato anni prima a Torino mostra tutta la propria potenza. Flo-Jo poteva trattare le scarpe. Quelle erano affare suo. Sulla divisa olimpica, invece, no. Il Washington Post, alla vigilia dei Giochi, spiegava che anche l’atleta più famosa e stilisticamente indipendente del mondo doveva usare l’uniforme prevista per la squadra americana.
Tradotto in termini meno olimpici: Kappa non aveva avuto bisogno di indovinare nel 1988 quanto sarebbe costato mettere sotto contratto individualmente la donna più veloce della Terra: l’aveva presa sette anni prima insieme a tutti gli altri.
Nei turni preliminari dei 100 a Seul Flo-Jo corre anche con il cappuccio bianco previsto come elemento facoltativo della divisa americana. In semifinale e in finale lo toglie, lascia i capelli liberi e vince. Poi vince i 200 con il record mondiale, vince la 4x100 e prende l’argento nella 4x400. Attorno a lei ci sono Carl Lewis, Jackie Joyner-Kersee, Joe DeLoach, Edwin Moses. Una quantità quasi indecente di storia dello sport concentrata dentro lo stesso contratto di abbigliamento.
E a questo punto si capisce forse qual è la vera parentela fra Hodgkinson e Flo-Jo.
Non è il cappuccio, che è un pezzo di stoffa.
Athlos lo sa perfettamente. La tuta di Hodgkinson non è stata tirata fuori a caso in un meeting qualsiasi. È apparsa in una manifestazione costruita con passerella, musica, luci, presentazioni individuali, un pubblico giovane e l’idea esplicita che lo sport femminile debba essere anche spettacolo. Hodgkinson stessa ha detto che era il posto perfetto per creare «un momento». Maurizio Vitale avrebbe capito benissimo.
È probabilmente questo il motivo per cui la vecchia storia di Kappa oggi sembra quasi contemporanea. Vitale non cercava semplicemente di vendere più tute. Aveva intuito che lo sport sarebbe diventato una macchina planetaria di immagini e che, se non possedevi la macchina, potevi almeno cercare di occupare il fotogramma.
Non avrebbe visto quello più bello.
Morì a Torino il 4 giugno 1987, poco più che quarantenne, tre mesi prima dei Mondiali di Roma e un anno prima dei Giochi di Seul. Non vide Florence Griffith-Joyner diventare la donna più veloce del mondo. Non vide i suoi record. Non vide il cappuccio olimpico. Non vide il marchio che aveva portato negli Stati Uniti finire addosso a una delle figure più riconoscibili che lo sport abbia mai prodotto.
Sette anni dopo, il Maglificio Calzificio Torinese fallì. Marco Boglione ne comprò all’asta i marchi e la fabbrica e da quelle macerie costruì BasicNet. Kappa sopravvisse. In qualche modo non si perse per strada una parte della memoria di quello che aveva fatto, quello però restò un picco.
Nike invece è diventata Nike. E quando oggi presenta una tuta nera con un cappuccio può raccontarla immediatamente come il futuro. Va bene così…
Ma chi ci crede più?
Esiste una fotografia scattata a Roma nel 1987.
Florence Griffith-Joyner è ferma, le mani sui fianchi. Ha il corpo interamente coperto. Ha la testa dentro un cappuccio. Sulle braccia corre una fila di piccoli uomini e donne seduti schiena contro schiena.
Kappa ha inventato il futuro.
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Articolo con immagini nel primo commento @KappaItalia
@Succo_Blu Nope. Quello perde pure con Sinner, con Medvedev, a mala pena batte Djokovic 36enne. Puoi fantasticare quanto vuoi ma Roger 2019 era tutt’altra cosa. Proprio un altro animale. Poteva perdere per caso, come gli è successo con una versione di Djokovic molto più forte di quella 2023
@gioppy37@Succo_Blu Qui è come dire che Jodar comincerà a battere con continuità Sinner dopo il trentesimo compleanno dell’italiano. Solo per fare un esempio. Uno potrebbe benissimo non essere convinto che Jodar sia migliore.
@gioppy37@Succo_Blu Federer aveva un pessimo match-up con Nadal ed era di una generazione successiva a quella di Djokovic (anche di Nadal, ma Nadal fu precoce). Federer ha continuato a vincere per due decadi in un tennis che cambiava verso l’attuale: cioè verso Nadal e Djokovic e lontano da lui.