Il silenzio stampa di giornali e TV per lo sciopero indetto dai giornalisti è l’occasione propizia per una riflessione sul ruolo di questa professione in Italia, oggi.  Sono profondamente convinto che la professione di giornalista sia essenziale in una democrazia liberale. Non tutti i cittadini hanno infatti le competenze e il tempo per approfondire temi di politica economica, sociali, culturali, ecc. per potersi fare una propria opinione fondata su dati e fatti. Il giornalista dovrebbe avere appunto il compito di mettere al servizio del cittadino le proprie competenze e il proprio tempo. Il suo ruolo più nobile è quello di fungere da “cane da guardia” rispetto alle tentazioni di abuso del potere sia politico che economico, ma anche della demagogia, della propaganda ideologica, della disinformazione voluta così come di tutte le manipolazioni dell’opinione pubblica per finalità politiche, economiche e commerciali. Quanti giornalisti in Italia hanno le capacità e la libertà di poter svolgere questa funzione all’interno delle loro redazioni e con editori che garantiscano l’indipendenza di questa funzione? Pochissimi. Gli editori, più che guardiani del Potere, sembrano preferire il ruolo di sentirsi un pezzo del Potere, tacendo su cose che avrebbero il dovere professionale di denunciare o rivolgendo in modo unidirezionale tale attività per interessi politici o economici di parte. I “fatti separati dalle opinioni” si applicano agli avversari e si interpretano benevolmente per i propri amici. Penso che la crisi dell’informazione in Italia sia dovuta a questo e la prova è che quelle testate nel mondo che hanno tenuto fede alla loro missione originaria non soffrono la crisi italiana. Il giornalista non deve porgere il microfono all’esponente del potere politico o economico che non ha nulla di intelligente o di vero da dire, non può legittimarlo. Il bravo giornalista è quello cui questi personaggi si negano, perché fanno interviste non concordate e domande scomode. E negandosi dovrebbero sparire dal dibattito pubblico, non trovando altri giornalisti più accondiscendenti. Conseguenze di questo stato di cose e che la parte più evoluta dell’opinione pubblica e tanti giovani tra questi, hanno imparato a cercare autonomamente tramite il web il modo di crearsi una propria opinione selezionando podcast, opinion leader, docenti e manager illuminati più che influencer capaci col sensazionalismo e con la banalità dei loro interventi di raccogliere like e follower. Siamo un Paese che ha imboccato la via del declino, abbiamo un debito pubblico mostruoso che è servito dagli anni ‘80 solo a creare consenso elettorale a spese degli italiani che ancora dovevano nascere, abbiamo un welfare insostenibile per l’invecchiamento della popolazione e il tasso di natalità, stiamo stupidamente conservando le piccole posizioni di abusi sprechi e privilegi che tutte le classi sociali hanno potuto scambiare in questi decenni con le diverse classi politiche, contando su ciò che resta della ricchezza accumulata negli anni del boom economico e sull’ultima pensione dell’ultimo nonno, magari conservato nel freezer. Finiti questi soldi, se non si inverte la direzione, c’è solo il baratro, l’irrilevanza politica ed economica in un contesto di nazioni che continuano a progredire. Non sarebbe questo il tema dei temi del giornalismo italiano? Eppure stampa e TV preferiscono fungere da strumenti di distrazione di massa raccontando narrazioni ideologiche fuorvianti non basate sui fatti e sulla realtà. Eppure c’è chi hai idee chiare su quello che si potrebbe fare per invertire la deriva del Paese, ma nessun giornalista e nessun editore si sogna di dar loro voce per un utile, anche se doloroso e anche drammatico confronto sulle cose che andrebbero fatte, ora! (Continua)
Se sei un giovane con un minimo di talento, hai due possibilità: o emigrare per valorizzare altrove i tuoi talenti oppure prendere in mano democraticamente la situazione perché mentre il futuro è l’ultimo dei problemi di una popolazione a maggioranza di anziani, per chi ha 20-30 anni oggi il futuro è invece dove si dovrà vivere con le sempre più lunghe aspettative di vita che la scienza e la tecnologia ci consentono.
Il silenzio stampa di giornali e TV per lo sciopero indetto dai giornalisti è l’occasione propizia per una riflessione sul ruolo di questa professione in Italia, oggi.  Sono profondamente convinto che la professione di giornalista sia essenziale in una democrazia liberale. Non tutti i cittadini hanno infatti le competenze e il tempo per approfondire temi di politica economica, sociali, culturali, ecc. per potersi fare una propria opinione fondata su dati e fatti. Il giornalista dovrebbe avere appunto il compito di mettere al servizio del cittadino le proprie competenze e il proprio tempo. Il suo ruolo più nobile è quello di fungere da “cane da guardia” rispetto alle tentazioni di abuso del potere sia politico che economico, ma anche della demagogia, della propaganda ideologica, della disinformazione voluta così come di tutte le manipolazioni dell’opinione pubblica per finalità politiche, economiche e commerciali. Quanti giornalisti in Italia hanno le capacità e la libertà di poter svolgere questa funzione all’interno delle loro redazioni e con editori che garantiscano l’indipendenza di questa funzione? Pochissimi. Gli editori, più che guardiani del Potere, sembrano preferire il ruolo di sentirsi un pezzo del Potere, tacendo su cose che avrebbero il dovere professionale di denunciare o rivolgendo in modo unidirezionale tale attività per interessi politici o economici di parte. I “fatti separati dalle opinioni” si applicano agli avversari e si interpretano benevolmente per i propri amici. Penso che la crisi dell’informazione in Italia sia dovuta a questo e la prova è che quelle testate nel mondo che hanno tenuto fede alla loro missione originaria non soffrono la crisi italiana. Il giornalista non deve porgere il microfono all’esponente del potere politico o economico che non ha nulla di intelligente o di vero da dire, non può legittimarlo. Il bravo giornalista è quello cui questi personaggi si negano, perché fanno interviste non concordate e domande scomode. E negandosi dovrebbero sparire dal dibattito pubblico, non trovando altri giornalisti più accondiscendenti. Conseguenze di questo stato di cose e che la parte più evoluta dell’opinione pubblica e tanti giovani tra questi, hanno imparato a cercare autonomamente tramite il web il modo di crearsi una propria opinione selezionando podcast, opinion leader, docenti e manager illuminati più che influencer capaci col sensazionalismo e con la banalità dei loro interventi di raccogliere like e follower. Siamo un Paese che ha imboccato la via del declino, abbiamo un debito pubblico mostruoso che è servito dagli anni ‘80 solo a creare consenso elettorale a spese degli italiani che ancora dovevano nascere, abbiamo un welfare insostenibile per l’invecchiamento della popolazione e il tasso di natalità, stiamo stupidamente conservando le piccole posizioni di abusi sprechi e privilegi che tutte le classi sociali hanno potuto scambiare in questi decenni con le diverse classi politiche, contando su ciò che resta della ricchezza accumulata negli anni del boom economico e sull’ultima pensione dell’ultimo nonno, magari conservato nel freezer. Finiti questi soldi, se non si inverte la direzione, c’è solo il baratro, l’irrilevanza politica ed economica in un contesto di nazioni che continuano a progredire. Non sarebbe questo il tema dei temi del giornalismo italiano? Eppure stampa e TV preferiscono fungere da strumenti di distrazione di massa raccontando narrazioni ideologiche fuorvianti non basate sui fatti e sulla realtà. Eppure c’è chi hai idee chiare su quello che si potrebbe fare per invertire la deriva del Paese, ma nessun giornalista e nessun editore si sogna di dar loro voce per un utile, anche se doloroso e anche drammatico confronto sulle cose che andrebbero fatte, ora! (Continua)
In un mondo dove per secoli si pensava che la torta della ricchezza fosse delimitata e che se ne desideravi una fetta maggiore, non potevi che toglierla al tuo vicino, la sinergia tra rivoluzione scientifica e capitalismo ha dimostrato che quella torta poteva invece crescere a dismisura e che il vicino si poteva pure lasciare in pace, battendolo semmai sul piano della competizione economica.
Di qua e di là dell’oceano, il cosiddetto fronte progressista mostra gli stessi vizi: intanto la presunzione di essere migliori che potrebbe avere senso in una aristocrazia, ma non certo in una democrazia. E la presunzione di essere migliori e quindi di aver quasi un diritto privilegiato a governare, porta a cercare di intestarsi le battaglie civili più belle invece di rispondere a quanto più sommessamente chiede l’elettorato che si vorrebbe rappresentare.
Abbiamo accumulato dagli anni ‘80 3000 miliardi di debito pubblico, paghiamo più di 80 miliardi l’anno di interessi, ma non ricordiamo infrastrutture materiali o anche immateriali che quel debito avrebbe dovuto finanziare. È stato solo costruito consenso elettorale, a debito, facendone poi pagare il costo alle generazioni future. Un crimine intergenerazionale di cui i nostri ragazzi non sono consapevoli.
Vuoi avere il consenso politico in questa situazione? Mantieni lo status quo: non riformare nulla. L’Italia è un groviglio di abusi, sprechi e privilegi consolidatisi nei decenni e alla fine sostenuti da quel che resta della ricchezza accumulata negli anni del boom economico: 5-6000 miliardi di ricchezza delle famiglie. Finiti questi soldi, assieme alla pensioni dei nonni passati a miglior vita, il sistema italia collasserà perché il suo declino è già scritto.
Per i giovani, con un minimo di talento, le alternative sono solo due: andare via o prendere in mano la situazione. Il problema è che, in un paese di vecchi, il futuro è l’ultimo dei problemi. Serve il coraggio di fare scelte con la promessa della gallina domani, più che dell’uovo oggi.
La rivoluzione digitale in atto può consentire al nostro sistema economico e a quello dei servizi pubblici e privati un grande salto di produttività. Serve studiare matematica, fisica, informatica, neuroscienze, biologia, ecc. per assecondare questo processo. L’energia nucleare e quella basata sulla fusione possono garantire fonti energetiche illimitate e, soprattutto con la fusione, a costi e rischi contenuti.
La fisica quantistica, con le sue applicazioni sempre più diffuse e la sua logica così controintuitiva rispetto alla fisica classica, contribuirà a comprendere le cause e i possibili rimedi a sfide come il cambiamento climatico. Il futuro incute ansia e timore  semplicemente perché, a differenza del passato, non ne abbiamo esperienza, ma è proprio l’esperienza che ci insegna che la tendenza di lungo termine sia sempre stata, se restiamo razionali, quella di trovare nuove soluzioni e di migliorare le nostre condizioni di vita.
LA CLASSE MEDIA SOFFRE.
E non solo in Italia. É un grosso problema per il ruolo portante che copre nelle società e perché la sua perdita di fiducia nel futuro la espone a tentazioni demagogiche. Da decenni il benessere conosciuto si va ridimensionando fino ai limiti della sostenibilità. Come intervenire? La soluzione demagogica sembra facile: aumentare gli stipendi, aumentare le tasse sui più ricchi e magari una patrimoniale. Non sono un economista, ma per quel poco che ne capisco, se si aumentano gli stipendi mentre la produttività rimane ferma, così com’è da trent’anni, ogni aumento nominale di potere d’acquisto viene poi neutralizzato dall’unica imposta che non conosce evasori: l’inflazione. Quindi la domanda giusta che dovremmo porci oggi è: come si fa a sbloccare in Italia quella produttività che consenta di remunerare meglio il lavoro? La soluzione è evidente al di fuori dei nostri confini. Fino a due decenni fa i PIL di USA ed Europa erano allineati. Oggi quello USA è superiore di almeno un 50% di quello europeo, grazie ad imprese che vent’anni fa neanche esistevano o muovevano i primi passi, tutte caratterizzate da innovazioni tecnologiche.  Ne siamo diventati clienti entusiasti (Amazon, Meta, Google, Netflix, AirBNB, ecc.) senza mai domandarci seriamente se eravamo capaci di realizzare qualcosa di simile. La breve storia del XXI secolo è presto detta: gli USA innovano, la Cina copia e l’Europa regolamenta. Veniamo attraversati da una rivoluzione tecnologica come l’intelligenza artificiale, ma siamo capaci soprattutto di organizzare convegni non tanto su come questa innovazione possa aiutarci a migliorare le condizioni di vita e a essere più produttivi, ma solo a immaginare quali potenziali rischi potrà arrecare. Non si lascia mai correre il cavallo per poi imbrigliarlo, ma lo si tiene chiuso nella stalla per evitare rischi. Non è una visione lungimirante. Nel frattempo, continuiamo a mitizzare la presunta superiorità degli studi classici che “aiutano a ragionare” come se la capacità di programmare fosse di minore aiuto, ma soprattutto non riconoscendo che a forza di guardare indietro, perdiamo la capacità di guardare avanti mentre dall’altra parte dell’oceano ci sono già due società concorrenti, capaci di abbattere enormemente il costo dei voli spaziali e di collegare in quelli sub-orbitali due qualunque punti del globo in meno di due ore.
C’è poi un altro grande ostacolo mentale che ci blocca: un diffuso sentimento anti-mercato e antioccidentale, ereditato dalla cultura di matrice marxista che ha condizionato, per tanti decenni, quella europea. Con realismo ed onestà intellettuale, non si può non ammettere che l’economia di mercato non sarà certo il più perfetto sistema di governo dell’economia, ma ad oggi è sicuramente preferibile a tutte le altre alternative sperimentate, a cominciare dal socialismo reale. Gli orfani di quell’utopia, persa la battaglia sul terreno economico, hanno reindirizzato la loro lotta nell’ambientalismo radicale, nel terzomondismo e nel pacifismo a senso unico.  Il nemico è il sistema di valori occidentali incentrati sulle libertà e i diritti delle democrazie liberali. C’eravamo illusi con la globalizzazione di poterli esportare assieme alle merci, ma c’è un mondo (Cina, Russia, Iran) che non solo detesta questi valori, ma ritiene i propri regimi autoritari più adatti ai tempi. Eppure, se siamo diventati 8 miliardi con indicatori fondamentali in miglioramento come le aspettative di vita alla nascita, la qualità della dieta, l’istruzione, ecc., lo dobbiamo solo all’agronomia occidentale, alla medicina occidentale, alle tecnologie occidentali, al sistema di diritti occidentali. Troppa gente da noi sputa sul piatto delle libertà di cui gode e nel furore ideologico, decontestualizzando personaggi e fatti storici, abbatte le statue di navigatori e politici del passato giudicati attraverso gli eccessi della cultura Woke. (Continua)
CI SI CANDIDA PER SERVIRE LA COSA PUBBLICA O PER SERVIRSENE?
L’impegno politico dovrebbe essere un servizio civile: si mettono a disposizione della società competenze e passione, per un periodo comunque delimitato, ricavandone visibilità o, nel migliore dei casi, l’intitolazione di una strada, in riconoscimento di un’azione politica o amministrativa degna di passare alla Storia.
E perché tale servizio non decada in mestiere, ricco di incentivi devianti, e per consentire comunque a tutti l’accesso alle cariche pubbliche, la remunerazione dovrebbe essere così organizzata: oltre un certo reddito é a titolo gratuito, salvo il rimborso delle spese inerenti le funzioni, mentre per tutti gli altri casi, a presentazione della dichiarazione dei redditi, ne verrà garantita la continuità, per la durata dell’incarico pubblico, nella stessa misura, oltre i citati rimborsi spese. La politica non deve più rappresentare, per individui senza arte né parte, una ghiotta occasione per campare, per trarre profitti illeciti dall’intermediazione di risorse pubbliche o per scambiare utilità di ogni genere. Le risorse pubbliche provengono dal lavoro e dal patrimonio dei contribuenti e meritano il dovuto rispetto, non possono essere utilizzate per finanziare abusi, sprechi e privilegi.
Serve la massima trasparenza amministrativa che consenta a chiunque di verificare chi è stato pagato, quanto, per che cosa e soprattutto con quali risultati con risorse pubbliche: problemi di privacy? Non è obbligatorio lavorare per il settore pubblico, c’è sempre quello privato, se se ne hanno le capacità.
La Regione Siciliana è da sempre stata generosissima nel remunerare politici e alti burocrati. Qual è stato il risultato? Perpetuare un eterno sottosviluppo, mantenere nel bisogno vasti strati della popolazione perché, se non fossero nel bisogno, che bisogno avrebbero di farsi rappresentare da certi politici?
Ricordo super burocrati pagati con cifre astronomiche: come mai quando hanno cessato l’incarico i cacciatori di teste non hanno sgomitato per accaparrarsi le loro profumatamente pagate competenze? Purtroppo, ciò che in altri contesti civili (pensiamo all’estero) produrrebbe indignazione, qui produce al massimo invidia perché si vorrebbe essere al posto di quei privilegiati.
La follia per Einstein si manifesta nel ripetere gli stessi comportamenti, aspettandosi risultati diversi. Ne dobbiamo guarire, una volta per tutte!
Le posizioni politiche dovrebbero avere sempre due caratteristiche: la prima è basarsi sui fatti, la seconda è essere spiegate bene.
Noi del @Partito_Libdem lo abbiamo fatto sulla questione più complicata possibile: in questo video vi spieghiamo perché - sul conflitto israelo-palestinese - non ci siamo accodati all’opinione prevalente.
Buona visione, e buon confronto con noi se volete.
Un 23enne turco ha conosciuto solo Erdogan in vita sua. Nient'altro.
Un 26enne russo solo Putin. E uno venezuelano solo Chavez/Maduro.
Un 46enne iraniano solo Khomeini/Khamenei.
Un 77enne nord coreano solo un Kim.
Rifletteteci, quando banalizzate la democrazia.
E I REDDITI BASSI ? (Sequel del post precedente).
Sui redditi bassi il fisco non c’entra più niente.
Chi guadagna 1.000, 1.200, persino ormai 1.500 euro al mese non paga quasi più niente di IRPEF (paga semmai i contributi previdenziali per la sua pensione futura).
Il problema dei redditi bassi non è che è basso il netto, MA CHE E’ BASSO IL LORDO.
E come si aumenta il lordo?
In un solo modo: aumentando la produttività.
E come si aumenta la produttività?
In tanti modi, tra cui:
1) azzerando la tassazione sui premi di produttività.
2) riformando la contrattazione collettiva, privilegiando quella territoriale, i cui aumenti retributivi devono essere tassati zero.
3) finendola di decantare le doti del “piccolo è bello”: aziende piccolissime non potranno mai pagare salari elevati. Serve allora incentivare le fusioni di micro-imprese, azzerando le tasse per chi si fonde e eliminando gli ostacoli normativi (come fece il Jobs Act).
4) finendola di decantare le doti dei “settori tradizionali”: i settori tradizionali, soprattutto quelli a basso valore aggiunto, faranno sempre fatica a pagare salari elevati. Bisogna smetterla di tenere in vita artificialmente - magari con soldi pubblici - aziende decotte, e incentivare la mobilia dei lavoratori, gli investimenti nei settori innovativi, la semplificazione delle procedure e dei regolamenti.
DITEMI SE HO CAPITO BENE
Il governo ha il 68% di una banca commerciale che, in precedenza, era stata portata sull’orlo del fallimento dalla troppa vicinanza alla politica e alle sue logiche.
Man mano che viene risanata (coi soldi dei contribuenti), il governo - pur rimanendo azionista di riferimento - cede gran parte della sua quota, che viene parzialmente utilizzata per far salire la quota azionaria di Tizio e Caio (che insieme hanno il 15%).
Tizio e Caio sono anche azionisti (insieme, al 25%) della prima e unica Investment bank del paese. La quale è azionista di riferimento (col 13%) della prima compagnia assicurativa del paese. Di cui Tizio e Caio detengono, insieme, un altro 17%.
A questo punto la banca commerciale da cui tutto è partito, annuncia un tentativo di acquisizione ostile verso la banca di investimento.
Per, dice, creare sinergie.
Quali sinergie ci siano tra una banca commerciale e una di investimento immagino ce lo spiegheranno con maggiore calma; senza contare che dopo la crisi del 2008, populisti e sovranisti - compresi quelli al governo ora - ci hanno gonfiato per anni l’apparato riproduttivo dicendo che andava assolutamente fatta una netta separazione tra banche di investimento e banche commerciali.
In ogni caso, al di là delle sinergie, se l’operazione avrà successo Tizio e Caio - e lo Stato, che al momento è azionista di riferimento della banca commerciale - prenderanno il controllo assoluto della prima e unica banca di investimento del paese e, praticamente, della più grande compagnia assicurativa.
Poi uno storce pure il naso quando si grida Afuera, eh.
[🧵] Il Partito popolare europeo (@EPP) rottama il dirigismo climatico per abbracciare una politica razionale e basata sul mercato? E’ presto per dirlo ma la dichiarazione approvata a Berlino nei giorni scorsi è lucida e innovativa. Vediamo cosa dice 1/n
«Cecilia cerca di essere un soldato, cerco di esserlo io. Però le condizioni carcerarie per una ragazza di 29 anni che non ha compiuto nulla devono essere quelle che non possano segnarla per tutta la vita. Cecilia è un’eccellenza italiana, non lo sono solo il vino e i cotechini». (Elisabetta Vernoni, mamma di Cecilia Sala, al termine dell’incontro con la premier Giorgia Meloni)
La civiltà occidentale è un'idea che vale la pena difendere.
Niall Ferguson definisce la nascita della civiltà occidentale come "il fenomeno storico più importante del II millennio".
Ed ecco le 6 ragioni per cui l'Occidente ha inventato il mondo moderno, secondo Ferguson.
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Pareggio di bilancio e crollo dell’inflazione. Dopo nove mesi di tagli e austerity Milei resta popolare in Argentina. L'articolo di Luciano Capone è nel Foglio del weekend
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