@AGDugin Da italiana la ringrazio molto e la penso esattamente come lei. Questa lotta è prima di tutto spirituale. L'unico Re è Cristo. A Lui dobbiamo sottometterci e pregare la Sua santa Madre che interceda per noi. Che il Signore abbia pietà di noi tutti. Grazie.
Italia is the hope of the world. Italia, Italia, Italia. There is nothing so beautiful and so wonderful as Italia. Please, save it! Europe is going dawn and dawn, please, save Italia!
En julio de 1938, Benito Mussolini tenía preparado un desfile propagandístico para coronar a Gino Bartali como el estandarte atlético del fascismo italiano tras conquistar el Tour de Francia.
El dictador exigía que el campeón dedicara el maillot amarillo a la gloria del régimen; Bartali, católico inquebrantable apodado "Gino el Piadoso", se negó en público a hacer el saludo fascista y llevó el ramo de flores directamente al altar de la Virgen en la catedral de Notre-Dame de París.
Desde aquel desplante, la policía secreta lo catalogó como una figura incómoda, pero su estatus de ídolo popular obligó al poder a tolerar su presencia.
Cinco años después, en septiembre de 1943, la Alemania nazi ocupó el norte de Italia e inició la cacería y deportación sistemática de la población judía. Fue entonces cuando el cardenal de Florencia, Elia Dalla Costa, lo convocó a una reunión a puerta cerrada.
La Iglesia y la red clandestina DELASEM ocultaban una imprenta secreta en el convento de San Quirico en Asís, donde falsificaban identidades para cientos de familias en peligro. Solo faltaba un eslabón: alguien con la capacidad pulmonar de devorar montañas en solitario.
Bartali solicitó un salvoconducto oficial alegando que debía pedalear cientos de kilómetros para no perder el fondo físico de cara a la posguerra. En jornadas infernales de hasta 380 kilómetros de ida y vuelta sobre carreteras bombardeadas, cruzaba los Apeninos entre Florencia, Asís y Roma.
Dentro del tubo del sillín, la tija y el manillar hueco de su bicicleta Legnano de carreras, viajaban enrolladas las fotografías de los refugiados y los pasaportes falsificados que les abrirían la frontera hacia la libertad.
Salía a la carretera con su maillot de competición con su apellido bordado en el pecho para que los centinelas lo reconocieran a la distancia. Cuando las patrullas de las SS y las Camisas Negras le ordenaban detenerse en los retenes, Gino se bajaba con frialdad de hielo, les firmaba autógrafos a los soldados y les soltaba una advertencia técnica demoledora: "Por favor, tengan mucho cuidado y no toquen la bicicleta; está calibrada al milímetro para mis carreras. Si mueven las piezas, arruinarán meses de entrenamiento".
Intimidados ante la leyenda nacional y temerosos de desajustar una máquina de élite, los guardias se limitaban a registrarle los bolsillos y lo dejaban continuar con decenas de vidas ocultas en el metal.
Su compromiso no se detuvo en el asfalto. En Florencia escondió a la familia judía Goldenberg en un sótano de su propiedad en Via del Bandino, alimentándolos en secreto durante los meses más crudos de la guerra.
En julio de 1944 fue arrestado por la sanguinaria Banda Carità y conducido a Villa Triste, un cuartel de torturas donde fue interrogado durante tres días bajo amenaza de muerte. No delató a nadie ni dio un solo nombre; las gestiones del cardenal y el pánico de las autoridades a una insurrección popular forzaron su liberación.
Gracias a sus viajes, más de 800 personas escaparon de los campos de exterminio. En 1948, con treinta y cuatro años, volvió a ganar el Tour de Francia, pero jamás escribió un libro sobre su pasado bélico ni utilizó su heroísmo para cobrar favores políticos.
Cuando su hijo Andrea descubrió su secreto décadas después, Gino le exigió guardar silencio absoluto con una frase lapidaria: "El bien se hace, pero no se dice. Y ciertas medallas se cuelgan en el alma, no en la chaqueta".
Murió en el año 2000; trece años después, el memorial de Yad Vashem lo declaró Justo entre las Naciones, confirmando que las piernas que ganaron el Tour pedalearon, sobre todo, para derrotar al horror.
#shoa
Stamattina presto, andando a terapia ,pensavo all'alba. A quanto sia bella e a quanto spesso ci dimentichiamo persino di guardarla.
I primi colori che accarezzano le case, il mondo che si risveglia piano, come se la notte ci avesse restituito qualcosa di prezioso. Prima del mio ricovero, probabilmente, avrei guardato tutto questo con occhi diversi o forse avrei semplicemente tirato avanti con le mie cose, pensando a quello che dovevo fare, alle preoccupazioni, agli impegni, a tutto ciò che nella vita sembra sempre urgente. Poi mi sono ritrovato in ospedale e lì, tra le paure, l'attesa e l'incertezza, ho imparato a guardare le cose più semplici con occhi nuovi.
L'arrivo dell'alba aveva un significato diverso. Vedere la luce del mattino arrivare lentamente era una piccola gioia, un momento di pace in giornate in cui la mente era piena di domande e il futuro sembrava improvvisamente meno scontato e ho cominciato a pensare a quante cose meravigliose possediamo senza rendercene conto. La fortuna di svegliarsi nel proprio letto, di alzarsi, camminare, aprire una finestra, respirare l'aria del mattino, di prepararsi un caffè e sentirne il profumo, di scaldarsi le mani attorno a una tisana, di fare colazione senza pensare a quanto sia prezioso poterlo fare in salute. La fortuna di poter abbracciare una persona cara, di ascoltare la voce di chi amiamo, di uscire di casa e sentire il sole sul viso.
Sono gesti così normali che quasi non li vediamo più. Eppure, per qualcuno, proprio quelle piccole cose rappresentano un desiderio, una mancanza, qualcosa che vorrebbe soltanto poter tornare a fare. Non serve necessariamente attraversare la malattia per capirlo, non dovremmo essere costretti ad avere paura di perdere qualcosa per scoprirne il valore. Non voglio nemmeno dire che basti guardare un'alba per dimenticare i problemi perchè ci sono dolori che non scompaiono con la luce del giorno, preoccupazioni che ci accompagnano anche quando il cielo è limpido e momenti in cui trovare la forza di andare avanti sembra difficilissimo. Ma forse, anche in quei momenti, possiamo provare a concederci un piccolo istante di pace. La vita non è fatta soltanto dei grandi traguardi che inseguiamo, dei sogni che vorremmo realizzare o dei giorni perfetti che continuiamo ad aspettare.
La vita è anche quel caffè bevuto in silenzio quando tutti dormono, è una mano che stringe la nostra senza bisogno di parole, è una telefonata inaspettata, una risata che ci sorprende, una carezza, il cielo che cambia colore mentre il mondo ricomincia a muoversi. La felicità non è sempre qualcosa che dobbiamo conquistare. A volte è qualcosa che abbiamo già davanti agli occhi, ma che la fretta, le paure e le abitudini ci impediscono di vedere.
Se c'è una cosa che vorrei portare con me da questa esperienza è proprio questa. Imparare a non dare per scontato il dono di esserci. Non aspettare un giorno speciale per essere grato, non rimandare un abbraccio, una parola gentile, una visita a qualcuno a cui vogliamo bene, non lasciare che le preoccupazioni per il domani ci rubino completamente la bellezza di ciò che abbiamo oggi.
Non tutte le albe portano con sé risposte ma ognuna ci ricorda che ci è stata data un'altra giornata da vivere e oggi vorrei augurare a tutti una cosa semplice. Non aspettate che la vita vi tolga qualcosa per accorgervi di quanto fosse preziosa. Da quando ho conosciuto la paura di non poter più vivere certi momenti, ho capito che svegliarsi, vedere sorgere il sole e avere davanti un altro giorno non è una cosa qualunque. È una fortuna immensa. E vorrei non dimenticarlo mai più.
Ringrazio dal profondo del cuore ognuno di voi. Mi avete commosso.
Forse Roberto non aveva nessuno che avrebbe pregato per lui.
E invece in tantissimi lo avete fatto e lo state facendo.
Grazie infinite
Che Dio benedica ciascuno di voi
Cristo non ha detto: Io sono la comodità. Cristo ha detto: Io sono la verità. La comodità ti spinge a venire a patti con le ombre, con la menzogna. La verità ti mette a nudo, ti interroga, ti spinge a riconoscere le tue ferite. Ma proprio per questo ti aiuta a curare i tuoi mali.
Dio conosce ogni lacrima, ogni ferita e ogni battaglia silenziosa. ❤️
Anche quando il mondo ci dimentica, Lui non lo fa mai.
Ai Suoi occhi siamo preziosi e amati. 🙏✨
Non dimenticarlo mai! ❤️
📍Questa non è solo una fotografia.
È un addio che non ha bisogno di parole, una promessa custodita in silenzio fino all’ultimo respiro. È l’immagine di un amore che non fa rumore, ma che resiste a tutto: alla paura, alla solitudine,persino alla morte.
Lei si chiamava Ndakasi.⬇️
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