Vannacci mi risponde e propone di fare le cose a metà: non riesce a fare la Maratona intera. A forza di flirtare con Salvini e Tajani mi sa che si è rammollito pure il Generale
Alla fine non è neanche una questione di compagnia. Perché la compagnia, in realtà, piace. Eccome se piace.
Per mesi Giorgia Meloni si è mossa con una certa fierezza dentro quel perimetro lì: Donald Trump, J.D. Vance, Viktor Orbán. Non un inciampo, non un equivoco, ma una scelta politica. Rivendicata, coltivata, esibita. Un tempo sarebbe bastato un elogio di J.D. Vance per finire immediatamente su tutti i suoi social, rilanciato con orgoglio, quasi esibito come una medaglia. Oggi no. Oggi quello stesso elogio si maneggia con più cautela, si nasconde, si lascia scivolare via. Non perché sia cambiato il giudizio. Perché è cambiato il momento.
Altro che imbarazzo.
L’imbarazzo, semmai, è arrivato dopo. Quando i sondaggi hanno cominciato a raccontare un’altra storia. Quando Donald Trump ha iniziato a scendere, a perdere terreno, a diventare meno spendibile come santino internazionale. E allora improvvisamente quella stessa compagnia, così orgogliosamente frequentata, è diventata un filo più ingombrante. Non sbagliata, ingombrante.
Tant’è che i leader di Fratelli d’Italia hanno smesso di parlare di Viktor Orbán ed elezioni ungheresi.
È una differenza sottile ma decisiva.
Perché non c’è stato nessun ripensamento politico, nessuna presa di distanza sui contenuti, nessun “abbiamo sbagliato strada”. C’è stato, al massimo, un aggiustamento di tono. Una limatura. Un passo di lato. Come chi in una foto di gruppo prova a mettersi leggermente defilato quando capisce che qualcuno accanto sta venendo male.
Il punto è tutto qui: non è cambiata la direzione, è cambiata la convenienza.
E allora sì, un po’ di imbarazzo viene. Ma non per la qualità della compagnia, per il suo rendimento elettorale.
Viene quando capisci che il tuo Paese viene raccontato all’estero come parte di quel blocco lì. Viene quando il consenso che ricevi non è quello delle democrazie solide, ma di chi con la democrazia ci gioca come fosse un elastico: lo tira, lo torce, ma senza mai spezzarlo del tutto, giusto per poter dire che esiste ancora.
Nel frattempo, però, il mondo va avanti. E manda segnali piuttosto chiari.
In Canada, in Australia, l’onda lunga del trumpismo, o delle sue versioni locali, si è infranta contro un dato semplice: quando gli elettori devono scegliere tra il rumore e la normalità, a volte scelgono la normalità. Senza effetti speciali, senza muscoli esibiti, senza guerre quotidiane contro tutto e tutti.
È un fatto politico, prima ancora che geografico.
Ed è per questo che quello che accade in Ungheria conta. Perché lì, dove Viktor Orbán governa da anni come se fosse l’unico interprete possibile della volontà popolare, qualcosa si sta muovendo. E una figura come Péter Magyar prova a rompere un equilibrio che sembrava intoccabile.
Non è ancora un’alternativa compiuta. Ma è già una crepa.
E le crepe, in politica, fanno paura più delle sconfitte.
Perché raccontano che nulla è inevitabile. Nemmeno certe compagnie. Nemmeno certe fedeltà.
E magari, prima o poi, anche da queste parti qualcuno capirà che non è il momento di fare un passo di lato nella foto.
È il momento di cambiare proprio fotografia.
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Letta "Stiamo entrando in una fase nuova caratterizzata da bipolarismo estremo:non c’è posizione intermedia che possa fare qualcosa di utile" Questa affermazione è davvero grave, sta a dimostrare la sua ossessione per Renzi ma anche per Calenda e nega la possibilità di un centro.
È un tratto distintivo dell’identità europea. Essere liberali e cristiani implica essere garantisti, e tutti insieme questi principi sono l’espressione dell’unicità di Forza Italia.
#Conte attacca Italia Viva. In che modo? Confrontando Afghanistan e Arabia Saudita. Il che implica che
non conosce minimamente i due Paesi e quindi le rispettive differenze .