La predestinazione è un discorso complesso, che per definizione significa unione di più componenti.
Parte da lontano, è fatta di luoghi, nomi, simboli.
La città natale, dove si svolge il gran premio più famoso del mondo, poi un paesino nel sud della Francia, dove un circuito di kart diventa il parco giochi di due ragazzini, uno più grande e uno più piccolo, agli inizi della loro avventura.
E poi il sogno, separato con un cancello dal resto del mondo, annidato in un piccolo paese poco sotto Modena.
Luoghi.
Jules Bianchi è al di là del cancello, mentre un amico aspetta dall’altro lato, come uno tra tanti, a due metri da uno dei pochi.
“Lavora sodo e anche tu un giorno potrai entrare”.
Ma i sogni costano fatica, il lavoro non basta, così come il talento, così come le risorse, nemmeno con un padre come Hervé, ben avviato nel mondo del motorsport.
Hervé che dà tutto, anche di più, ma che non vedrà mai il figlio varcare quel cancello vestito di rosso. C’è solo una bugia, detta a fin di bene, che resta sospesa finché quel giorno non arriva davvero, fin quando il ragazzo di Monaco, preso anni prima per mano da Nicolas Todt su richiesta di Bianchi, diventa un pilota di Maranello.
Nomi.
Il bambino destinato a essere un pilota Ferrari oggi veste la tuta rossa.
Spesso si batte la mano sul petto e indica il simbolo del Cavallino.
Lo fa quando vince, lo fa anche quando perde.
Lo avrebbe amato chi a questo sogno chiamato Ferrari ha dato vita, un colore, uno stemma, un’eredità, che si innamorò di un giovane canadese tutto cuore, perfetto portatore di quell’eredità preziosa di cui lui, oggi, sembra aver raccolto l’invisibile testimone.
È impossibile da non notare, quando in ogni angolo del mondo la gente si spella le mani, incita fino all’ossesso, urla e canta il suo nome, affidandogli onore e onere di portare il sogno in alto, davanti a tutti.
Simboli.
Charles Leclerc è un predestinato.
Uno destinato prima.
Destinato alla Ferrari, alla gloria del Cavallino.
Al tifo sfrenato e ossessivo, alla pressione asfissiante e ad aspettative che, quando le cose non vanno, diventano mazzate su una schiena che non può mai piegarsi.
Non l’ha mai fatto Charles, anche all’interno di un percorso accidentato, fatto di delusioni e sconfitte.
Perché c’è un solo sogno, intatto tra le mani, e nient’altro sembra importare, oggi che indossa la tuta rossa.
Oggi che sono ventisette candeline e che quel sogno è ancora lì, enorme, cristallizzato. Il bambino di Monaco è impaziente, ma l’uomo di Maranello misura i passi che lo separano dalla meta, senza mai guardarsi indietro.
I sogni non hanno scadenza.
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