Sai perché le persone non riconoscono quello che fai per loro?
Perché la prima volta che tu fai qualcosa per qualcuno tu generi in lui la gratitudine.
La seconda volta che tu fai o dai a qualcuno generi l’anticipazione.
La persona si aspetta di ricevere di nuovo.
La terza volta hai già generato un’aspettativa.
La persona si aspetta di ricevere ancora quello che gli avevi dato.
La quarta volta tu generi un merito.
La persona sente di meritare quello che gli stai dando e vuole continuare a ricevere.
La quinta volta hai già creato una dipendenza.
Quella persona sente di non vivere più bene senza quello che tu gli stai dando.
É già viziata.
La sesta volta percepisci che non c’è reciprocità, tu non ricevi nulla in cambio e smetti di dare.
E allora la persona viziata che tu hai creato è risentita con te perché gli stai negando quello di cui ha tanto bisogno e allora finisce per odiarti, perché hai smesso di dare quello che tu gli hai fatto credere di meritare.
Per questo bisogna sapere qual è il limite nel dare.
Perché l’altro non conosce limiti nel ricevere.
All'esame di Fisica, ad uno studente venne chiesto di esporre un metodo per determinare l'altezza di un edificio con l'ausilio di un barometro.
Dopo una breve riflessione, lo studente rispose:
"Porto il barometro sul tetto, lo attacco ad un filo, lo calo fino a terra, lo riporto su e misuro la lunghezza del filo che sarà uguale all'altezza del palazzo".
"Perfetto, tutto corretto" rispose il professore.
"Ma questa risposta non evidenzia alcuna conoscenza della fisica.
Mi presenti un altro metodo".
"D'accordo.
Allora porto il barometro in cima all'edificio e lo lasciò cadere. Misurando il tempo di caduta e utilizzando la legge oraria del moto di caduta libera dei gravi, s=1/2gt^2 (trascuro la resistenza dell'aria), ricavo lo spazio percorso dall'oggetto e, quindi, l'altezza dell'edificio".
"Ah, e lei mi distrugge in questo modo un barometro?
Metta il caso che lei abbia tra le mani un prezioso e raro barometro dell'Ottocento...".
"Allora, salgo sul tetto, lego il barometro all'estremità di una corda e lo faccio oscillare come un pendolo.
Dal periodo di oscillazione del pendolo (che, nel caso di piccole oscillazioni, dipende solo dalla lunghezza L della corda e dall'accelerazione g di gravità), deduco la lunghezza della corda e, quindi, l'altezza del palazzo".
"Senta, lei insiste con questa corda (o filo).
L'edificio è alto, potrebbe essere anche un grattacielo.
Ha idea di quanta corda avrebbe bisogno?".
"Benissimo, capisco.
Non ho bisogno di corda e nemmeno di salire sul tetto.
Attendo una giornata di sole, metto il barometro in posizione verticale, calcolo l'altezza c del barometro, la lunghezza d della sua ombra proiettata e quella B dell'ombra del grattacielo: con una semplice proporzione (sfruttando la similitudine, a:b=c:d) risalgo all'altezza A del grattacielo".
"Giusto ma questo è un metodo squisitamente matematico.
Cosa fa, vuole emulare Talete?".
Lo studente cominciò a perdere la pazienza.
"Se l'edificio ha una scala esterna, posso segnare sul muro ripetutamente la lunghezza del barometro e contare quante tacche ho fatto.
Moltiplico il numero delle tacche per...".
Il professore lo interruppe bruscamente.
"Metodo diretto ma poco sofisticato.
Davvero lei non conosce un metodo che faccia un uso "proprio" del barometro?".
"Senta professore.
Certo che lo conosco.
Lei vuole la seguente risposta canonica: dal momento che la pressione atmosferica scende con l'altitudine (circa 9 mm di mercurio per ogni 100 m), misuro la differenza di pressione al suolo e sul tetto, ricavando così l'altezza dell'edificio.
Ma francamente sono stanco di docenti che cercano di insegnarmi come pensare.
Anzi, sa che le dico?
Ci sarebbe un altro metodo, di gran lunga più efficace.
Vado in portineria, busso al custode e gli chiedo:
"Senta, lo vede questo prestigioso e costosissimo barometro?
È suo se mi rivela quanto è alto questo edificio".
Niels Bohr
La sera del 9 ottobre 1963, l'arroganza di ingegneri, dirigenti e politici si è scontrata frontalmente con le leggi della fisica, e come sempre accade in questi casi, la fisica ha vinto senza nemmeno sforzarsi. L'idea era semplice e, sulla carta, geniale per chi doveva riempirsi le tasche. L'idea era quella di costruire la diga a doppio arco più alta del mondo in una valle stretta, la valle del Vajont, per creare un enorme bacino idroelettrico.
Peccato che uno dei due versanti della valle, quello del Monte Toc, fosse marcio fino al midollo. Il nome stesso, "Toc", nel dialetto locale significa "pezzo", "guasto", un indizio che qualunque contadino del posto avrebbe potuto fornire gratis, ma che evidentemente sfuggì ai luminari della SADE (Società Adriatica di Elettricità)
La montagna era una gigantesca frana preistorica, una massa instabile di centinaia di milioni di metri cubi di roccia e detriti tenuta insieme per miracolo, in attesa solo di una spinta per tornare a valle. La costruzione della diga e il riempimento del bacino artificiale fornirono esattamente quella spinta. L'acqua, infiltrandosi alla base della massa instabile, agì come un lubrificante perfetto, riducendo l'attrito e preparando il terreno per il collasso. I segnali che la montagna stava per cedere non furono sottili o ambigui, furono sfacciati e continui. Già nel 1959, il geologo Edoardo Semenza, figlio del progettista capo, identificò con precisione i margini della paleofrana, lanciando un allarme che fu sistematicamente ignorato e nascosto.
Nel novembre del 1960, durante le prime prove di invaso, un pezzo di montagna di 800.000 metri cubi si staccò e finì nel lago, creando un'onda di dieci metri. Era un avvertimento in scala.
La reazione dei responsabili non fu quella di fermare tutto, ma di occultare i dati, minimizzare i rischi e commissionare perizie di comodo che dipingevano la montagna come solida roccia. La giornalista Tina Merlin scrisse articoli dettagliati denunciando il pericolo imminente e per questo fu denunciata dalla SADE per "diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico", un classico intramontabile quando la verità disturba il profitto. Fu processata e assolta, ma la sua voce rimase inascoltata da chi aveva il potere di agire.
La notte del disastro, alle 22:39, il Monte Toc si arrese. Circa 263 milioni di metri cubi di roccia, un volume più che doppio rispetto all'acqua contenuta nel bacino, scivolarono nel lago alla velocità di 110 chilometri orari. L'impatto fu apocalittico. L'acqua fu spostata con una violenza inimmaginabile, generando due onde gigantesche. Una risalì il versante opposto, spazzando via le frazioni di Erto e Casso. L'altra, alta oltre 250 metri, scavalcò la diga, che incredibilmente rimase in piedi, e precipitò nella stretta gola sottostante. Cinquanta milioni di metri cubi d'acqua e fango piombarono sulla valle del Piave come un proiettile.
Il paese di Longarone, che si trovava esattamente sulla traiettoria, cessò di esistere in meno di due minuti. Non fu distrutto, fu cancellato. L'onda d'urto dello spostamento d'aria da sola fu sufficiente a sventrare gli edifici prima ancora che arrivasse l'acqua. Poi l'acqua, mista a detriti, polverizzò tutto. Le 1917 vittime ufficiali, tra cui 487 bambini, non morirono annegate. La maggior parte di loro fu letteralmente disintegrata dalla violenza dell'impatto. Dei circa 2000 morti, solo 1500 corpi furono recuperati, e di questi la metà non fu mai identificata. Erano ridotti a brandelli irriconoscibili.
Il processo che seguì fu una farsa prevedibile. Spostato a L'Aquila per "legittima suspicione" si concluse con condanne ridicole per pochi capri espiatori, mentre i vertici aziendali e i responsabili politici ne uscirono sostanzialmente indenni. La causa ufficiale fu derubricata a disastro naturale, una menzogna grottesca per coprire quella che fu una strage annunciata, pianificata e causata unicamente dall'ingordigia e dalla criminale incompetenza umana.
• BENVENUTI NELLA STORIA •
Sold out in 3 ore.
250.000 biglietti venduti per quello che sarà il concerto più grande di sempre.
Io sento una missione e ti giuro che andrò a meta
Cantare in pieno inverno per dar la primavera
Noi siamo ULTIMO ♾️❤️