Questo è lo scudetto di ognuno di noi, di chi ha elaborato il lutto a modo suo. In alcuni momenti è stato evidente il trauma, dominio e gioco grandioso che sembravano finire in un attimo nell'ansia. Ma poi Zielinski, e Calhanoglu.
Nella vita quando hai paura... Tira da fuori!
Anche oggi non posso che ribadire che chi era presente ad Inter Juve dell'aprile 2010 ha assistito, durante il minuto di silenzio, ad uno dei più grandi momenti di interismo della storia
Cannavaro: "Il periodo all'Inter una batosta. Sbagliai perché mi dovevo fermare, trovammo 9 fratture da stress. Invece volevo dimostrarmi da Inter, ad un certo punto volevo smettere perché non riuscivo a risolvere il problema. Finimmo l'Europeo e decisi di non riprendere fino a guarigione completa. Mi ripresentai alla Pinetina e cominciai a correre normalmente: mi chiamò Oriali e mi disse "ti abbiamo venduto". Risposi: "Ma adesso che sto bene mi avete venduto?". Lui: "La società ha deciso così perché vuole cambiare". Volevano vendere me e Bobo. Andai alla Juve e poi anche questa cosa...la gente...arrivarono Calciopoli e le intercettazioni: ma io andai alla Juve a guadagnare meno che all'Inter, non è che sono voluto andare io alla Juve, sono le circostanze che mi portarono lì"
Stamattina alle 5 ho svegliato il mio avvocato. Sapevo che sarebbe stata pubblicata su un giornale una porcheria, un’altra, che mi riguardava e ho atteso di leggerla. È il destino di chi finisce nel “registro degli infangati”, di coloro che - per carità! - non sono indagati, non sono in alcun modo coinvolti in un’inchiesta ma vengono ugualmente investiti da colate di fango (chiamiamo le cose con il loro nome anche se con un eufemismo) pur non essendo - ribadisco - oggetto di indagini giudiziarie o sfiorati da alcun sospetto. Nel caso della nuova iscrizione nel “registro degli infangati” c’è, secondo quanto si legge sul Fatto Quotidiano, un’intercettazione risalente al 1 marzo 2021 (cinque anni fa!) in cui un mafioso di nome Gioacchino Amico dopo la mia nomina a Sottosegretario alla Difesa nel governo presieduto da Mario Draghi direbbe a un suo interlocutore di conoscermi e di aver ���parlato” con me. Nulla di più, a quanto pare perché ovviamente non ho cognizione degli atti. Il mafioso in questione oggi è un collaboratore di giustizia. Il contenuto di questa intercettazione è rimasto per un lustro nei cassetti della Procura di Milano perché evidentemente era irrilevante e non necessitava di alcun approfondimento investigativo: oggi però, cinque anni dopo ripeto, improvvisamente salta fuori. E tanto basta a autorizzare il “Fatto” a mettere in connessione il mio nome con un’inchiesta su “mafia e politica”, a parlare di me come inserito in una “rete” di questo boss, di essere addirittura “amico del mafioso pentito”. Fango allo stato puro, ribadisco. Non sono “amico” di Amico, ma neppure conoscente: non ho proprio assolutamente memoria di averlo incrociato, di avergli parlato, men che mai di aver avuto alcun tipo di relazione con lui. Zero, il nulla. Prima di vederlo sui giornali in un selfie vergognosamente usato contro Giorgia Meloni ignoravo la sua esistenza. Epperò mi trovo nel mezzo di questo pantano putrido e puzzolente nel quale sono certo sciacalletti e quaqquaraqua’ inizieranno a nuotare ricorrendo alla formula vigliacchetta di insinuare perché coperti dalla circostanza che “nelle carte si dice che..” e via infangando. Ci sono passato altre, troppe volte. È da poco diventata definitiva, ad esempio, una sentenza (mica l’unica) che mi ha risarcito dopo cinque anni (cinque!) per una diffamazione simile originata sempre in Sicilia per la quale anche la società editoriale “Il Fatto” ha dovuto pagare i danni mentre altri (tra cui Report e la Rai) hanno riconosciuto di aver sbagliato nei miei confronti ristabilendo la verità.
Affronterò serenamente anche questa porcheria, al pari di quella recentissima che vede la Procura di Roma protagonista per un’altra vicenda.
Voglio però denunciare ancora una volta la barbarie di un sistema che nel mio caso produce solo una notte insonne e pochi altri fastidi, in altri genera mostri capaci di deviare, divorare e rovinare la vita di persone perbene. Nella recente campagna referendaria per riformare l’ordinamento giudiziario mi sono battuto anche e soprattutto per questo. Ribadisco come fossi perfettamente cosciente che, quale fosse stato l’esito, avrei pagato le conseguenze di questo impegno che mi ha visto contrapposto frontalmente a schiere di avversari in toga o armati di penna. Il conto, puntualmente, mi viene presentato. Dopo l’antipasto di Roma ora è la volta di Milano. Sono rassegnato e preparato al fatto che non mancheranno altre “portate”. Saranno tutti bocconi indigesti, con buona pace di sicofanti e imbroglioni. Di una cosa siano fermamente certi.
Mi troveranno sempre lì dove sanno e cioè a difendere princìpi e valori a cui ho uniformato tutta la mia vita: io non mi muoverò di un millimetro e li farò annegare in quel pantano dove, ancora una volta, provano a stare a galla.
Per farvi capire ancora di più lo stato pietoso della magistratura vi racconto questa storiella: dopo i miei post sul caso Sansonetti e sulla pm che ha chiesto per lui una condanna a 3 anni e sei mesi di reclusione (contro le sentenze della Corte costituzionale e della Cedu), una magistrata della procura generale di Napoli è arrivata sulla mia pagina Facebook e ha commentato difendendo la collega, invitando con una certa boria a leggere le carte prima di commentare e a leggere la sentenza della Corte costituzionale. Le ho risposto facendole notare che fin dal 2004 la Corte Edu ha affermato il principio secondo cui, al di fuori di casi eccezionali rappresentati dai discorsi d’odio e dall’incitazione alla violenza, l'applicazione di una pena detentiva nei confronti di un giornalista rappresenta un’ingerenza sproporzionata e non necessaria nella libertà di espressione tutelata dall’art. 10 Cedu, che attraverso un chilling effect inibisce l’esercizio della libertà di stampa e limita l’essenziale funzione svolta dai giornalisti quali cani da guardia della democrazia. La sentenza del 2020 della Corte costituzionale ha invitato il Parlamento italiano a rivedere le norme proprio in considerazione di queste sentenze.
Ebbene, dopo questa risposta la magistrata in questione ha perso ogni superbia e ha cancellato tutti i commenti sotto i miei post. Evidentemente anche lei non è al corrente dei principi stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Proprio una notizia confortante per i cittadini (e soprattutto per noi giornalisti).
Per la cronaca, la magistrata in questione ha portato avanti un'intensa campagna per il No pubblicando sui social numerosi post contro il governo Meloni e anche contro una sua collega schierata per il Sì.
Insomma, c'è proprio da stare tranquilli
Esprimiamo piena solidarietà al quotidiano Il Foglio e ai suoi giornalisti per le parole pronunciate dal procuratore di Napoli Nicola Gratteri, onnipresente frontman del “NO”, nell’intervista pubblicata oggi dal giornale.
Quando il Procuratore a capo della Procura più grande d’Europa afferma che ‘dopo il referendum con voi del Foglio faremo i conti’ e annuncia che ‘tireremo una rete’, non siamo più di fronte a una battuta infelice ma a parole che suonano come una vera e propria intimidazione nei confronti di un organo di stampa.
L’immagine di questa ‘rete’ evoca, infatti, in modo sinistro e inquietante quelle note operazioni di pesca a strascico a cui purtroppo ci ha abituato negli anni Gratteri e che sistematicamente si sono concluse con le vite distrutte di centinaia di persone innocenti, ingiustamente private della libertà personale.
È inaccettabile che chi esercita una funzione così delicata utilizzi toni e immagini che paventano ritorsioni nei confronti di giornalisti colpevoli soltanto di fare il proprio lavoro. In una democrazia liberale la libertà di stampa non può essere oggetto di minacce, tanto meno da parte di chi rappresenta lo Stato e dovrebbe per primo garantire equilibrio, misura e rispetto delle istituzioni.
Non è la prima volta che Nicola Gratteri ci fa pervenire “avvertimenti” del genere. Non è un linguaggio che si addice a un Procuratore della Repubblica.
My hot take is that everyone who says Milan has nothing to offer is wilfully ignorant, in bad faith or just bad at travelling
Ancient churches, great Art Nouveau architecture and huge artistic heritage
People are free to dislike the city, but don’t say there is nothing to see
Non sa neppure di cosa stia parlando. Non sa che è un referendum confermativo. Non sa che è dovuto in caso di riforma costituzionale a maggioranza non qualificata. Non sa e blatera. Sbaglia, erra, ignora. E bla bla bla
@Don_Federicoo Verissimo e condivido ma ti segnalo una cosa che mi triggera tremendamente: in alcuni paesi (tipo Svizzera e Germania) capita spesso che gli allenatori abbiano delle camicie con degli sponsor sul colletto. Una roba esteticamente oscena
Olimpiadi vuol dire anche emozionarsi per gli ultimi 8 minuti e 59 secondi di Italia-Giappone 3-2 di hockey femminile un lunedì feriale all’ora di pranzo.
Olimpiadi a Milano vuol dire averli vissuti seduto davanti ai nonni di Matilde Fantin.
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Italy makes history on home ice! 🏒🇮🇹
Today's victory against France is their first-ever Olympic win in women's ice hockey and their first one at #MilanoCortina2026!
📸: Getty Images/Sarah Stier
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