Con @CarloStagnaro avevamo definito il Superbonus come “la più grande operazione di greenwashing della storia d’Italia”.
Ora la Corte dei Conti Ue conferma che lo è ma dell’Europa: “Il Superbonus è di gran lunga la più costosa e meno efficiente tra le misure per la riqualificazione energetica delle abitazioni”.
(Naturalmente il bonus al 110% ha avuto il sostegno convinto e continuato di tutti i principali movimenti ambientalisti italiani, gli stessi che si oppongono al nucleare perché troppo costoso).
https://t.co/D0yu5TCShH
In Italia nel primo trimestre di quest’anno le retribuzioni orarie reali sono risultate inferiori del 6,1 per cento rispetto a cinque anni prima, il dato peggiore tra i paesi europei considerati.
Ne parliamo nel #GraficoPerCapire di oggi👇🏼
https://t.co/zBmYzcdxAA
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Lo stesso studio stima anche che nello stesso periodo la probabilità di occupazione delle madri beneficiarie è scesa di circa il 25%.
Il bonus ha aumentato le nascite, ma senza asili, servizi e conciliazione una parte dell’effetto passa dal ritiro delle madri dal lavoro.
Industria 4.0 è stata un errore, altamente distorsivo sul piano economico e culturale.
Abbiamo scambiato gli incentivi per innovazione, dimenticando che gli incentivi fiscali non sono mai strumenti neutrali: favoriscono chi è già in grado di investire (Matthew Effect), finanziano spesso investimenti che sarebbero stati realizzati comunque (deadweight loss) e, cosa più importante, finiscono per alterare la CONCORRENZA.
La vera innovazione nasce invece da capitale umano, ricerca, capitale di rischio e mercati competitivi.
La proposta di @ora_italia non è costruire un nuovo sistema di incentivi, ma un vero ECOSISTEMA dell'innovazione, fondato su riforme strutturali: riforma previdenziale per ridurre in modo permanente il carico contributivo sul lavoro, rafforzare la previdenza complementare e la capacità dei fondi pensione di allocare capitale verso venture capital e innovazione; più autonomia alle università, meritocrazia e più trasferimento tecnologico verso le imprese; basta bonus e incentivi fiscali dati senza senso e senza verifiche, più concorrenza, migliore regolazione e un mercato del lavoro ispirato alla flexsecurity.
Vi invito a leggere l'ultimo post di questo thread: https://t.co/fsG2gZJ2Yl
5/ Il punto controverso resta il regolamento permanente Chat Control 2.0, ancora in bilico: quello sì, nella sua versione più aggressiva, prevede la possibilità di analizzare i messaggi sul dispositivo dell'utente prima che vengano cifrati.
#ChatControl#FightChatControl
1/ Il Parlamento europeo non è riuscito a respingere Chat Control 1.0. La stessa misura che a marzo era stata bocciata due volte.
La maggioranza dei deputati votanti era contraria: 314 no, 276 sì, 17 astenuti.
4/ Nel testo approvato oggi è stata inserita una clausola che esclude formalmente le chat cifrate end-to-end dall'obbligo di scansione, come WhatsApp (anche se nei fatti erano già esenti).
CONTROLLO DELLE CHAT PRIVATE
No alla scansione sistematica delle conversazioni dei cittadini. Sì a strumenti efficaci per contrastare gli abusi sui minori, senza sacrificare la privacy di milioni di persone.
Il Parlamento europeo con voto in procedura d'urgenza, approva (per il non raggiungimento del quorum, nonostante la maggioranza ha votato contro) la proroga di Chat Control, dopo che una proposta sostanzialmente analoga era già stata respinta nei mesi scorsi.
C'è un principio che non dovrebbe essere messo in discussione: le regole democratiche non si cambiano per ottenere un risultato diverso da quello già espresso dall'Aula. Forzare tempi e procedure indebolisce la credibilità delle istituzioni e alimenta la sfiducia dei cittadini.
Sul merito, la nostra posizione è chiara. Contrastare gli abusi sui minori è un dovere e una priorità. Ma non può diventare il pretesto per introdurre la scansione generalizzata delle comunicazioni private, comprese quelle protette dalla crittografia end-to-end.
Esperti di cybersicurezza, organizzazioni per i diritti digitali e diversi organismi internazionali hanno più volte evidenziato i rischi di un sistema di sorveglianza generalizzata: falsi positivi, possibili violazioni della riservatezza delle comunicazioni e un precedente che potrebbe essere esteso ben oltre le finalità per cui nasce.
Proteggere i minori e tutelare i diritti fondamentali non sono obiettivi incompatibili. L'Europa deve investire in indagini mirate, cooperazione tra autorità e strumenti realmente efficaci contro i criminali, non in misure che trattano ogni cittadino come un potenziale sospetto. Difendere la privacy significa difendere una delle libertà fondamentali su cui si fonda lo Stato di diritto.
A marzo il Parlamento europeo aveva detto no a Chat Control che era stato bocciato in aula e lasciato scadere. Oggi rientra dalla finestra, ed è una forzatura senza precedenti.
A rimetterlo al voto sono il PPE e la presidente Metsola, con una procedura d'urgenza che schiaccia la decisione al 9 luglio, ultimo giorno prima della pausa estiva, con l'aula più vuota e i tempi per correggere il testo ridotti al minimo. E in seconda lettura le regole si rovesciano: non serve una maggioranza per far passare la deroga, bastano meno di 361 contrari. Ciò che il percorso ordinario aveva respinto si ottiene così con un espediente di calendario e di soglia.
E qui il punto che nessuno dovrebbe far finta di non vedere: la stessa relatrice Birgit Sippel ha parlato apertamente di «manovra sleale». Nonostante questo, il gruppo dei Socialisti ha votato a favore dell'urgenza, garantendo di fatto la maggioranza, e con loro una parte della delegazione italiana del PD. Renew e Verdi hanno invece votato contro, denunciando un secondo voto forzato.
L’episodio è grave in quanto le regole con cui si decide non si piegano al risultato che si vuole ottenere. Cambiare soglie e calendari per far passare un testo già bocciato non rafforza nessuna tutela, indebolisce la fiducia nelle regole del gioco democratico.
E nel merito noi di @ora_italia ci eravamo già espressi: https://t.co/l3rwnDx9sy
Il rischio più serio di #ChatControl, però, non riguarda soltanto l’uso dichiarato oggi. Riguarda soprattutto ciò che resta domani.
Anche ammesso che oggi qualcuno dica: “Possiamo fidarci, viviamo in democrazie, ci sono garanzie, tribunali, limiti”, il punto è che nessuna democrazia dovrebbe costruire con leggerezza strumenti che un domani potrebbero essere usati contro i cittadini. La democrazia non è un fatto naturale, né una condizione irreversibile. Va difesa proprio evitando di consegnare troppo potere tecnico e politico nelle mani dello Stato o di chi, in futuro, potrebbe controllarlo.
Perché i governi cambiano. Le maggioranze cambiano. Il clima politico cambia. Ciò che oggi viene presentato come uno strumento eccezionale per contrastare un crimine gravissimo, domani potrebbe essere ampliato, reinterpretato o piegato ad altri scopi.
Se un domani arrivasse un governo meno rispettoso delle libertà individuali, o apertamente autoritario, non dovrebbe inventare da zero un sistema di sorveglianza delle comunicazioni private. Lo troverebbe già pronto: già installato, tecnicamente funzionante, ma soprattutto giustificato.
A quel punto basterebbe cambiare i criteri di ricerca. Oggi cerchiamo solo determinati materiali illegali? Bene, domani qualcuno potrebbe decidere di cercare altro: parole, immagini, opinioni politiche, contenuti arbitrariamente considerati estremisti, pericolosi, o semplicemente disinformativi e scomodi.
E se quel potere venisse usato per prendere di mira una categoria di cittadini, per controllare oppositori, giornalisti, attivisti, minoranze, movimenti di protesta o semplici voci critiche, l’infrastruttura sarebbe già lì. Non servirebbe più introdurre una dittatura digitale da zero: basterebbe utilizzare diversamente uno strumento originariamente costruito in nome della sicurezza.
L’Unione Europea ci riprova.
Dopo la bocciatura di marzo e la scadenza di aprile, attraverso un passaggio procedurale che ha l’effetto di comprimere pesantemente il confronto parlamentare, torna a Strasburgo la cosiddetta #ChatControl.
La sostanza della proposta è ben nota: introdurre la possibilità di controllare in modo generalizzato le comunicazioni private, alla ricerca di materiale o condotte legate a reati sessuali contro i minori, anche in deroga alle normali garanzie sulla privacy.
Una misura del genere, se approvata, aprirebbe la strada a un sistema di sorveglianza di massa: le chat dei cittadini verrebbero analizzate preventivamente, magari tramite strumenti automatizzati o intelligenza artificiale, per individuare possibili comportamenti penalmente rilevanti.
La giustificazione è sempre la stessa: la tutela dei bambini.
Argomento potentissimo, proprio perché moralmente inattaccabile. Ma è esattamente in nome delle cause più nobili che spesso si costruiscono gli strumenti più pericolosi. Una volta creato un meccanismo capace di scandagliare le comunicazioni private di tutti, il problema non riguarda solo l’uso dichiarato oggi, ma anche gli impieghi possibili domani.
C’è poi un aspetto pratico tutt’altro che secondario: i falsi positivi. Una fotografia innocente, uno scambio privato, un messaggio privo di qualunque rilievo penale potrebbero finire segnalati come sospetti. Il rischio concreto è che persone comuni finiscano trascinate dentro accertamenti o indagini sulla base di contenuti perfettamente leciti.
Qui si ribalta la logica dello Stato di diritto. L’intercettazione, in un ordinamento liberale, nasce dentro un’indagine e viene autorizzata da un giudice. Con un sistema di scansione generalizzata accadrebbe l’opposto: prima si controllano tutti, poi da quel controllo può nascere l’eventuale indagine. È un capovolgimento dei principi fondamentali del diritto penale e delle garanzie individuali.
La Costituzione italiana, su questo, è chiarissima. L’articolo 15 stabilisce che “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili” e che ogni limitazione può avvenire soltanto “per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”.
Per questo, una norma europea che imponesse o consentisse la scansione indiscriminata dei messaggi privati dei cittadini italiani si porrebbe in aperto contrasto con un principio costituzionale essenziale. La segretezza delle comunicazioni è una garanzia posta a difesa della libertà individuale e non può essere svuotata per via legislativa, nemmeno invocando finalità di sicurezza.
Mi auguro che questa proposta venga fermata.
Se invece dovesse passare, spero che il Governo italiano, qualunque esso sia, decida finalmente di non limitarsi alla solita obbedienza automatica verso Bruxelles e contesti apertamente una norma europea che viola un principio fondamentale della nostra Costituzione. Dopo trent’anni di arretramenti, sarebbe ora di chiarire che l’Unione Europea non può diventare il grimaldello con cui aggirare le garanzie costituzionali dei cittadini italiani.
Il problema, peraltro, non riguarda solo la Costituzione italiana. Anche l’articolo 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea riconosce a ogni persona il diritto al rispetto della vita privata e familiare, del domicilio e delle comunicazioni.
La riservatezza delle comunicazioni non è una concessione benevola del potere pubblico. È uno dei limiti che impediscono al potere di infilarsi ovunque, soprattutto quando pretende di farlo per il nostro bene.
E c’è un’ultima ipocrisia da non ignorare: dentro le maglie di un controllo generalizzato finirebbero soprattutto i cittadini comuni, quelli che usano strumenti ordinari, non hanno competenze tecniche particolari e non dispongono di mezzi per aggirare i filtri. I criminali organizzati, le reti strutturate e gli Stati nemici, cioè proprio i soggetti da cui queste misure dichiarano di volerci proteggere, avrebbero invece competenze, tecnologia e risorse economiche per spostarsi altrove, cifrare meglio, mascherarsi meglio.
Alla fine resterebbe il solito paradosso: controllare tutti per intercettare pochi, sapendo già che quei pochi saranno i primi ad avere gli strumenti per sottrarsi al controllo. E quando uno strumento del genere viene costruito, porsi il dubbio è inevitabile: quanto servirebbe davvero contro chi sa nascondersi, e quanto invece finirebbe per pesare sulle conversazioni dei cittadini comuni, sulle critiche al potere, sulle opinioni non allineate, sulle letture dei fatti meno comode per chi governa?
3/ Si va verso la sorveglianza sistematica delle comunicazioni private di 450 milioni di cittadini europei.
Noi lo avevamo già segnalato e avevamo aderito alla petizione https://t.co/LlBdboVeZW
https://t.co/91nNVyDbtr
#ChatControl#FightChatControl@ora_italia
1/ OGGI SI VOTA DI NUOVO SU #ChatControl e le regole di questo secondo voto sono scritte apposta perché stavolta passi, dopo essere già stato respinto.
Ma ci rendiamo conto?! L'Europa della #GDPR che approva questo abominio.
https://t.co/lo8Hl23DQZ
2/ Dopo aver bocciato il rinnovo, il Parlamento europeo ha comunque approvato la richiesta di una procedura d'urgenza per rivalutare la stessa deroga alla direttiva ePrivacy, quella che permette alle aziende di scansionare su base volontaria le comunicazioni private degli utenti.
Michele Boldrin su immigrazione, Vannacci, politica a TLDV Radio Veneto 24 con Alberto Gottardo (dal minuto 33.52)
https://t.co/S25JkFFWy2
@micheleboldrin
Con @micheleboldrin, segretario di “Ora!”, una nuova formazione politica liberale, abbiamo parlato di ciò che non funziona in Italia, a partire dal peso delle #pensioni.
Ascolta il suo intervento qui: https://t.co/Ps2U26eo9F
8/ Noi mettiamo l'università e l'innovazione al centro del nostro programma politico perché sappiamo che la crescita economica e salariale dipendono da questo, ma non c'è innovazione in un Paese che spende poco e male in ricerca e respinge i suoi talenti migliori.
@ora_italia
7/ Infine, l'Italia spende poco più dell'1% del PIL in ricerca e sviluppo, contro una media europea intorno al 2% e statunitense superiore al 3%. Non aumentare strutturalmente i fondi alla ricerca significa continuare a perdere dottorandi e ricercatori, e arrendersi al declino.