Fragole e sangue
Un Paese che si indigna per qualsiasi stronzata, ma non per i braccianti bruciati vivi
Di @lasoncini
https://t.co/PwsmnyzZYh via @Linkiesta
@gaiatortora In realtà in entrambi i casi i servizi sociali si sono attivati nel momento in cui i bambini sono finiti in ospedale perché non è che possano fare le ronde casa per casa…
@ilpost Una domanda per il podcast: ma il pubblico dei paesi che non hanno partecipato poteva votare lo stesso? Perché sarebbe interessante sapere quanto fosse condivisa la scelta di boicottare
Valditara e la resa dei Promessi Sposi
Spostare i Promessi Sposi dal biennio al triennio delle superiori non è una riforma, è una capitolazione. La presenta come modernizzazione, come adeguamento ai tempi, come rispetto dei ritmi di apprendimento dei ragazzi. In realtà è l’ammissione che la scuola italiana, sotto questo governo, ha smesso di credere nei propri studenti.
Il biennio è esattamente l’età in cui un adolescente va messo davanti a un testo che resiste. Quindici anni sono l’età giusta per imparare che la letteratura non si consuma, si attraversa. I nostri nonni leggevano Manzoni a tredici anni e non erano geni, erano ragazzi a cui veniva chiesto qualcosa. Oggi Valditara decide che a quindici anni non si può più, che bisogna aspettare i diciassette, che prima serve un percorso di avvicinamento, che il testo è troppo denso, la lingua troppo lontana, le pagine troppe. Ogni volta che si abbassa l’asticella si abbassano anche i ragazzi, non il contrario.
C’è poi una questione pedagogica che il ministro finge di non vedere, o forse non vede davvero. I Promessi Sposi non sono un romanzo ottocentesco da collocare in sequenza cronologica dopo Dante e Petrarca. Sono la prima vera palestra di cittadinanza che la scuola italiana offre ai suoi studenti. La peste che arriva e nessuno vuole riconoscerla. I potenti che piegano la legge ai propri interessi. La giustizia che non arriva mai per chi non ha voce. Le folle manipolate che cercano un untore qualunque su cui scaricare la rabbia. Don Abbondio che si tira indietro perché “il coraggio, uno, non se lo può dare”. Questa roba, a quindici anni, ti entra dentro e ti ci resta per la vita. Al triennio arriva tardi, quando i ragazzi hanno già deciso che la letteratura è una cosa che non li riguarda, che appartiene ai professori e agli esami.
Il sospetto, neanche troppo nascosto, è che il problema non sia pedagogico ma politico. I Promessi Sposi sono un libro scomodo per chi governa oggi. Raccontano un’Italia in cui il potere è sempre dalla parte dei don Rodrigo, in cui la Chiesa si divide tra chi sta con gli ultimi e chi benedice i prepotenti, in cui la peste diventa pretesto per sospendere ogni garanzia, in cui i tribunali non funzionano e la giustizia la si cerca altrove. Spostarlo al triennio significa ridurne il peso formativo, farlo diventare un testo da esame di maturità e non un testo che forma lo sguardo sul mondo.
La verità, spiacevole, è questa: una classe dirigente che non legge tende a credere che anche gli altri debbano leggere poco. Si governa come si è stati educati, e l’impressione che diano molti dei nostri ministri, Valditara in testa, è quella di persone che con la cultura hanno un rapporto strumentale, quando va bene, ostile, quando va male. La scuola diventa così il riflesso delle loro carenze, non il rimedio a quelle dei ragazzi.
Toccare Manzoni è facile, fa titolo, non costa nulla. Rimettere in piedi una scuola pubblica capace di chiedere molto e dare molto, quello sì che sarebbe una riforma. Ma richiederebbe una classe politica all’altezza dei libri che dovrebbe far leggere, e qui torniamo al punto di partenza.
I ragazzi italiani meriterebbero Manzoni a quindici anni. E meriterebbero ministri che l’hanno letto davvero.
Leila Farahbakhsh, la ragazza iraniana che ha interrotto la manifestazione per la pace di Firenze, sentita da @AssiaVonNeumann (grazie!)
Leggete 👇
https://t.co/urXEqoolEJ
Il referendum a cui il 22 e 23 marzo saremo chiamati a votare è di grande rilevanza. E questo credo sia l'unica cosa su cui tutti sono d'accordo.
Ma non è di questo che voglio parlare qui. Voglio parlare di quello che sta accadendo sulle piattaforme in queste settimane di avvicinamento al voto.
Basta aprire X, TikTok, Facebook o Instagram per ritrovarsi immersi in uno scontro permanente.
Giuristi contro giuristi, giornalisti contro opinionisti, utenti contro utenti. Toni sempre più aspri, accuse incrociate, insulti che si rincorrono.
E alla fine di questa ressa quotidiana, la domanda resta sempre la stessa: ma di cosa stiamo parlando esattamente?
La risposta è semplice quanto amara: le piattaforme non hanno alcun interesse a che gli utenti capiscano. Le piattaforme hanno interesse a che gli utenti restino incollati allo schermo. E nulla tiene incollati gli utenti quanto la rissa.
Il meccanismo è ormai chiaro a tutti: la polarizzazione genera engagement, l'engagement genera dati, i dati generano valore per le piattaforme.
Questo referendum riguarda questioni tecniche, che richiedono spiegazioni, approfondimenti, confronti civili. Richiedono momenti, anche e soprattutto online, in cui qualcuno ci aiuti a capire cosa cambia davvero, quali sono le ragioni del Sì e quelle del No.
Invece cosa osserviamo ogni giorno? Schieramenti; tifoserie; appartenenze politiche. Lo scontro tra chi grida "difendiamo la Costituzione" e chi risponde "finalmente una giustizia giusta", senza che nessuno dei due spieghi davvero cosa comporta votare in un modo o nell'altro.
Ora, restando in questo contesto, gli algoritmi vogliono esattamente questo. E cioè che tutti noi ci schieriamo, che ci insultiamo, che ritorniamo il giorno dopo a vedere come è andata a finire la rissa.
Il referendum costituzionale confermativo è uno strumento che i costituenti avevano pensato per dare ai cittadini la possibilità di esprimersi su riforme che il Parlamento non ha approvato con maggioranza qualificata. È un momento che richiede consapevolezza, non certamente clima da stadio.
Ma le piattaforme hanno trasformato ogni spazio pubblico, ogni conversazione proprio in una curva da stadio.
E il risultato è che il 22 marzo molti andranno a votare per appartenenza politica, non di certo per aver compreso il tema al centro del referendum. Altri non andranno a votare affatto, sopraffatti da questo clima. E siccome questo referendum non prevede quorum, l'esito potrebbe essere determinato da una minoranza mobilitata mentre la maggioranza dei cittadini resta disorientata.
Non sto dicendo che una parte ha ragione e l'altra ha torto. Sto dicendo che questo modo di affrontare un passaggio democratico ci sta facendo male.
E che le piattaforme su cui discutiamo sono progettate per amplificare il conflitto, non proprio per favorire la comprensione e il sano confronto.
La prossima volta che ci troviamo di fronte all'ennesima rissa verbale su questo referendum, su qualsiasi piattaforma, fermiamoci un secondo e chiediamoci se davvero stiamo capendo qualcosa di più, o stiamo solo parteggiando. Ci stanno aiutando a capire, o ci stanno solo arruolando?
Alla fine, le piattaforme festeggiano per ogni rissa verbale che sui loro spazi si verifica. Sta a noi decidere se continuare a dare ancora questo spettacolo.
@guidotweet Stranamente l’odierno fronte del NO, per cui la Costituzione non si tocca, era a favore dell’unica riforma costituzionale che ha davvero minato la democrazia parlamentare, il taglio dei parlamentari.