In qualsiasi paese normale un politico condannato in via definitiva e finito in carcere per traffico di influenze illecite e finanziamento illecito, dopo aver scontato la pena, uscirebbe dai riflettori della vita pubblica. Si vergognerebbe come un ladro.
Aggiungo un dettaglio, perché conta. In carcere questo politico ci è finito non per la condanna in sé, ma perché produceva documenti falsi per saltare il lavoro sociale e correre agli impegni del suo partito. Il magistrato di sorveglianza ha parlato di personalità sprezzante, callida, priva di scrupoli. Parole sue, agli atti.
Qui invece all’uscita da Rebibbia lo aspettano cento sostenitori che gridano ��sei uno di noi”, lo abbracciano, ci scherzano sopra. Lo accoglie un ex generale di matrice nazista, cena insieme la sera stessa.
E lui non perde un minuto. Si dichiara innocente davanti alle telecamere, dice di aver fatto un anno e mezzo “da innocente”, attacca il governo, riannoda i fili e si prepara a rientrare in politica come se niente fosse.
Ditemi voi cosa c’è di normale in tutto questo.