C’è stato un tempo, e chi ha la memoria buona lo ricorda bene, in cui il futuro non ti veniva servito su un piatto d'argento. Fin da ragazzini, a 14 o 15 anni, se la strada degli studi non faceva per te, non si rimaneva sul divano a far passare le giornate. La regola era una sola.... andare a imparare il mestiere!!
Si entrava in officina, nei cantieri, nelle botteghe. Si partiva dall'ultimo gradino, portando rispetto a chi lavorava da prima e rubando con gli occhi i segreti del lavoro. Era una vita dura, senza dubbio. Ma è proprio con quei sacrifici, con le mani sporche di calce, di grasso o di inchiostro, che la generazione dei nostri padri, spesso figli di operai che avevano iniziato a faticare da giovanissimi, ha tirato su questo Paese.
Hanno costruito le fondamenta di tutto ciò di cui oggi godiamo con troppa leggerezza.
A quei tempi la scuola viaggiava con un altro piglio, senza tanti complimenti, ti bocciavano se non studiavi, fin dalla prima elementare, per chiarirti subito che la vita richiede impegno e che ogni azione porta con sé delle conseguenze.
Oggi, invece, quella prospettiva si è completamente ribaltata.
La scuola spesso tentenna nel bocciare o nel mettere i ragazzi di fronte ai propri limiti, quasi per il timore di traumatizzarli. Fuori dalle aule, intanto, domina l'illusione dei soldi facili, della scorciatoia e dell'apparire a tutti i costi. La cronaca ce lo dice ogni giorno con episodi di baby gang e microcriminalità alimentati da un diffuso senso di impunità.
Il contrasto è evidente, vediamo giovinotti di 15 anni girare con smartphone da oltre mille euro e abiti firmati dalla testa ai piedi. Ma quegli oggetti non sono il frutto del loro sudore, bensì il risultato di famiglie che concedono tutto per quieto vivere, confondendo il vizio con l'affetto.
Di fronte a questo scenario, quando si tenta di mettere un freno o quando le istituzioni provano a dare una stretta per ricordare che accanto ai diritti esistono anche i doveri, parte puntuale la solita levata di scudi. C'è chi si strappa le vesti, grida all'allarme e accusa chiunque chieda rigore di voler infierire sui giovani.
Ma c'è un equivoco che va chiarito ovvero responsabilizzare un ragazzo non significa affatto punirlo, significa rispettarlo. Significa smettere di vendergli un'illusione e dirgli la verità, ricordandogli che la pagnotta te la devi guadagnare.
Non non si può piu continuare a crescere generazioni convinte che tutto sia dovuto e che ogni sforzo sia un'ingiustizia. Restituire ai giovani il valore della fatica, il rispetto per le regole e la consapevolezza che niente viene regalato non è un principio vecchio... è l'unico modo per dare loro un futuro vero e solido.
Chi impara a guadagnarsi da solo quello che ha, non sarà mai schiavo di nessuno...