La fabbrica dello scontro
Come il governo Meloni ha cercato la guerriglia di Torino per blindare l’Italia
Adesso lo dicono i poliziotti. Non i centri sociali, non i collettivi, non qualche avvocato di parte. Lo dicono gli agenti, quelli che il 31 gennaio a Torino si sono ritrovati in mezzo a una guerriglia che nessuno, nei piani alti, ha voluto evitare. Una lettera interna, pubblicata dal Fatto Quotidiano il 20 febbraio, demolisce il racconto ufficiale del governo. E quello che resta in piedi è una gestione dell’ordine pubblico che definire incomprensibile è un eufemismo. Era voluta.
I fatti. Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna, il 31 gennaio, è stato un successo di partecipazione. Decine di migliaia di persone in piazza. Il governo lo sapeva. Sapeva che sarebbero arrivati gruppi organizzati. Lo sapeva il sindaco Lo Russo, lo sapevano i servizi, lo sapeva il questore. Eppure, secondo la lettera degli agenti, la linea di comando è la principale “responsabile dei gravi fatti verificatisi”. I poliziotti scrivono che centinaia di antagonisti, “chiaramente visibili e travisati a pochi metri dai cordoni”, sono stati lasciati agire indisturbati per un’ora e mezza. Nessuna segnalazione diramata. Nessuna misura preventiva adottata. Le chiamate radio degli agenti in prima linea, che chiedevano disperatamente rinforzi, ignorate. Corso Regina Margherita lasciato senza sbarramenti per un tratto che chiunque abbia letto un manuale di ordine pubblico avrebbe presidiato.
Non è sciatteria. Non è incompetenza. L’incompetenza non produce 96 agenti feriti, poliziotti che chiamano in lacrime la centrale perché non sanno cosa fare, reclute con due giorni di addestramento mandate in prima linea contro una guerriglia urbana. Fermiamoci un momento su questa immagine, perché vale più di qualsiasi analisi politica. Un ragazzo di vent’anni, divisa nuova, due giorni di preparazione alle spalle, si ritrova in mezzo a bombe carta e sassi lanciati con le catapulte. Chiama la centrale. Piange. Nessuno risponde. I suoi superiori, quelli che dovevano proteggerlo, lo hanno messo lì sapendo cosa sarebbe successo. L’hanno usato come si usa un oggetto: per ottenere qualcosa. E quel qualcosa non era l’ordine pubblico.
L’incompetenza non spiega perché un questore dialogante sia stato rimosso una settimana prima dello sgombero e sostituito con uno più malleabile. L’incompetenza non spiega il tempismo perfetto con cui tutto si incastra. Torniamo a dicembre 2025. Il questore Paolo Sirna, che non era ostile al dialogo tra Comune e Askatasuna, viene trasferito. Al suo posto arriva Massimo Gambino da Bari, che avalla lo sgombero senza discussioni. Lo sgombero di uno spazio occupato da trent’anni avviene il 18 dicembre, con trecento agenti arrivati da fuori, scuole chiuse, quartiere militarizzato. Il patto tra Comune e centro sociale viene stracciato. Piantedosi rivendica tutto su X: “Dallo Stato un segnale chiaro”. Il segnale era chiaro, sì, ma non quello che racconta il ministro. Il segnale era: vogliamo lo scontro.
Poi arriva il 31 gennaio. Cinquantamila persone in piazza. Il governo schiera mille agenti, ma li schiera male. Apposta. Lascia varchi dove non dovrebbero essercene. Ignora le segnalazioni. Manda allo sbaraglio ragazzi appena arruolati. E quando la guerriglia esplode, quando il poliziotto Alessandro Calista finisce a terra circondato da un branco di vigliacchi, quando le immagini fanno il giro del web, il governo è già pronto. Sapeva cosa sarebbe successo. Contava su questo.
Il giorno dopo Meloni vola a Torino. Passerella alle Molinette, foto con gli agenti feriti, dichiarazioni da Instagram: “Questi non sono manifestanti, sono criminali organizzati. Si chiama tentato omicidio.” Parole calibrate al millimetro per il consumo mediatico. Parole che, come denunciano gli stessi poliziotti nella lettera, hanno esposto a possibili ritorsioni gli agenti coinvolti, i quali avevano chiesto che le loro identità non venissero rese pubbliche. La sicurezza dei propri uomini sacrificata per la foto in corsia. Meloni aveva bisogno di quel video, di quel sangue, di quella indignazione. Ne aveva bisogno per quello che è venuto dopo.
E quello che è venuto dopo ha un nome: il “decreto Torino”. Un pacchetto sicurezza che giaceva nei cassetti da settimane, bloccato dai dubbi del Quirinale sulla sua costituzionalità. Il decreto era pronto. Mancava solo il pretesto. Torino glielo ha fornito.
Ora, dimentichiamo per un momento Askatasuna. Dimentichiamo i centri sociali, gli antagonisti, la questione se un’occupazione trentennale sia legittima o no. Sono discussioni importanti ma qui non c’entrano. Quello che c’entra è cosa succede a chiunque, da oggi in poi, se queste norme restano in piedi.
Proviamo a immaginarlo. Tuo figlio, ventiquattro anni, va a una manifestazione per il clima. Oppure tua madre, sessantacinque anni, va a un corteo contro i tagli alla sanità. Oppure tu, semplicemente tu, decidi che una cosa non va e scendi in piazza per dirlo. Con il fermo preventivo il questore può trattenerti in questura per dodici ore senza che tu abbia fatto niente. Basta che qualcuno ti ritenga “sospetto”. Dodici ore chiuso in una stanza perché hai esercitato un diritto che la Costituzione ti garantisce all’articolo 21. Con il daspo per le manifestazioni, se negli ultimi cinque anni sei stato anche solo denunciato (non condannato, denunciato, una cosa che in Italia può capitare a chiunque) non puoi più partecipare a un corteo. La questura decide chi ha diritto di protestare e chi no. Con lo scudo penale, se un agente ti spacca la testa con un manganello durante una carica, l’iscrizione nel registro degli indagati non è più automatica. La tua testa spaccata diventa un incidente senza responsabili.
Questo non riguarda Askatasuna. Riguarda te.
Funziona così, con questo governo: si provoca la crisi, poi si vende la cura. Dopo l’omicidio nella scuola di La Spezia, ecco l’annuncio di metal detector e nuove norme sui coltelli. Dopo Torino, ecco la stretta sulle manifestazioni. Ogni fatto di cronaca diventa l’occasione per togliere un pezzo di libertà spacciandola per protezione.
Crosetto paragona i manifestanti alle Brigate Rosse. Salvini chiede la cauzione per chiunque scenda in piazza. Piantedosi al Senato nega qualsiasi errore nella gestione dell’ordine pubblico. Lo nega mentre i suoi stessi agenti scrivono il contrario. Lo nega con la sfacciataggine di chi sa che la verità non conta, conta la narrazione. E la narrazione dice: nemico alle porte, Stato forte, niente sconti.
Il punto, che nessuno nel centrodestra vuole affrontare, è questo: quelle norme non servono a proteggere i poliziotti. Se servissero a proteggerli, qualcuno spiegherebbe perché il 31 gennaio sono stati mandati allo sbaraglio con due giorni di addestramento. Se servissero a proteggerli, qualcuno risponderebbe alla domanda degli agenti stessi: perché ci avete lasciato soli? Quelle norme servono a una cosa sola: rendere il dissenso un reato. Dare al governo il potere di decidere chi può protestare e chi no, chi è un cittadino e chi è un “sospetto”, chi esercita un diritto costituzionale e chi commette un crimine.
Quella lettera dei poliziotti torinesi è la prova che lo scontro non è stato un incidente, ma il risultato di scelte precise. Scelte che hanno sacrificato la sicurezza degli agenti per ottenere le immagini giuste, il livello di violenza giusto, l’indignazione giusta. Novantasei poliziotti feriti non per difendere l’ordine pubblico, ma per dare al governo il materiale che gli serviva.
La verità è venuta a galla, come succede sempre. Ci hanno messo meno di tre settimane, i poliziotti, a dire quello che tutti sospettavamo. Il governo ha cercato lo scontro a Torino. Lo ha ottenuto. E ora vuole farcelo pagare tutti, togliendoci il diritto di scendere in piazza a dire che non siamo d’accordo. Chiamatela sicurezza, se vi fa stare meglio. Il nome giusto è autoritarismo.
Il giornalista Emiliano Bos, della RSI è riuscito a entrare nel sud di Gaza a Rafah.
Ha mostrato quello che succede a partire dal cibo che continua a essere centellinato dagli Israeliani per finire alle bombe, che non si sono fermate nemmeno dopo gli annunci.
(Massima diffusione)
Uno dei momenti più bassi nella famigerata storia del Congresso degli Stati Uniti
20 secondi di standing ovation per un genocida criminale di guerra.
Vergogna bipartisan
Il cielo è lattiginoso perché le anime dei bambini Palestinesi trucidati vi guardano dall’alto mentre non fate nulla per salvare i loro fratelli dalla furia del nazismo sionista antisemita genocida israeliano.
- Contro Presidente della Repubblica
- Contro i giornalisti
- Contro il dissenso
- Contro gli studenti
- Contro le magliette
- Contro il pubblico di La7...
Ce l'hanno con il mondo intero. Forse perché confondono "governare" con "comandare".
#Buongiorno#4giugno
Palestinian journalist Bisan Owda: so here is my message:
“Dear brothers and sisters in humanity, we are living in a dirty, ugly unfortunate world and in its worst era, I have never seen all of you or hear your stories, life struggles and hopes but I truly believe that standing for Gaza - Palestine is also standing for your lives and families, the devil is the same, capitalism and capitals.. colonialism and colonisers and their belief that they own us and our world.. and that it’s ok to plan everything related to us and our children years before we find out the disaster (NAKBA) we are all in!!! Hhhh when the real designers die then the next colonisers start apologising and condemning, and continue to fool us.. Colonisers are not creative.
They told us that there is no Palestine and it’s only Israeli defending itself! And that Iraq, Syria, Afghanistan, Yemen, Sudan, Libya and much more countries need liberation, they gave themselves the credit to kill us or to support our killers and to destroy our lands, BUT after years, what happened? No liberation, freedom, welfare, life or even peace! They are getting richer and building empires over our bodies, after stealing our wealths then making sure that there is no unity to stop them!
Brothers and sisters we have a historical chance and maybe the last one to change our future and take over the role of our countries and our lives! To become a united nations (real not the lie of 🇺🇳), Gaza awakened the world, but how many times a genocide must be committed to awaken us!
Why I am saying this? Because they are also controlling what should we and shouldn’t tell or post, they can let nudity and drugs out but they will never let the truth out because it is more dangerous."
Keep pushing we must destroy centuries of lies.
Long live Palestine, Long live Gaza, Long live our martyrs.”
La pallacanestro perde uno dei più grandi pilastri: ci ha lasciato Bill Walton.
- ha vinto due titoli NCAA con UCLA chiudendo una finale con 44 punti e 21/22 al tiro
- tra liceo e college non ha perso una partita per 5 anni di fila
- è ritenuto uno dei 3 migliori giocatori nella storia della NCAA, dove ha vinto 88 partite di fila
- ha vinto due titoli NBA, uno con Portland e uno con Boston
- è stato MVP della stagione nel 1978
- "mi ritengo il giocatore di basket più infortunato della storia" ha dichiarato al termine della sua carriera
- ha subito 38 operazioni chirurgiche
- ha trascorso circa 2 anni e mezzo bloccato a letto per infortunio
- ha 21 viti nel suo corpo tra caviglie, ginocchia, anche e schiena
- su 14 stagioni NBA ne ha giocate da sano 4
- ha saltato circa 800 partite per infortunio su 1140 in NBA
- è stato il giocatore che probabilmente più di tutti ha rotto il conformismo della NBA parlando di razzismo, politica, economia e dichiarandosi pubblicamente contro la Guerra in Vietnam
- ha saltato un allenamento per unirsi ad una manifestazione di agricoltori in protesta per il non innalzamento del salario minimo
- ha partecipato più volte a manifestazioni di operai, e durante una manifestazione pacifista contro la guerra è stato arrestato
- ha visto più di 1000 concerti nella sua vita, quasi tutti di Bob Dylan ma soprattutto della sua band preferita, i Grateful Dead. Ha dichiarato a proposito "ho sempre ripagato il biglietto a quelli che avevano la sfortuna di dover stare dietro di me"
- dopo il suo ritiro, nel 1987, col fisico distrutto dagli infortuni, è stato bloccato a letto per quasi 5 anni nei quali ha pensato anche al suicidio
- dal 1995 non può stare in piedi per più di un quarto d'ora consecutivo, e, quando è diventato telecronista per ESPN (un super telecronista) si è dovuto portare ovunque una sedia speciale che gli consentisse di stare seduto senza avere dolori lancinanti alla schiena
- come giocatore è stato un centro tecnicamente meraviglioso. Un passatore incredibile, un rimbalzista pazzesco, una sorta di precursore di centri come Arvydas Sabonis e Jokic
- durante una partita contro i Lakers, perse una scarpa e, dopo averla raccolta, la lanciò colpendo il pallone tirato da un giocatore dei Lakers. Prese tecnico.
Poco fa è arrivata la notizia: si è spento a 71 anni a causa di un male incurabile.
Bill Walton è stato un cestista, un filosofo, un hippie, un predicatore, un attivista, un telecronista, è stato il primo che ha denunciato le pratiche illecite dei medici delle squadre sui giocatori, è stato uno che ha denunciato la Casa Bianca, è stato la voce delle minoranze e delle classi più disagiate, è stato uno scrittore, è stato un ciclista di 2 metri e 12, è stato un difensore della natura e dell'ambiente, è stato un personaggio unico.
Ci mancherai un casino.