Per partecipare alla fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, che si svolgerà a Roma, le case editrici dovranno ottenere quest’anno il “patentino antifascista”, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione.
È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono.
La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno.
Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica.
20 years ago, An Inconvenient Truth put climate change at the center of global debate, shaping politics, influencing leaders, and inspiring a generation of activists.
Two decades later, we can assess not just its impact, but its accuracy. Many of the film’s most alarming predictions did not materialize, while many of the policies it inspired have proven costly and ineffective.
The lesson? Panic is a poor guide for public policy. Focusing on innovation, adaptation, and economic development can do far more to help both people and the climate—at a fraction of the cost.
https://t.co/EIJyuNeFU1
Marx lived his entire adult life as a dependent. The capitalist system funded his "research" through Engels, whose family wealth came from textile factories. The irony cuts deep: capitalism's profits subsidized its most famous critic.
Marx never held a real job. Never met payroll. Never risked capital or faced bankruptcy. He spent decades theorizing about labor value while avoiding actual labor. His insights into production came from library books, not factory floors.
The parasitic intellectual tradition he spawned continues today. Academic Marxists collect taxpayer-funded salaries while denouncing the market system that creates the wealth they consume.
It's time to get rid of these people.
✍🏻 Roberto Damico
Gli attivisti nigeriani ci chiedono – disperatamente – aiuto. Ci chiedono di rompere il muro dell’omertà e del silenzio che soprattutto una certa parte – quella che si finge antirazzista ed empatica, che riempie le piazze per le cause giuste, che si indigna a comando – ha alzato sul loro paese e sulla vicenda che sto per raccontare. Un muro alto, spesso, impenetrabile. Un muro che non lascia passare notizie, non lascia passare immagini, non lascia passare richieste di aiuto. Un muro che protegge – non le vittime – ma la narrazione. La narrazione che vuole che i buoni siano sempre i non occidentali, e i cattivi sempre gli occidentali. La narrazione che vuole che i jihadisti – Hamas, Boko Haram, Al-Shabaab – siano “combattenti per la libertà”, “resistenti”, “oppressi”. La narrazione che non tollera eccezioni.
Da alcuni giorni – ma la notizia è rimasta confinata nei canali minori, nelle agenzie africane, in qualche giornale specializzato – un gruppo jihadista, probabilmente Boko Haram (o una sua fazione, o un gruppo affine), ha rapito 40 bambini con i loro insegnanti. In Nigeria. In una scuola. I bambini – secondo le prime informazioni – sembrano essere cristiani. Il rapimento fa seguito a fatti simili, con centinaia di rapiti, negli ultimi mesi. Uno degli insegnanti è già stato ucciso. Ucciso davanti ai bambini, forse. Ucciso per terrorizzarli, per piegarli, per farli diventare docili. Pare che alcuni dei bambini – alcuni di quei 40 bambini – abbiano già subito atti atroci. Inumani. Le famiglie e le comunità sono disperate. Urlano. Chiedono aiuto. Ma da noi – in Italia, in Europa, in Occidente – vige il silenzio. Assoluto. Totale.
Faccio notare – perché è importante, per capire il cinismo della sinistra – che appena qualche anno fa accadde qualcosa di simile. Ragazze rapite in Nigeria. Nel 2014,276 studentesse sequestrate a Chibok da Boko Haram. Allora – nel 2014 – il mondo si indignò. La sinistra, capeggiata da Michelle Obama (che lanciò la campagna #BringBackOurGirls), insorse. Ci furono manifestazioni. Servizi televisivi. Petizioni. Interviste. Libri. Film. Tutti parlavano di Chibok. Tutti chiedevano il rilascio delle ragazze. Tutti condannavano Boko Haram. Oggi – nel 2026 – il silenzio è totale. Non una manifestazione. Non un post virale. Non una campagna. Non una parola di Michelle Obama. Perché?
Perché – in pochi anni – la sinistra ha consolidato certe posizioni. Ha sposato una narrazione in cui i jihadisti – quelli che oggi rapiscono bambini – sono “resistenza”. In cui Hamas è “liberazione”. In cui Boko Haram è “anti-imperialista”. In cui chiunque si opponga all’Occidente – anche uccidendo bambini – è automaticamente “dalla parte giusta”. E questa narrazione – una volta sposata – non può essere messa in discussione. Non può essere incrinata da notizie scomode. Non può essere disturbata da bambini rapiti, insegnanti uccisi, violenze indicibili. Perché se ammettessimo che Boko Haram è cattivo – che i jihadisti sono cattivi – allora dovremmo riconsiderare anche il nostro giudizio su Hamas. E su Hezbollah. E sull’Iran. E su chiunque si oppone a Israele. E questo – per la sinistra – è inammissibile. Meglio il silenzio. Meglio l’omertà. Meglio dimenticare i bambini nigeriani. Piuttosto che incrinare il dogma.
E allora – noi – che non abbiamo questa narrazione, che non abbiamo questo dogma, che non abbiamo questa paura – dobbiamo rompere il silenzio. Dobbiamo parlare dei bambini in Nigeria. Dobbiamo condividere le loro storie. Dobbiamo chiedere ai governi di agire. Dobbiamo fare pressione sulle Nazioni Unite. Dobbiamo sostenere le organizzazioni che cercano di liberarli. Dobbiamo – se possibile – offrire asilo a chi fugge. Dobbiamo – almeno – non dimenticare.
Perché il silenzio – oggi – è complice. Non è neutrale. Chi tace – chi non condivide, chi non scrive, chi non si indigna – sta dalla parte dei carnefici. Sta dalla parte di Boko Haram. Sta dalla parte di chi rapisce bambini. Perché il silenzio permette che accada ancora. E ancora. E ancora.
Parliamo dei bambini in Nigeria. Oggi. Non domani. Quando sarà troppo tardi.
Gli Stati Uniti d’America non sono nati in un giorno. Le tredici colonie non volevano cedere sovranità. Eppure ci fu chi ebbe il coraggio di guardare più lontano.
La storia insegna che le grandi comunità politiche nascono quando qualcuno sceglie di costruire, non di dividere.
Oggi la sfida è la stessa: completare il progetto europeo, rafforzare la nostra capacità di difenderci, contare nel mondo e garantire stabilità ai cittadini.
Gli Stati Uniti d’Europa non sono un sogno. Sono una necessità. E dobbiamo avere il coraggio e anche l’orgoglio di perseguire quella strada. Adesso.
Today is 37 years since the Tiananmen Massacre
On this day in 1989, the Chinese Communist Party ordered the People's Liberation Army to open fire on its own citizens.
Peaceful pro-democracy students and workers who gathered in Beijing's Tiananmen Square demanding freedom, anti-corruption, and basic human rights were crushed under tanks and gunfire.
The protests began in mid-April 1989, triggered by the death of reformist leader Hu Yaobang. On May 13, students began a hunger strike. Martial law was declared on May 20, but protesters remained peaceful.
In the early hours of June 4, troops advanced with tanks and live ammunition. Soldiers fired on unarmed civilians blocking their path in the streets surrounding the square.
Hundreds to thousands were killed. Thousands more were imprisoned, tortured, or disappeared.
To this day, the Chinese government censors all mention of it, erases it from history books, and threatens anyone who remembers.
Elon Musk perfectly summarized the woke mind virus
It is an artificial mental civil war designed to divide us. It actively amplifies racism and sexism while claiming to do the exact opposite. It makes people hate each other and hate themselves
It is completely anti-merit and anti-fun. It is just pure evil
Non esiste un posto al mondo in cui nelle piazze si riversano abitanti colmi di gioia e in lacrime per festeggiare una azione in cui sono stati sgozzati bambini e anziani.
Solo a GAZA, 🇵🇸 solo in mezzo a quella cultura malata.
Ricordatelo.
Vi spiego perché l'#Ucraina può e dovrebbe entrare immediatamente nell'#UE con procedura ex post.
Fate girare, per favore! Sento e leggo posizioni ipocrite dettate anche da profonda ignoranza sulla questione quanto mai urgente dell'ingresso dell'Ucraina nell'Unione europea. Ribadisco alcuni punti che spazzano via tutte le fesserie che si rovesciano in Rete e nel mainstream sulla questione della possibilità di ingresso immediato dell'Ucraina nell'UE. #Kyiv può immediatamente entrare nell'Ue con procedura ex post. L’ingresso immediato, rappresenterebbe una forte garanzia di sicurezza per un’Ucraina che resterebbe altrimenti sotto la costante minaccia russa e rappresenterebbe anche un rafforzamento della sicurezza della stessa Unione europea. Ovviamente, per evitare discriminazioni, entrerebbero contemporaneamente anche i Balcani occidentali, con la stessa procedura accelerata del tutto compatibile con il diritto dell’Unione e con l’art. 49 del TUE, base giuridica del procedimento di adesione.
Kyiv potrebbe entrare, immediatamente, accettando solo due condizioni: essere uno Stato membro militarmente neutrale, come è accaduto per l’#Austria (perché sarebbe l’art. 42.7 a garantirne la sicurezza) e applicare ai territori russofoni un accordo simile a quello De Gasperi-Gruber del 1946 per l’Alto Adige, per garantire l’autonomia delle regioni russofone in ottemperanza dell’articolo 2 del Trattato di Lisbona sui diritti delle minoranze etniche e linguistiche.
L’articolo 49 del TUE non esclude il procedimento di “adeguamento ex post” all’«acquis communautaire» dello Stato subentrante; ricordiamo anche che questa è stata la lettura datane nei primi quaranta anni della vigenza dei Trattati di Roma, con un accesso riconosciuto subito dopo la conferenza diplomatica di adesione e poi, con lunghi periodi transitori, l’adeguamento.
L’adesione immediata dell’Ucraina costituirebbe un passo, e probabilmente il solo passo possibile, che permetterebbe all’Unione europea di assumere nuovamente un ruolo di protagonista in iniziative di pace che la vogliono emarginare e costituirebbe inoltre un chiaro messaggio, alla #Russia e al resto della comunità internazionale, di coesione europea e di visione strategica di difesa dei propri interessi collettivi. @RadioRadicale #Turchia
It seems to me that Islamic demands for 'respect' is simply a way of trying to impose their culture on other people
Do they 'respect' British traditions ?
No, they don't.
One of the things that I think people don't understand is that Israel is actually a relatively old country.
And I'm not talking about Talmudic Biblical Israel.
I'm talking about the modern state of Israel, founded in 1948, became the 59th state in the world, and there are now 193 states represented at the United Nations.
That means if you're doing the math, Israel is actually older than 67% of the nations in the world, and that's because so many countries were created just like Israel was—by having colonialist powers, mostly European in origin, draw lines kind of randomly on a map, creating countries out of whole cloth without very much regard for the populations that were being swept up into the newly formulated states.
That's how a lot of states were formed in the '40s, '50s, and '60s in the Middle East. That's how a lot of states were formed in the '40s, '50s, and '60s in Asia, and especially in Africa.
But of course, nobody protests the creation of Cameroon or of Botswana.
Nobody's protesting the creation of Lebanon or Syria or India and Pakistan or Iraq.
Remember, there are 57 Muslim countries in the world and 22 Arab countries with two billion citizens. But the world cannot stomach one tiny Jewish state in its ancestral homeland with only seven million Jewish citizens.