Il Codacons chiede il ritiro di tutte le onorificenze assegnate a Sinner e scrive così:
“…se dedicasse meno tempo a girare spot avrebbe modo di rappresentare meglio il proprio paese”
Gli spot gli servono per moltiplicare grano e permettersi i migliori professionisti e fa benissimo a girarne il più possibile. Stessa cosa vale per i tornei-esibizione.
Jannik Sinner non è un calciatore, non ha un club che lo tutela, è un’azienda con un amministratore delegato (lui stesso), pochi selezionatissmi dipendenti (il suo staff) e una marea di responsabilità (tra le altre, gestire al meglio se stesso e la sua carriera).
Sono concetti di una banalità sconcertante, ma evidentemente non così scontati.
Jannik Sinner non è a nostra disposizione e dovremmo semplicemente ringraziarlo per come rappresenta il nostro Paese in giro per il mondo, cosa che riesce a fare alla grande e, forse, non ci meritiamo nemmeno così tanto.
Adriano Panatta sul Corriere della Sera: “Sinner riesce sempre a sorprendermi. Esce pesto e ammaccato da match difficili e laboriosi, talvolta deludenti nel risultato — come la finale degli US Open di domenica sera, quando Alcaraz gli ha scatenato contro una tempesta anomala di servizi vorticosi e dritti simili a cazzotti.
Perdere una finale dello Slam non aiuta a essere lucidi nel giudicare ciò che è appena accaduto all’Arthur Ashe Stadium, né a disporsi subito all’autocritica per mettere in evidenza dove e cosa migliorare. Jannik — come lo chiama Carlos Alcaraz — ha indicato i suoi limiti attuali (piccoli limiti, lasciatemelo dire, che sarebbe ingiusto ingigantire al contrario): un servizio da rendere più autorevole e sicuro; una comfort zone più ampia, capace di inglobare le parti del suo gioco ancora forzate, come palle corte, variazioni, discese a rete. Su questo deve lavorare, tornare a crescere, progredire, se vuole evitare che Alcaraz prenda il largo e diventi irraggiungibile.
Ha capito tutto, Sinner. Ha detto le cose giuste e mostra ancora una volta di conoscersi bene. E non è da tutti ammettere le proprie mancanze in un momento così delicato, subito dopo la sconfitta in una finale Slam. Deve tornare a studiare… proprio come ha fatto Alcaraz con lui: osservandolo nella conduzione del gioco, nella scelta dei colpi nei punti importanti, nell’essere meno disinvolto nell’uso dei colpi a effetto, nella ricerca della continuità e della solidità. Ora tocca a Sinner prendere da Alcaraz e preparare la riscossa a partire dall’osservazione del rivale.
Il resto non conta. C’è già chi vuole aprire processi… Ma smettetela! Chi vince due tornei dello Slam all’anno non può essere processato. Né conta poi così tanto la classifica: primo o secondo cambia poco, soprattutto per chi è rimasto in vetta per 65 settimane di fila, più di un anno. Conta il tennis prodotto in campo, la passione regalata al pubblico, contano le grandi sfide e i grandi tornei. La classifica è una questione determinata dagli algoritmi e, come tutti sanno, gli algoritmi non hanno anima”.
Quella cavalcata del 15/5/2022, vista dal terzo anello blu di San Siro, non la dimenticherò. Ci hai fatto divertire e vincere dopo anni di buio.
Grazie di tutto capitano