Barlumi d'orgoglio, giocando in trasferta anche se saresti in casa, contro i più forti di tutti, in una serata apparecchiata per la festa altrui. In tempi di magra ci prendiamo anche questo, in attesa di tempi migliori. Basterebbe poco, ma poco poco, per accenderci. #TorinoInter
“Il nostro calcio sta morendo e nessuno ha il coraggio di dirlo.
Non per mancanza di talento, non per assenza di passione, ma perché abbiamo costruito un sistema che calpesta i ragazzi prima ancora che tocchino un pallone.
Siamo pieni di stranieri comprati a peso d’oro, ma incapaci di far crescere i nostri giovani.
Tutto ruota attorno ai soldi: non conta più chi sa giocare, conta chi può permettersi di farlo. Se sei un bambino e vuoi inseguire un sogno, devi sperare che la tua famiglia abbia il portafoglio giusto. Altrimenti resti fuori, guardi gli altri, ti spegni.
Ci sono procuratori che bussano alle porte dei genitori chiedendo denaro per bambini che non hanno nemmeno esordito in una squadra vera. E chi non paga? Semplice: non gioca, non viene convocato, non viene nemmeno guardato.
Così non crescono i giovani, così cresce solo l’ingiustizia.
Abbiamo dimenticato una verità elementare:
il talento non si compra.
Si riconosce, si coltiva, si protegge. E invece lo soffochiamo, lo facciamo scappare, lo costringiamo ad arrendersi ancora prima che abbia respirato il profumo dell’erba di un campo vero.
La Federazione dovrebbe aprire gli occhi, indagare, capire, intervenire. Perché troppe famiglie raccontano la stessa storia:
se non paghi, tuo figlio non gioca. E allora non è sport, non è educazione, non è sogno: è business. Sporco, brutale, cinico.
Se un ragazzo nasce con un dono, quel dono non appartiene né ai procuratori né ai dirigenti:
è suo.
Il calcio dovrebbe soltanto permettergli di mostrarlo al mondo, non affogarlo nei conti bancari degli adulti.”
— Gianni Rivera
3 - L’#Italia non prenderà parte alla #CoppadelMondo per la terza edizione consecutiva; in precedenza, nella storia della competizione, era successo solo due volte (non partecipante nel 1930 e non qualificata nel 1958). Oblio.
#Bosniaitalia
“Prima una porta che non si apre. Poi l’abisso.
Sono sdraiato in un letto d’ospedale a Sion. Respiro ancora fumo, la voce mi tradisce ogni volta che provo a mettere ordine nei ricordi. Ho 55 anni. Vivo a Crans-Montana con la mia compagna e mia figlia di 17 anni. Fino a quella notte la mia esistenza era semplice, normale. Poi è arrivato Capodanno. Alle 1.20 tutto si è spezzato.
Ero in casa quando ho visto il locale Constellation trasformarsi in un rogo. Lingue di fuoco uscivano dalle finestre. Subito dopo ha squillato il telefono: era mia figlia. Bastano poche parole per capire che qualcosa di irreparabile sta accadendo. Incendio, feriti, gente intrappolata. Ho afferrato un estintore e sono corso fuori, ma mi è bastato un respiro per capire che era inutile. Il fumo era tossico, denso, totale. L’incendio aveva divorato l’aria. Dentro non c’era più ossigeno, solo morte.
Ho trovato mia figlia all’esterno. Immobile, sotto shock. Aspettava il suo fidanzato, rimasto bloccato dietro una porta. È riuscito a uscire per pochi istanti, davanti ai suoi occhi. Ora è ricoverato a Basilea, gravissimo, con ustioni estese. Lei è viva per un dettaglio minuscolo, inspiegabile. Un attimo prima o dopo e oggi il mio racconto sarebbe un altro.
Ho chiamato i soccorsi cercando di restare lucido. Poi ho capito che non potevo fermarmi lì. Sul retro ho notato una porta secondaria: chiusa, serrata dall’interno. Attraverso il vetro si vedevano arti, corpi accatastati. L’edificio non era crollato, ma era diventato una gabbia.
Con un uomo che non conoscevo, arrivato attirato dal boato, abbiamo iniziato a tirare, colpire, spingere. Nessun attrezzo, solo forza e disperazione. I pompieri stavano arrivando, ma lì ogni secondo decideva chi viveva e chi no.
Quando la porta ha ceduto, le persone ci sono finite addosso. Ragazzi ancora vivi, bruciati, intossicati. Alcuni coscienti, altri incoscienti. Urlavano, piangevano, supplicavano aiuto. In tante lingue. Anche in italiano. Erano giovanissimi. Quel locale era pieno di minorenni. Ho visto ragazze con vestiti da festa, il corpo ancora avvolto dalle fiamme.
Li abbiamo trascinati fuori uno alla volta, con le mani nude. Senza pensare al dolore, al rischio, al fumo. Li depositavamo a terra, nel punto di raccolta. Gridavano. E nella mia testa continuava a martellare un pensiero solo: potrebbero essere i miei figli.
Non c’erano vie di fuga. Nessuna alternativa. Chi era rimasto dentro non aveva possibilità.
Eppure, in mezzo a quell’orrore, ho visto anche il meglio delle persone. I locali vicini hanno aperto le porte. Sono diventati rifugi improvvisati. Hanno accolto i feriti, li hanno aiutati a respirare, a restare coscienti. Quella solidarietà resterà con me per sempre.
Ciò che non mi lascerà mai, però, sono gli sguardi. La lucidità disperata di chi capisce che sta morendo. Ustionati che ti fissano e ti chiedono di non abbandonarli. È un peso che non si cancella.
Io oggi sono ricoverato per intossicazione. Mia figlia è salva. Il suo fidanzato è sospeso tra la vita e la morte.
A Crans-Montana il Capodanno non si è concluso con un brindisi.
È finito alle 1.20. Davanti a una porta che non si apriva.
Mentre, dall’altra parte, qualcuno gridava aiuto.”
— Paolo Campolo 💔
#CransMontana
Negli ultimi 3 anni l'aumento dei prezzi dei generi alimentari è stato del 30% circa. Rispetto al 2021, la bolletta media elettrica annuale (2.700 kWh) è aumentata del 35%, quella del gas (1.400 mc) del 60%. Tenendo conto che per la stragrande maggioranza della popolazione i generi alimentari, le bollette e i costi per la casa rappresentano la parte più grande delle spese mensili (più del 60%), l'inflazione è stata molto più alta di quanto comunicato dall'ISTAT. Vale a dire che il crollo dei salari reali è stato molto più grande (almeno il triplo di quanto comunicato).
“Che Berlusconi abbia avuto rapporti con la mafia lo dice la Cassazione,in una sentenza definitiva che cristallizza per sempre che Berlusconi ha stretto un patto con Cosa Nostra intermediato da Dell’Utri”
Da una parte un giornalista,#Travaglio
Dall’altra dei cialtroni
#ottoemezzo
Torino, fuga di tifosi: -11,5%. Il popolo granata non ne può più
I dati pubblicati da StageUp/Ipsos sono impietosi e raccontano meglio di qualsiasi commento il rapporto ormai logoro tra il Torino e la sua gente. Nella stagione 2024/25 i granata contano appena 409.000 tifosi, contro i 462.000 dell’anno precedente: un calo del -11,5%, il peggiore tra le squadre storiche della Serie A.
Un segnale chiarissimo: i tifosi si stanno stancando. Dopo anni di promesse mai mantenute, mercati deludenti e progetti tecnici senza continuità, il Torino di Urbano Cairo sta perdendo il suo vero patrimonio: la passione del popolo granata.
Mentre club come Lecce (+10%), Atalanta (+7,5%) o Napoli (+4,5%) vedono crescere il loro seguito grazie a risultati concreti e programmazione, il Toro affonda, scavalcato persino da realtà emergenti come Bologna e Atalanta. Un’umiliazione storica per una piazza che ha scritto pagine leggendarie del calcio italiano.
La verità è che i tifosi non si sentono più rappresentati. La disaffezione è frutto di una gestione che non ha saputo valorizzare la storia del club, incapace di costruire un progetto vincente e di restituire orgoglio a una tifoseria che, nonostante tutto, ha sempre dimostrato fedeltà. Ma anche la pazienza ha un limite.
Il dato Ipsos è una fotografia che non lascia spazio a interpretazioni: il Torino sta perdendo i suoi tifosi. E se la società non cambierà rotta, il rischio è che la distanza tra Cairo e il cuore granata diventi incolmabile.
Torino, fuga di tifosi: -11,5%. Il popolo granata non ne può più
I dati pubblicati da StageUp/Ipsos sono impietosi e raccontano meglio di qualsiasi commento il rapporto ormai logoro tra il Torino e la sua gente. Nella stagione 2024/25 i granata contano appena 409.000 tifosi, contro i 462.000 dell’anno precedente: un calo del -11,5%, il peggiore tra le squadre storiche della Serie A.
Un segnale chiarissimo: i tifosi si stanno stancando. Dopo anni di promesse mai mantenute, mercati deludenti e progetti tecnici senza continuità, il Torino di Urbano Cairo sta perdendo il suo vero patrimonio: la passione del popolo granata.
Mentre club come Lecce (+10%), Atalanta (+7,5%) o Napoli (+4,5%) vedono crescere il loro seguito grazie a risultati concreti e programmazione, il Toro affonda, scavalcato persino da realtà emergenti come Bologna e Atalanta. Un’umiliazione storica per una piazza che ha scritto pagine leggendarie del calcio italiano.
La verità è che i tifosi non si sentono più rappresentati. La disaffezione è frutto di una gestione che non ha saputo valorizzare la storia del club, incapace di costruire un progetto vincente e di restituire orgoglio a una tifoseria che, nonostante tutto, ha sempre dimostrato fedeltà. Ma anche la pazienza ha un limite.
Il dato Ipsos è una fotografia che non lascia spazio a interpretazioni: il Torino sta perdendo i suoi tifosi. E se la società non cambierà rotta, il rischio è che la distanza tra Cairo e il cuore granata diventi incolmabile.
La vergogna senza fine del Torino di Cairo: un'altra indecorosa stagione, un povero allenatore dato in pasto alla folla e la storia del club e la passione dei tifosi ancora una volta calpestati
Urbano Cairo è al comando del club granata da 19 stagioni: come De Laurentiis che a Napoli partendo dalla C è arrivato però a vincere 2 scudetti e a rendere il suo club una potenza. Il Torino invece per la tirchieria e la sciatteria del suo proprietario è sprofondato in un buco nero di mediocrità e anonimato che offendono non solo la storia, ma la leggenda del Grande Torino
Iezzo; Grava, Maldonado, Romito, Giubilato; Capparella, Amodio, Montervino, Bogliacino; Calaiò (Pià), Sosa.
Domanda: di che formazione si tratta? A meno che non siate tifosi, anzi supertifosi del club in questione, dare una risposta non è facile. Ma vi tolgo subito dall’impaccio: si tratta della formazione-tipo del Napoli che acquistato da Aurelio De Laurentiis e allenato da Reja ottenne la promozione dalla C alla B. Correva l’anno, anzi la stagione 2005-06, la stessa in cui Urbano Cairo divenne proprietario e presidente del Torino Calcio. Unica differenza: De Laurentiis parte nella sua avventura col Napoli dalla Serie C, Cairo parte col Torino dalla Serie B.
Vi chiederete: perchè questo strano amarcord che ci riporta indietro di vent’anni? E perchè questo accostamento tra due grandi imprenditori che a un certo punto della loro vita decidono di scendere in campo e diventare proprietari e presidenti di due gloriosi club di calcio? La risposta è semplice: come direbbe “La Settimana Enigmistica” nella sua storica rubrica “Aguzzate la vista” (“Queste due vignette si differenziano per 20 piccoli particolari. Quali?”), vi mostrerò ora due quadri apparentemente simili di due grandi club carichi di scudetti, di due grandi imprenditori che quasi all’unisono li acquistano e li guidano per un ventennio, e vi chiederò alla fine di dirmi quali differenze trovate. Dopodiché aggiungerò qualche mia ulteriore, personale considerazione.
DE LAURENTIIS. Nel 2005-06 il Napoli di De Laurentiis è in Serie C. Vince il campionato, viene promosso in B e subito dopo in A; dove inizia a giocare a partire dalla stagione 2007-08. Diciotto stagioni in cui il club vince 6 trofei: 2 scudetti, 3 Coppe Italia, 1 Supercoppa italiana. Al termine del suo terzo campionato (2009-10) si qualifica per la prima volta alle Coppe (la Coppa UEFA come si chiamava a quel tempo) e da allora non fallisce più, tranne che nel 2023-24, il traguardo europeo qualificandosi 6 volte all’Europa League e ben 10 volte alla Champions League.
CAIRO. Nel 2005-06 il Torino di Cairo è in Serie B. Arriva terzo e viene promosso in A: dove inizia a giocare a partire dalla stagione 2006-07, un anno prima del Napoli. Diciannove stagioni in cui il club non vince nessun trofeo; una volta retrocede in B dove rimane 3 anni; non si qualifica mai alle coppe europee. O meglio: ci va due volte ma a tavolino, per squalifiche che tolgono di mezzo prima il Parma (2013-14) e poi il Milan (2019-20). Nella seconda occasione il Torino di Mazzarri non vi accede nemmeno dopo il ripescaggio, eliminato nello spareggio-qualificazione dal Wolverhampton.
Domanda: quali differenze avete trovato tra questi due quadri che in partenza sembravano simili? Vi è parso forse di scorgere qualche particolare che denoti che il presidente e proprietario del Napoli Aurelio De Laurentiis sia stato leggermente, impercettibilmente più bravo, abile e ispirato del presidente e proprietario del Torino Urbano Cairo? Se avete bisogno di pensarci, fatelo: senza dimenticare che le condizioni di partenza erano le stesse (anzi, Cairo era arrivato in A un anno prima), che entrambi i club godevano di una importante storia e di un illustre blasone (specie il Torino: 7 scudetti contro i 2 del Napoli) e che insomma la sfida tra i due imprenditori e i rispettivi club era, come si dice, una sfida alla pari.
Direte: vabbè, è evidente che non c’è stata storia, ma forse è stato il Napoli ad aver over performato, come dicono oggi quelli bravi: è stato De Laurentiis a essere troppo bravo, anche sfruttando l’enorme serbatoio di passione del popolo napoletano. Bravo De Laurentiis, non scarso Cairo. E magari avete ragione.
Vediamo allora cos’hanno combinato, in confronto al Torino di Cairo, altri club italiani meno titolati e blasonati del Napoli. Per esempio l’Atalanta, zero scudetti nel suo palmares. Mentre il Torino trascorreva 19 anni senza vincere niente, senza andare mai in Europa e senza dare una gioia ai suoi tifosi, l’Atalanta ha vinto un’Europa League; nelle ultime nove stagioni si è qualificato 8 volte alle coppe, 3 all’Europa League e 5 alla Champions; e il trionfo in Europa League è avvenuto dopo aver fatto fuori Sporting Lisbona agli ottavi, Liverpool ai quarti, Marsiglia in semifinale e Bayer Leverkusen in finale. Nel 2019-20 i bergamaschi hanno sfiorato l’approdo alla semifinale di Champions uscendo sconfitti negli ultimi minuti dal PSG di Neymar, Mbappè, Cavani, Thiago Silva e Di Maria.
Oppure la Lazio. Mentre il Torino trascorreva 19 anni senza vincere niente, senza andare mai in Europa e senza dare un sussulto ai suoi tifosi, la Lazio, 2 scudetti nel suo palmares, ha vinto 6 trofei, 3 Coppe Italia e 3 Supercoppe italiane; e negli ultimi 19 campionati si è qualificata alle coppe 15 volte: 3 in Champions, 11 in Europa League e 1 in Conference.
Oppure la Roma. Mentre il Torino trascorreva 19 anni senza vincere niente, senza andare mai in Europa e senza dare un brivido ai suoi tifosi, la Roma, 3 scudetti nel suo palmares, ha vinto 4 trofei, 2 Coppe Italia, 1 Supercoppa Italiana e 1 Conference; e negli ultimi 19 campionati si è qualificata alle coppe 17 volte: 8 in Champions League, 8 in Europa League e 1 in Conference (vincendola). Nel 2017-18 è arrivata a giocarsi una semifinale di Champions League, poi eliminata dal Liverpool (2-5, 4-2).
Oppure il Bologna. Mentre il Torino trascorreva 19 anni senza vincere niente, senza andare mai in Europa e senza dare un’emozione ai suoi tifosi, il Bologna, 7 scudetti nel suo palmares (come il Torino) anche se tutti appartenenti alla preistoria a parte quello più recente, si fa per dire, del 1963-64, il Bologna - dicevo - un anno fa è tornato dopo 60 anni in Champions League e quest’anno ha vinto la Coppa Italia battendo in finale il Milan. Nel 2008-09 si era qualificato per l’allora Coppa UEFA.
Potrei continuare, ma credo basti. Se mi avete seguito, provate a calarvi ora nei panni di un tifoso del Torino - e sottolineo Torino, ancora oggi ricordato come una delle squadre più forti e leggendarie mai apparse sulla faccia della terra, il Grande Torino scomparso il 4 maggio 1949 nella tragedia di Superga - che si domanda: ma proprio a me doveva capitare Urbano Cairo? Un presidente-proprietario che da vent’anni dirige il club facendo i conti della serva, unicamente spaventato dal perdere soldi, inconsapevole del lignaggio di una leggenda immortale qual è il Torino che quest’anno ha portato all’11° posto, un anno fa al 9° e andando a ritroso al 10°, ancora al 10°, al 17°, al 16° e via di questo passo nella più completa e avvilente mediocrità. Un presidente-proprietario che non dico rivinca uno scudetto 50 anni dopo l’ultimo di Pulici e Graziani (1975-76), ma che ci porti ogni tanto a fare un giro in Europa, si accorga dell’esistenza di un bravo direttore sportivo come ad esempio Sartori, ingaggi un bravo allenatore come ad esempio Gasperini, scucia qualche milione scommettendo su una giovane promessa come Barella o come Tonali, vinca non ogni anno, ma basterebbe ogni tre anni un derby con la Juventus, faccia la polvere alla sala trofei portando in bacheca una nuova coppa qualsiasi, anche miserrima, e soprattutto ricordi al mondo che il Torino esiste ancora.
Invece no. Sono passati 19 anni e Urbano Cairo non solo ha trasformato il Toro in una vacca frisona con la quale tutti sanno che banchetteranno, non solo tiene in ostaggio il club nella più avvilente pochezza, non solo non accenna a liberarlo e a restituirlo alla passione dei suoi milioni di tifosi: ma essendo nel frattempo diventato editore e proprietario di giornali, come la Gazzetta dello Sport, ha preso a usarli a mo’ di Istituto Luce per cantare alle folle le sue inenarrabili gesta e nel caso di rovesci e tracolli, che da vent’anni grandinano sulla testa dei tifosi, se ne serve per costruire alla bisogna il mostro, sbatterlo in prima pagina e additarlo al pubblico ludibrio come responsabile unico dello scempio in atto. Ultimo in ordine di apparizione: Paolo Vanoli.
Quel che sta facendo la Gazzetta dello Sport in questi giorni, i giorni che seguono la fine dell’ennesimo, desolante campionato disputato dal Torino, ha dell’incredibile (stavo scrivendo: dell’inqualificabile). Con un pelo sullo stomaco da Guinness dei Primati è iniziata infatti la messa in croce (o alla gogna, fate voi) del povero allenatore Paolo Vanoli - quello cui Cairo vendeva sotto il naso a inizio campionato i migliori giocatori senza nemmeno avvisarlo -, licenziato all’indomani dell’ultima partita Torino-Roma 0-2 e additato al mondo come unico responsabile del tragicomico campionato conclusosi all’11° posto (come se fosse una novità). La messa in croce è scattata lunedì ed è continuata martedì quando il giornale di Cairo ha raccontato che quando il 15 marzo Vlasic ha segnato il gol della vittoria dei granata contro l’Empoli “il Toro sale a 38 punti, mette nel mirino l’Udinese decima e da lontano intravede il Milan nono (…). Quello che poteva sembrare l’avvio di una rincorsa è invece l’inizio del blackout”. E sapete quale sarebbe per la Gazzetta il blackout? Essere 11° a 8 giornate dalla fine e finire il campionato 11°.
Non contenta, mercoledì 28, cioè ieri, la Gazzetta ha dedicato un’intera pagina, quella che ogni giorno viene consacrata al Torino, all’illustrazione di una statistica che definire perversa è dire poco. Nell’intento di dimostrare quanto il lavoro di Vanoli nel finale di torneo sia stato riprovevole e abbia rovinato il capolavoro di Urbano Cairo (!), la Gazzetta lo ha confrontato con i finali di torneo di Ventura, Mazzarri, Juric e Mihajlovic per evidenziare l’insufficiente performance dell’allenatore. “Vanoli saluta la Serie A con il peggiore rendimento negli otto turni finali di campionato”, sentenzia la Gazzetta come se una statistica su 8 partite scelte a capocchia possa avere anche alla lontana un minimo di significato.
Peccato che il giornale si sia scordato di dire che nell’era-Cairo ci sono stati nove allenatori del Torino che sono stati licenziati dal padre-padrone Urbano a lavori in corso e non possono quindi entrare nella statistica; allenatori che Cairo deve però aver ritenuto peggiori e più dannosi di Vanoli, altrimenti li avrebbe lasciati lavorare fino a fine torneo come ha fatto, appunto, con Vanoli. Per chi desideri saperlo, in 19 anni da presidente del Torino Cairo ha licenziato 10 allenatori per un totale di 14 esoneri (e non è una battuta: alcuni li ha esonerati più volte): sono Stringara, De Biasi tre volte, Zaccheroni, Novellino due volte, Colantuono, Beretta, Lerda due volte, Papadopulo, Mihajlovic e Giampaolo. Detto ciò, non so se provare più disistima per l’Urbano Cairo presidente o per l’Urbano Cairo editore.
Ma tornando a bomba, e cioè alla formazione del Napoli 2005-06 con cui ho aperto il mio articolo e con cui De Laurentiis partì nella sua avventura nel calcio: era per dire, ma l’avrete capito, che si può iniziare un’avventura con Capparella e Amodio e finirla con Kvaratskhelia e Osimhen; si può iniziare con Bogliacino e Sosa e finire con McTominay e Lukaku. Basta volerlo, appunto. E esserne capaci. Invece c’è chi comincia con Nicola e Rosina e finisce con Pedersen e Borna Sosa. Che poi forse, a ben pensarci, Nicola e Rosina erano meglio.
Questi signore e signori è Urbano Cairo. Il proprietario e presidente del Torino, il club più glorioso del calcio italiano diventato nelle sue mani un fenomeno da baraccone, un mostro del Circo, “venghino siòri venghino e non vi spaventate, il mostro ha un brutto aspetto ma non vi farà alcun male”. Se nel calcio esistesse l’Oscar per la Peggiore Calamità che a un club possa accadere, a Urbano Cairo dovrebbero dare due statuette: una come Peggiore Calamità 2024-25 e una alla carriera. Per acclamazione.
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@LattuadaGiacomo Con la tigna che porta vedrai che quando se ne andrà arriverà un Filippino che ci farà fallire e il cesso dirà: ve l'avevo detto... sto infame