Milano comunque è incredibile. Tutto riparato a tempo di record. Centinaia di vetri da sostituire e, dove pericolosi, già sostituiti con pannelli provvisori e tutto in ordine, grazie anche a quell'esercito buono e sorridente che sono le commesse, di cui si parla forse troppo poco
La differenza tra un cambio fisso e una guerra civile non salta all’occhio. Perché non c’è.
Bagnai lo scriveva nel 2016.
Oggi, nelle piazze di Milano, Torino, Bologna e altrove, quella frase smette di essere una provocazione intellettuale e diventa cronaca.
Il cambio fisso irreversibile dell’euro ha privato lo Stato della leva ordinaria di aggiustamento. Quando la competitività si perde o uno shock esterno colpisce, non resta che la svalutazione interna: compressione dei salari reali, precarizzazione, taglio della spesa sociale, pressione fiscale crescente su chi non può spostare il capitale.
È il meccanismo previsto dai Trattati e dalla governance ordoliberale: lo squilibrio non si corregge sul tasso di cambio, si scarica sul lavoro e sul ceto medio-basso.
A questo si aggiunge un secondo vincolo esterno, altrettanto determinante: l’immigrazione incontrollata e, non meno, il seme che ha generato nelle seconde e terze generazioni.
L’ingresso massiccio e non governato di forza lavoro a basso costo ha compresso ulteriormente i salari, saturato servizi e abitazioni, e prodotto una competizione sociale che la svalutazione interna aveva già reso esplosiva.
Le generazioni successive, nate o cresciute in questo contesto di integrazione parziale, disuguaglianza strutturale e assenza di piena sovranità nazionale sulle politiche migratorie, si trovano oggi a vivere le conseguenze materiali di quel modello: scarso inserimento lavorativo di qualità, marginalità periferica, assenza di prospettiva sotto il vincolo del cambio fisso. Non è un incidente: è l’esito prevedibile di un sistema che ha trattato la manodopera importata come variabile di aggiustamento e ne ha lasciato i costi sociali a carico dello Stato e delle comunità autoctone.
Il “caro-vita” di questi giorni non è un fenomeno meteorologico. È l’esito cumulato di anni di aggiustamento interno sotto doppio vincolo esterno (monetario e migratorio).
Affitti che crescono più dei redditi, benzina e bollette che erodono il potere d’acquisto, stipendi nominali che non recuperano l’inflazione reale, quartieri e servizi sotto pressione crescente, con una componente non marginale di giovani di seconda e terza generazione tra coloro che trasformano la protesta in guerriglia.
La Costituzione (artt. 1, 3, 4, 36, 41) continua a parlare di lavoro, dignità, uguaglianza sostanziale e funzione sociale dell’iniziativa economica. L’ordinamento effettivo, invece, ha subordinato questi principi alla stabilità dei prezzi, alla disciplina di bilancio e alla libera circolazione delle persone imposta dall’esterno.
Quando i meccanismi di aggiustamento sono bloccati, la tensione non scompare: si accumula. E quando si scarica, non distingue più tra protesta legittima e guerriglia urbana.
I minori fermati a Piazza Duomo, i cassonetti incendiati, le vetrine sfondate — con una presenza documentata di giovani di origine immigrata — non sono “devianze” da isolare moralmente.
Sono il sintomo di un aggiustamento che ha smesso di essere sostenibile socialmente, aggravato da flussi migratori il cui “seme” generazionale lo Stato non ha più la piena sovranità di governare.
La guerra civile non è quella degli scontri di piazza di un sabato; è quella, più silenziosa e più lunga, che si combatte ogni mese sul bilancio familiare e nelle periferie quando lo Stato non può più usare né la moneta né il controllo dei confini per proteggere il lavoro e la coesione nazionale.
Un giorno lo capirete, scriveva Bagnai.
Quel giorno, per chi guarda alle città di questi giorni, è già arrivato.
Il problema non è la “violenza” in quanto tale.
È il sistema di cambio fisso, unito all’immigrazione non governata e alle sue generazioni successive, che continua a produrre le condizioni materiali perché quella violenza abbia un terreno fertile.
Come ampiamente atteso (almeno da me), il Consiglio europeo non ha in alcun modo rinviato o sospeso ETS o ETS2. I paesi del nord hanno investito troppo su questo mercato “cap & trade” per tornare indietro adesso. Gran parte della politica energetica tedesca si basa sull’esistenza dell’ETS.
Si tratta di un mercato che ha vent’anni di vita e, come dire, bisognava svegliarsi prima. Diciamo dieci anni fa, almeno.
Resta il fatto che l’ETS è stato creato appositamente per far aumentare il prezzo dell’energia generata con gas e carbone, così da mandarla fuori mercato rispetto al prezzo delle fonti rinnovabili, teoricamente più basso, per favorire il cambio delle fonti energetiche.
Si tratta di un disincentivo che ha funzionato a metà. La metà relativa all’aumento dei prezzi ha funzionato benissimo. La metà relativa al cambio delle fonti no.
Uno degli infiniti casi europei di regolazione distorsiva del mercato (e direi pure del buon senso).
@SalisIlaria Nulla di grave, invece. Una zecca al Parlamento europeo non ce la meritavamo proprio. Ringraziamo @NFratoianni e @AngeloBonelli1 per questo scempio.
@braveheartmmt@GiuseppeConteIT Si, quella è stata la cosa più orribile. Aveva il mandato di mettere il veto da tutti e due i partiti che l'avevano nominato. Ha approvato tutto.
Il Pd chiede la sospensione e revisione del sistema che ha fortemente voluto e votato in ogni consesso e che ha messo fuori mercato l’industria italiana.
@Pgreco_ Uno dei due avrà selezionato materiale per il suo libro.... Tutto quello che ha scartato o considerato inidoneo è stato perfetto per l'altro.
La coppia perfetta. Si mangia sia coi guelfi che coi ghibellini tanto tutto resta in famiglia...
Heard this today from a smart European:
Europe has subcontracted security to America. Its economy to China. Energy to Russia and its labor force to the Islamists.
This model now has completely collapsed.
"E' infame quello che ha fatto Giorgetti con Unicredit, deve smettere di intervenire nel risiko bancario", ha detto Matteo Renzi, leader di Italia Viva, concludendo a Firenze i lavori della Leopolda 14.
Lo stesso Matteo Renzi che nel luglio 2016 incontrò a colazione il capo di JpMorgan, Jamie Dimon, chiedendogli di sistemare Mps, come ha rivelato Vittorio Grilli (oggi presidente di Mediobanca) un anno dopo alla commissione parlamentare d’inchiesta. Quel pranzo innescò le dimissioni dell'allora ad del Monte, Fabrizio Viola, e del presidente Massimo Tononi (oggi presidente del Banco Bpm).
Questa è una busta paga dell'agosto 1987. Stagione raccolta e lavorazione pomodori. 20 giorni con straordinari in busta. 1.613.300 Lire, più di 2.000 euro netti di oggi. Il problema sono i salari, non la mancanza di manodopera a basso costo. Il resto è fuffa liberista
Questo parla ai suoi, perché a noi che non scappassero dalla guerra e servissero come esercito industriale di riserva è chiaro fin da quando avete iniziato a deportarli dai loro paesi.
Io sarò anche una fascioxenofoba, ma non mi è mai neppure passato per l'anticamera del cervello di importare persone per farle lavorare sottopagate nei campi a 40 °C perché sono troppo avida per automatizzare, o usarle come prostitute.