Guido, italiano, è stato ammazzato così da un immigrato mentre altri immigrati guardavano. Guido è morto ieri dopo giorni di agonia. "Le persone vengono prima dei confini", dice il Papa. Il problema è che i confini sono l'unica difesa delle persone dalle bestie che lui difende.
Io Papa ha ragione. Prima dei confini ci sono le persone. Quelle che subiscono le invasioni e subiscono i continui sfregi alla nostra civiltà e alla nostra religione.
Onestamente: cosa sarebbe successo se qualcuno avesse fatto un saluto romano davanti a un campo di concentramento?
(aperture di tg, prime pagine, dibattiti in parlamento, puntate intere nei talk, ecc…)
Ma davvero qualche matto pensa sul serio che il #Quirinale non si possa criticare? Che di #Mattarella si debba parlare col capo chino e i piedi uniti?
Qualcuno si è così abituato al clima di opprimente servilismo attorno al Colle da aver dimenticato cosa siano libertà e democrazia.
Oggi, su La Verità, trovate una mia intervista firmata dal bravissimo Sergio Giraldo. Dico la mia: non ci serve che il Presidente sia di destra o di sinistra (certo, meglio che non venga dal PD). Ci serve uno che faccia tutto l'opposto di quello che hanno fatto, perlomeno, gli ultimi due.
E il #RomanzoQuirinale continua...
sono talmente ridicoli che ormai parlano solo a quelle 7-8 persone
non hanno bisogno di consenso
non hanno bisogno della politica
non hanno bisogno del mercato
essi sono il Parastato gramsciano
Notte di Ferragosto, lungomare di Metaponto, nel Materano. Una ragazza di 17 anni è stata brutalmente stuprata da un tunisino di 18anni. La minore è stata soccorsa e trasferita in ospedale. Lo stupratore, che aveva addosso i vestiti insanguinati, all’alba è stato arrestato per violenza sessuale aggravata.
Ora le femministe scenderanno tutte in piazza contro la violenza sulle donne. Ah, no, scusate. Scendono in piazza solo contro il fischio per strada del maschio bianco. Lo stupro per strada da parte dell’immigrato va bene. È disagio da mancata accoglienza.
“Disturba i borseggiatori” La compagna SIlvia Salis denuncia a questore e prefetto un cittadino che di notte viaggia sui mezzi pubblici per difendere i passeggeri
Vigilante di Vannacci fa le ronde in autobus. Il caso finisce sul tavolo di questora e prefetta
UN TSO ALLA SALIS 😩
Mentre il Quirinale dicono sia in imbarazzo ma nel manifestare solidarietà a quella che allora sembrava una bomba vera appare solo un po' silente, ci fu una precisa associazione di categoria, pilastro del PG, che usò Ranucci in campagna elettorale e gli tributò pubblici omaggi...
Quel silenzio è veramente inquietante.
Per chi non si beve tutto.
Mentre gran parte del giornalismo italiano si esercita nell’antica arte del copia-incolla da agenzie ONU e comunicati di Hamas, c’è un giornalista in Rai che ha deciso di non farsi dettare la linea da Ramallah. Si chiama Giovan Battista Brunori, e oggi è una rarità: uno che ha ancora la schiena dritta.
Capo della sede RAI a Gerusalemme, Brunori ha fatto qualcosa che nel 2025 equivale a un atto di insubordinazione: ha mostrato Gaza da un altro angolo, quello scomodo, quello che smentisce le lacrime facili e la propaganda prefabbricata.
Quando il Tg1 ha disturbato la narrazione
La settimana scorsa, il suo servizio per il Tg1 ha fatto tremare più tastiere che razzi. Le immagini? Scorte di aiuti umanitari marcite al sole perché “nessuno andava a ritirarle”.
La frase? Tagliente come un referto:
«Il cibo a Gaza sta avariando perché non ci sono organizzazioni che lo vanno a prendere.»
Apriti cielo. Le ONG si sono stracciate le vesti. La sinistra ha invocato la gogna.
La Rai? È corsa ai ripari con una replica del Tg3, in pieno stile “scusate il giornalismo”.
Ma Brunori non ha indietreggiato. Perché il giornalismo, quello vero, non chiede il permesso prima di disturbare.
Sul campo, non su Zoom
Giovan Battista Brunori non racconta Gaza da un bar di Ramallah o da un attico romano.
Nel 2024 era tra i pochi a documentare l’attacco del 7 ottobre, le infiltrazioni di Hamas, le case distrutte degli israeliani di Netiv HaAsara, a due passi dal confine.
Mentre altri parlavano di “resistenza”, lui mostrava famiglie sgozzate, villaggi assaltati, bambini presi in ostaggio.
Un crimine? No. Un servizio pubblico.
Ma questo oggi basta per finire nella lista nera degli “squilibrati filo-israeliani” (copyright collettivi studenteschi).
La colpa di raccontare tutto
Brunori non si limita a un copione. Non chiude gli occhi dove serve.
Nel caos informativo della guerra Israele-Gaza, è uno dei pochi a non affidarsi alle infografiche dell’UNRWA e ai pianti in slow motion rilanciati da Al Jazeera.
E questo lo rende pericoloso. Perché chi racconta tutto, rompe l’incantesimo.
Non c’è spazio per i “Mr. Fafo”, i martiri ricorrenti da Instagram, quando si mostra la realtà nuda: tunnel sotto gli ospedali, miliziani travestiti da soccorritori, aiuti bloccati da Hamas per esigenze belliche.
Il problema? È difficile smentirlo
Brunori ha un curriculum da campo: Afghanistan, Iraq, Libano, Ucraina.
Ha vinto il premio Ilaria Alpi (1998), il Premio Feniks (2021) e quello Delio Costanzo (2024).
Ma il suo vero trofeo è l’indipendenza.
Non lavora per far contenti i partiti. Né le ambasciate. Né le piazze.
Parla arabo. Conosce la storia. E quando va in onda, non ha bisogno di urlare per dire cose gravi.
In un mondo dove la verità è soggetta al sentiment, Brunori è rimasto fedele alla sostanza.
Non piacerà a chi cerca eroi prefabbricati e vittime su commissione.
Ma è l’unico in Rai che ancora ti fa cambiare canale perché dice troppo, non perché dice poco.
E oggi, questo, è rivoluzionario.
Chi non si inginocchia alla propaganda, chi ha ancora fame di giustizia, ti guarda e ti dice: vai avanti. Perché oggi, raccontare la verità è un atto di coraggio.
@LuigiGiliberti2
Ricapitolando: @FratellidItalia non può chiedere di sospendere #Ranucci (FASSISTIHHHH) mentre il @pdnetwork,per bocca di @#Ruololo (il fratello di quello che ha presentato #Lavitola a #Ranucci), ha potuto impedire il contratto di #Facci con la #Rai. Ma non vi fate schifo da soli?
@boni_castellane Sono perfettamente d'accordo. Questo è ciò che accadrà. Ormai non crederebbe più nessuno a ció che verrebbe detto nella trasmissione. Da chiudere senza appello.
Chi, come me, si è battuto per il referendum ricorda bene i testimonial che l'ANM esibì per sostenere il NO alla riforma.
E ricorda bene quando il più noto dei loro testimonial, Sigfrido Ranucci, venne acclamato in un'assemblea di magistrati.
Fu una battaglia impari. Mentre noi parlavamo del merito della riforma, loro ci accusavano di ogni nefandezza. Facevano sfilare queste icone della trasparenza, del rigore, della rettitudine morale, sostenendo che le nostre riforme fossero a protezione dei criminali, quando invece si fondavano su sacrosanti principi garantisti.
E garantisti lo siamo ancora oggi, anche e soprattutto con Sigfrido Ranucci.
A differenza dell' ANM, pronta a occuparsi di tutto, a dichiarare su tutto, a protestare su tutto, a solidarizzare su tutto, che oggi TACE imbarazzata, perché non sa che pesci pigliare.
PD, IL PARTITO CHE NON SBAGLIA MAI – ✍🏻 Roberto Riccardi
Gli iscritti di quella cosa informe che resta del Pci votano nei circoli e scelgono Stefano Bonaccini come segretario. È il febbraio 2023.
Giusto una settimana dopo, i gazebo aperti a chiunque passi per strada ribaltano il verdetto e consegnano il partito a Elly Schlein.
Come se sui lavori decisi dall’assemblea di un palazzo con 12 famiglie fossero poi chiamati a votare tutti gli abitanti di un intero quartiere e il loro voto contasse di più dei condomini.
Nel mondo reale sarebbe impensabile e, soprattutto, impossibile. Ma il PD è oltre, a volte gli basta mettere un asterisco in fondo ad un aggettivo e sono tutti felici e contenti.
Il fatto è che un partito che non affida nemmeno ai propri militanti l’ultima parola sul proprio segretario pretende da ottant’anni di insegnare agli italiani come si vota.
Perché questa bislacca sinistra ha costruito la propria identità su un dogma: essere il partito dei colti, dei competenti, dei moralmente superiori. Gli altri sbagliano per ignoranza; loro, al massimo, hanno ragione troppo presto.
Peccato che la storia racconti l’esatto contrario: una sequenza ininterrotta di scelte sbagliate, compiute sempre con la stessa granitica sicumera.
Si può cominciare dal dopoguerra, quando al confine orientale i comunisti nostrani teorizzavano la cessione di terre italiane alla Jugoslavia di Tito, mentre parlare delle foibe era tabù. Chi ci provava veniva bollato come fascista.
Ci vorranno quasi sessant’anni perché lo Stato dedichi alle vittime un Giorno del Ricordo. Sessanta. Senza che da quelle parti nessuno abbia mai fatto ammenda. E c’è ancora chi lo diserta.
Oppure dal 1948, quando a un Paese appena uscito da una dittatura si indicava come faro Mosca, dove il pluralismo politico era già finito da un pezzo.
Alla morte di Stalin il pianto fu collettivo e organizzato: si commemorava come un padre l’uomo dei gulag e delle purghe. Tre anni dopo, davanti ai carri armati che schiacciavano Budapest e i suoi morti, la scelta fu di stare con i carri.
Qualcuno ha mai chiesto scusa? La domanda è retorica.
Negli anni Sessanta l’infatuazione di una parte della nuova sinistra studentesca si spostò a Pechino: la rivoluzione culturale di Mao, con i suoi processi di piazza, le umiliazioni pubbliche e oltre un milione di vittime, veniva celebrata nelle università italiane come un’alba di liberazione.
Nel decennio successivo, davanti al terrorismo rosso che ammazzava magistrati, giornalisti e operai, si preferì a lungo l’aggettivo “sedicenti”: come se la stella a cinque punte fosse un equivoco.
A rompere definitivamente quella rimozione con la sua vita fu Guido Rossa, operaio, sindacalista e comunista. Denunciò un brigatista infiltrato all’Italsider e per questo fu assassinato.
Poi gli anni Ottanta, con la “questione morale” brandita come clava contro ogni ammodernamento del Paese, mentre i finanziamenti sovietici arrivavano puntuali e il sistema delle cooperative prosperava negli appalti pubblici.
Poi la stagione giustizialista e manettara, quando la sinistra pensò di vincere per via giudiziaria ciò che le urne negavano.
Seguì la lunga teoria di alleanze contratte e rinnegate, fino ai Cinquestelle: ieri “populisti pericolosi”, oggi pilastro parolaio del campo largo.
E in questi giorni assistiamo al capitolo più incredibile. Il partito che sfila per i diritti delle donne va a cercare consenso dove le donne contano meno di zero: candidature costruite esplicitamente sulla rappresentanza comunitaria, nelle comunità islamiche più chiuse.
Venezia lo ha mostrato in modo quasi didascalico, con tanto di propaganda elettorale in lingua. Il femminismo si ferma dove comincia il pacchetto di voti.
E intanto, mentre si discuteva di asterischi e desinenze, gli operai se ne andavano.
Nel frattempo ai Parioli i figli di papà della sinistra continuavano a gridare con l’erre moscia: “il poteve deve esseve opevaio” e “fascisti cavogne, tovnate nelle fogne”. Contenti loro.
Le fabbriche che furono roccaforti rosse oggi votano a destra e nei quartieri popolari, dove le sezioni del Pci erano una seconda casa, il partito dei lavoratori raccoglie briciole. Vince nelle ZTL, nei centri storici, tra chi la crisi la legge sui giornali invece di viverla.
All’operaio che perde il posto per le genialate green di Bruxelles si risponde con lo schwa; alla famiglia che ha paura sotto casa si spiega che la sicurezza è “un problema di percezione”.
Percezione: mai una parola ha fotografato meglio l’arroganza di chi giudica dall’attico. Non sono gli operai ad aver tradito la sinistra. È la sinistra che ha traslocato.
Del resto i traslochi sono una specialità della casa. Ogni volta la stessa liturgia: si cambia sigla, da PCI a PDS, da DS a PD, convinti che basti ridipingere la facciata perché nessuno ricordi cosa c’è dentro.
La cosa informe di oggi è il risultato di quei traslochi: ogni volta si è perso un pezzo di identità, mai un grammo di arroganza.
Ottant’anni di storia pongono una domanda semplice, che nessun congresso ha mai avuto il coraggio di mettere all’ordine del giorno.
Come può definirsi il partito dei migliori chi si è trovato, in ogni snodo decisivo del Novecento e oltre, dalla parte sbagliata?
Berlusconi glielo gridava dai palchi: “Siete sempre e solo comunisti”. Ridevano, lo chiamavano ossessionato.
Poi hanno eletto una segretaria che ha scambiato le aule parlamentari per l’assemblea di un’occupazione studentesca e della quale aspettiamo con ansia il primo tazebao scritto a pennarello, appeso all’ingresso del Nazareno.
Trent’anni di smentite sdegnate e alla fine la conferma a Berlusconi gliel’hanno data da soli.
I posteri non dovranno nemmeno faticare a giudicare. Basterà mettere in fila i fatti. È ciò che a sinistra, da ottant’anni, nessuno ha mai osato fare.