A soli 30 anni si è spenta Valentina, figlia di Silvio Baldini affetta dalla nascita da una rara malattia. Nell’autobiografia del 2022 il tecnico scriveva così:
"Mia figlia Valentina è una bimba - perché per me rimarrà sempre la mia bambina - disabile. È una bambina di 4 anni nel corpo di una donna. Oggi vive la sua vita con serenità, non vuole lo specchio o il rossetto, non vuole essere vista come una bella ragazza, lei vive nel suo mondo con i suoi pensieri e i suoi svaghi. Vuole inseguire le formiche che camminano per terra oppure vuole i bicchierini degli yogurt e si diverte a tagliarli. Il suo mondo è legato a queste sue sensazioni che la fanno star bene".
"I medici ci hanno sempre detto che questa bimba non avrebbe avuto una vita lunga e per questo ha sempre dormito con me e mia moglie, perché il pensiero di alzarmi e trovarla morta mi angosciava. Tutt'oggi dormiamo sempre insieme, abbiamo un letto matrimoniale un po' più grande e dormiamo sempre noi tre. Quando la notte sogna ride continuamente e se non lo fa significa che sta male, che ha l'influenza o un altro tipo di problema; però quando sogna lei ride sempre, ride, ride, ride e la sua risata è veramente contagiosa. Quando ride, non lo fa come tutti noi, lo fa con la voce alta e quindi è una cosa strana perché ti chiedi se è sveglia, ma invece sta dormendo e continua a sognare...".
"Valentina mi ha fatto capire cosa significhi amare incondizionatamente e rimarrà sempre la mia bambina” ♥️
@Palmino58881 Io cerco di capire fino a che punto sono disposti a vendere il culo per arrivare a pagare le bollette a fine mese. Ma che cazzo di ragionamento è? Ma su quale base logica un nigeriano non è in grado di comprendere che fare a pezzi una persona non è un reato?
Israel never forgets.
The Mossad never forgives.
The IDF announced the elimination of Fadi Falah, a commander in Hamas's Military Training Department, who was accused of leading a group involved in the October 7 attack, including the kidnapping and killing of an Israeli mother and her two children.
L'#Italia che litiga sulle desinenze non ha una parola per lei. Troppo scomoda, Luigia. Troppo 'bianca'.
#remigrazione#remigration#deportation
Autore Roberto Riccardi:
Con almeno dieci coltellate il tunisino Sami Khemaies ha ucciso Luigia Fortunato nella loro casa di Loreto. Ma non è femminicidio e non è colpa del patriarcato.
Il pubblico ministero ha scelto l'omicidio volontario aggravato. Non sono emersi, ad oggi, elementi di dominio, controllo, prevaricazione di genere.
Nessuna denuncia pregressa, nessuna segnalazione ai carabinieri, nessun codice rosso attivato.
L'avvocato difensore ha parlato di "dolo d'impeto": una risoluzione criminosa sorta e attuata in quel momento.
Khemaies non è uno sconosciuto alla giustizia italiana. 39 anni, condannato per spaccio tra il 2017 e il 2019, evaso nel 2020 dopo aver distrutto il braccialetto elettronico con forbici da potatura e cacciavite.
Recluso, liberato, rimesso in circolazione. Mai espulso.
Fin qui la cronaca. Ed è da qui che comincia la sproporzione.
Quando Filippo Turetta ha ucciso Giulia Cecchettin, l'Italia si è fermata. Cortei in ogni città, fiaccole e persino panchine riverniciate. Il padre della vittima convocato in televisione come testimone di un'intera cultura malata.
Il patriarcato è stato elevato a emergenza nazionale. La mascolinità tossica è diventata materia di dibattito parlamentare. Ogni uomo italiano è stato chiamato alla sbarra collettiva: guardarsi dentro, fare autocritica, riconoscersi complice di un sistema.
Dai talk show alle cattedre universitarie, dagli hashtag ai codici etici aziendali, la narrazione era una sola: non è il gesto di un singolo, è la cultura di un intero Paese.
Quando Sami Khemaies massacra Luigia Fortunato, la parola patriarcato evapora.
Nessuno chiede se la cultura d'origine dell'assassino abbia avuto un ruolo. Con Turetta il verdetto culturale è arrivato prima della sentenza. Con Khemaies nessuno osa nemmeno formulare la domanda.
Nessun corteo. Nessun hashtag. Il dolo d'impeto sostituisce il dominio. La lite per il centro estivo sostituisce la sopraffazione.
L'omicidio diventa un incidente domestico senza radici, senza contesto, senza nome.
Persino la legge sul femminicidio, al primo caso che la costringe a misurarsi con i propri requisiti, si rivela un dispositivo a doppio taglio.
L'articolo 577-bis richiede la prova del movente di genere: odio, discriminazione, controllo, possesso, rifiuto di una relazione.
Prove che vanno cercate, non date per scontate. Ma la stessa militanza che per anni ha chiesto a gran voce una legge specifica adesso scopre, sgomenta, che quella legge ha dei requisiti.
Che non basta essere donna e morire per mano di un uomo. Che il diritto penale, a differenza degli hashtag, esige elementi, riscontri, fatti.
E allora si grida alla rivittimizzazione. L'avvocata della famiglia è "sconcertata." I centri antiviolenza protestano. https://t.co/3TzpEpZZEE denuncia un problema di "applicazione." Tutti scandalizzati che la legge funzioni esattamente come è stata scritta.
Ma il paradosso più feroce è un altro. Mentre Luigia Fortunato muore sotto dieci colpi di coltello da cucina in un appartamento di Loreto, il dibattito pubblico sul patriarcato ha preso una direzione che meriterebbe uno studio psichiatrico più che sociologico.
C'è chi denuncia come "molestia emotiva" il buongiorno di uno sconosciuto per strada. Chi invoca l'asterisco alla fine di ogni parola perché la desinenza maschile è "un saluto discriminatorio."
Chi teorizza che la libertà di salutare finisce dove comincia il diritto a non essere "declinata al maschile."
Questo è il femminismo che domina la scena pubblica. Un movimento che ha costruito un'industria - convegni, cattedre, consulenze, codici linguistici, campagne social - su un patriarcato gassoso, onnipresente e invisibile.
Continua sotto nel primo commento ⤵️
@ArenaSusi Mi raccomando, non smettete di lottare. Mi raccomando non abbassate la guardia su questi temi importanti. Poi non chiedetevi perché prendete tranvate nei denti alle elezioni.