Ho sacrificato - e sto tuttora sacrificando - molto del mio tempo, dei miei affetti, della mia serenità.
E non credo sia giusto che il SSN continui ad esistere solo grazie all'abnegazione dei propri operatori.
Sono assunto a tempo indeterminato con SSN da due anni.
Amo essere specialista in Medicina Interna.
Amo il mio lavoro, davvero.
La nostra generazione ha però capito che lavorare in queste condizioni è inaccettabile.
🧵Perché i medici "scappano" dagli ospedali?
Dovete sapere che per un medico della mia generazione lavorare in ospedale era un obiettivo, un traguardo prestigioso e prezioso. Negli anni, prima gradualmente, oggi in maniera impressionante, la percezione di questo ruolo è cambiata, oggi praticamente tutti i medici ospedalieri hanno la tentazione (a volte solo la speranza) di cambiare vita lavorando solo in privato e tantissimi fanno direttamente questa scelta, persino molti giovani a inizio carriera. 1/9
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Carico burocratico sempre più insistente, nessuna volontà a supportare la crescita professionale, stress psicologico sempre più pressante dettato dalle massime aspettative di risultato (come se un medico di per sé non aspirasse già a fare il meglio per i propri assistiti).
L'attenzione che si sta ponendo sempre più sul garantire un fne vita dignitoso e privo di sofferenze è giusta e sacrosanta tuttavia mi sembra che si stia perdendo un concetto fondamentale: come si nasce, si muore e la medicina - specie negli over 90 - spesso può nulla.
Donald #Trump: “Un’intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà. Tuttavia, ora che abbiamo un cambiamento di regime completo e totale, in cui prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse potrà accadere qualcosa di rivoluzionariamente meraviglioso, CHI LO SA? Lo scopriremo stanotte, uno dei momenti più importanti nella lunga e complessa storia del mondo.
47 anni di estorsione, corruzione e morte finiranno finalmente.
Dio benedica il grande popolo dell’Iran!”
Sempre più spesso vado a concerti di artisti noti ma non mainstream (vedi faccianuvola, marco castello, oggi nico arezzo - ANDATECI!) ed è davvero entusiasmante vedere sul palco il lavoro di artisti indipendenti che forti del loro talento si fanno il culo per campare di musica.
Sette Paesi, un solo uomo
Diciamolo subito, senza giri. Maduro era un dittatore. Khamenei era un dittatore. Il regime iraniano ha represso, torturato, ucciso migliaia di persone. Nessuno qui versa lacrime.
Il problema è un altro. Il problema è il principio.
Se il presidente degli Stati Uniti può decidere da solo di attaccare qualsiasi Paese sovrano, catturare un capo di Stato con un raid, assassinare una Guida Suprema con trentuno bombe anti-bunker, ordinare bombardamenti su 24 province e la sera stessa andare a una cena di raccolta fondi, allora non esiste più un ordine internazionale. Esiste la volontà del più forte. Nient’altro.
Sette Paesi in pochi mesi. Nigeria, Siria, Venezuela, Iran, Iraq, Somalia, Yemen. Non è contrasto al terrorismo. Non è legittima difesa. È l’affermazione di un potere senza limiti, senza autorizzazione, senza contrappesi. Un solo uomo, da una sola scrivania, decide chi governa, chi cade, chi muore. Oggi è toccato a Teheran e Caracas. Domani può toccare a chiunque. Non perché i bersagli siano innocenti. Perché il precedente è stato creato. Il meccanismo è in moto. Una volta che accetti che la forza militare sostituisce la politica, la diplomazia, il diritto, non c’è più modo di fermarla.
Chi sosteneva che sarebbe stata un’operazione chirurgica, controllabile, limitata, guardi cosa è successo in meno di ventiquattro ore. Khamenei ucciso nel suo ufficio. Centootto persone morte in una scuola elementare femminile a Minab. Le Guardie Rivoluzionarie che lanciano missili su 27 basi americane in cinque Paesi del Golfo. Lo Stretto di Hormuz chiuso al traffico navale. Esplosioni a Riyadh, Abu Dhabi, Manama. Spazi aerei chiusi da Israele al Kuwait. Paesi che non avevano chiesto nulla si ritrovano sotto il fuoco. La teoria della forza chirurgica si è smentita da sola nel giro di poche ore.
L’Iran non era un attore isolato. Aveva alleanze, milizie, capacità di ritorsione dal Libano allo Yemen. Colpire Teheran significava accendere ogni miccia della regione. Lo sapevano tutti. Lo hanno fatto lo stesso. Le infrastrutture energetiche globali sono esposte. I mercati si muoveranno. L’economia mondiale ne pagherà il prezzo. Non fra mesi. Adesso.
C’è poi la normalizzazione, che è forse la cosa più inquietante di tutte. Un presidente che bombarda mezzo Medio Oriente e la sera si presenta a un gala repubblicano. Un Segretario alla Difesa che celebra «l’operazione più letale della storia» come fosse un record sportivo. La guerra non viene più dichiarata. Viene gestita come ordinaria amministrazione, inserita tra un comizio e una foto di rito. Il confine tra guerra e pace non si è assottigliato. È scomparso.
Perché il vero problema non è l’Iran. Non è il Venezuela. Il vero problema è un uomo che si è convinto di stare sopra a tutto. Sopra al diritto internazionale, sopra al Congresso, sopra alle Nazioni Unite, sopra a qualsiasi vincolo che la civiltà ha costruito in ottant’anni per evitare che il mondo tornasse a essere una giungla. Trump non viola le regole. Le ignora. Le considera irrilevanti. Relitti di un’epoca in cui l’America aveva bisogno di alleati, di consenso, di legittimazione. Quell’epoca per lui è finita. Resta solo il potere, nudo, e la certezza messianica di poterlo esercitare senza rendere conto a nessuno.
Ha chiesto al popolo iraniano di «prendere il controllo del governo» mentre le bombe cadevano ancora. Ha festeggiato la morte di Khamenei su un social network con la stessa enfasi con cui commenta un indice di borsa. Ha trasformato un atto di guerra in un contenuto da piattaforma digitale. Non c’è solennità, non c’è peso, non c’è la consapevolezza minima che stai mandando a morire delle persone. C’è un uomo che si sente onnipotente e si comporta di conseguenza.
Qui sta la responsabilità dell’Europa. Il Segretario Generale dell’ONU ha condannato. L’Unione Europea ha chiesto moderazione. Parole. Comunicati. Niente. Il silenzio operativo è complicità. Accettare nei fatti ciò che si condanna nelle dichiarazioni significa ratificare un mondo in cui le regole valgono solo per chi non ha abbastanza bombe per ignorarle. Significa dire ai nostri figli che il diritto esiste finché conviene al più forte. Significa rinunciare a tutto quello su cui abbiamo costruito l’idea stessa di Europa.
Lo Stretto di Hormuz è chiuso. I missili volano su cinque capitali. Una scuola elementare di Minab non esiste più. E l’uomo che ha deciso tutto questo stasera è a cena.