🇻🇦✝️ "Now we are witnessing an invasion. There are no refugees. No, this is an invasion of mass Islamization of Europe," says Bishop Athanasius Schneider.
He says that mass immigration is essentially the destruction of Europe's historical culture and Christianity.
Rubrica mensile dello Studio Legale Manera
Il recente richiamo da parte dell’Ordine degli Avvocati di Milano nei confronti dell’avvocata Angela Taccia, difensore di Andrea Sempio nel caso noto come “delitto di Garlasco”, ha sollevato interrogativi importanti sul ruolo pubblico dell’avvocato penalista. In particolare, ha fatto discutere l’equilibrio tra comunicazione, deontologia e tutela dei diritti della difesa.
Il caso ha coinvolto non solo le dinamiche processuali, ma anche la figura dell’avvocato di Andrea Sempio, come viene ormai definita sui media l’avvocata Taccia in relazione al proprio assistito. Una definizione impropria ma utile per comprendere la portata simbolica della vicenda.
Ne parliamo in questa rubrica con Beatrice Manera, avvocato penalista a Torino e fondatrice dello Studio Legale Manera, da sempre attento a una pratica del diritto sobria e rigorosa.
Avvocato Manera, cosa ci insegna il caso dell’avvocata Angela Taccia, legale di Sempio, rispetto ai limiti della comunicazione pubblica nel processo penale?
Il caso dell’avvocata Angela Taccia, legale di Andrea Sempio, rappresenta un’importante occasione di riflessione sui limiti della comunicazione pubblica del difensore nel processo penale, specie quando il procedimento assume forte risonanza mediatica.
Il giorno in cui si sarebbe dovuto tenere l’interrogatorio del Sig. Sempio, che non si è invece presentato, l’avvocata ha pubblicato sul proprio profilo Instagram personale una storia con la frase: "Guerra dura senza paura".
Tale gesto ha suscitato una grande attenzione pubblica e, a seguito del clamore generato, il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano è intervenuto con una comunicazione che richiama gli avvocati al rispetto dei principi deontologici nelle interazioni con media e social network.
Dalla comunicazione del COA di Milano è possibile desumere i seguenti principi:
L’avvocato che rilasci dichiarazioni pubbliche o interagisca con i media o utilizzi i social network, ha l’obbligo di assumere un comportamento riservato, sobrio e misurato a tutela del decoro e della dignità dell’avvocatura;
Le vicende giudiziarie complesse e dolorose richiedono all’avvocato un atteggiamento discreto, rispettoso della sofferenza delle vittime, dei familiari e di tutti i soggetti coinvolti a qualsiasi titolo;
Ogni forma di spettacolarizzazione o protagonismo personale è inopportuna e contraria ai valori fondanti della professione;
Il prestigio dell’avvocatura non si misura con la visibilità mediatica, ma con l’autorevolezza, la discrezione e la competenza tecnica.
Questo episodio ha evidenziato la delicatezza della questione dell’esposizione pubblica della difesa nei procedimenti penali di forte impatto mediatico.
Il Codice Deontologico Forense non vieta l’utilizzo dei social tra gli avvocati, così come non vieta neppure l’esercizio del diritto di difesa fuori dal processo, legittimando in un certo senso il processo mediatico.
Sia ben chiaro però che ciò deve avvenire nel rispetto dei doveri deontologici e allo scopo di esercitare esclusivamente il diritto di difesa del proprio assistito.
Tali principi emergono dall’art 18 del Codice Deontologico Forense, il quale - nel regolare i doveri nei rapporti con gli organi di informazione – stabilisce che “nei rapporti con gli organi di informazione l’avvocato deve ispirarsi a criteri di equilibrio e misura, nel rispetto dei doveri di discrezione e riservatezza” e ancora che “con il consenso della parte assistita, e nell’esclusivo interesse di quest’ultima, può fornire agli organi di informazione notizie purché non coperte dal segreto di indagine”.
L’art. 57, invece, disciplina i rapporti con organi di informazione e attività di comunicazione, precisando che l’avvocato non deve mai fornire notizie coperte dal segreto di indagine, spendere il nome dei propri clienti e assistiti, enfatizzare le proprie capacità professionali, sollecitare articoli o interviste e convocare conferenze stampa.
Quando un avvocato penalista difende un imputato in un caso mediatico, quali rischi corre se oltrepassa il confine tra comunicazione difensiva e spettacolarizzazione?
Quando un avvocato penalista si espone eccessivamente nel dibattito pubblico relativo a un procedimento ad alto impatto mediatico, i rischi sono molteplici e possono compromettere tanto la posizione dell’assistito, quanto la propria attività professionale.
Infatti, la violazione delle norme del Codice Deontologico Forense che abbiamo appena analizzato, può comportare sanzioni disciplinari anche molto gravi.
Inoltre, un uso improprio dei media può determinare il venir meno del rapporto fiduciario con il cliente, poiché esiste il concreto rischio che un uso improprio dei social network e degli organi di comunicazioni crei un danno per l’imputato, influenzando negativamente l’opinione pubblica e contribuendo a una narrazione distorta del processo.
Quali strategie dovrebbe adottare uno studio legale che si trova a difendere un cliente in un processo ad alto impatto mediatico?
In un procedimento a forte esposizione mediatica, lo studio legale è chiamato a gestire la comunicazione pubblica con sobrietà, riservatezza e nel massimo rispetto dei doveri deontologici.
Il difensore deve essere molto attento alle modalità, tempi e contenuti delle proprie dichiarazioni pubbliche, accertandosi che siano sempre rispettosi e non assumano mai toni denigratori.
Ogni dichiarazione deve essere tecnicamente ineccepibile, accurata e verificata per evitare la diffusione di notizie inesatte che possano nuocere al procedimento o compromettere l’assistito.
Ogni comunicazione deve essere pensata al sol fine di tutelare il diritto di difesa e mai all’autopromozione personale o dello studio.
Conclusione sul caso Taccia-Sempio
Il caso Taccia-Sempio ha mostrato quanto il ruolo dell’avvocato penalista sia oggi esposto al giudizio pubblico non solo per le sue argomentazioni in aula, ma anche per ogni dichiarazione pubblica o gesto mediatico.
Lo Studio Legale Manera, con sede a Torino, continua a promuovere una difesa fondata sull’equilibrio, la preparazione e il rispetto delle regole deontologiche. Perché un avvocato credibile è, prima di tutto, un professionista sobrio e consapevole del proprio ruolo.
A.A.A cercasi testimoni per Andrea Sempio.
Si richiede un'innata capacità a mentire, una predisposizione naturale a mettere in fila le formiche, posare i grilli sugli alberi e le farfalle sui fiori.
Astenersi perditempo, giornalisti non asserviti e persone affette da impulsi di onesta sincerità.
Le candidature saranno vagliate direttamente dall'avvocato Angela Taccia.
Compenso non precisato, possibile comparsata a telesempio.
Servizio di full time sino a che prigione non sopravviene.
#Garlasco.
Bravissima @bugalalla che mentre altri sproloquiano del niente lei si fa un mazzo per portare notizie vere.
https://t.co/bVhFHPQQyq
La nuova vita di #Stasi: dopo 10 anni e mezzo, Alberto torna alla normalità. Lavorerà in azienda e vivrà in affitto nell'hinterland.
Checché ne dicano, l’affidamento in prova “non è automatico, altrimenti il beneficio verrebbe concesso a tutti i detenuti che hanno meno di 4 anni da scontare", garantisce il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Marcello Bortolato, smentendo il tentativo dell'avvocato dei Poggi, Gian Luigi Tizzoni (e del codazzo), di minimizzare il beneficio concesso a Stasi.
L’articolo qui sotto.
#Garlasco @ilgiornale
https://t.co/2Xp3mBqlgR
PER CHIAREZZA. È appena stato depositato il provvedimento che, come avevamo anticipato ieri, dispone la scarcerazione di #Stasi e l’affidamento ai servizi sociali integrati nel lavoro che già fa: responsabile d’amministrazione di una società. Quindi una precisazione per chi ha criticato la nostra anticipazione: quando un giudice dispone la scarcerazione e l’affidamento ai servizi sociali per un uomo che sta finendo di scontare una pena e questi coincidono con il lavoro che lui fa (senza comunità o volontariato) QUELL’UOMO, nell’essenza della notizia, È UN UOMO LIBERO. #garlasco
✍🏻 Anton Rosanov
Quando i soliti vi spiegheranno che la Remigrazione è “impossibile”, o che la cittadinanza non si può mai revocare perché è un diritto acquisito… tenete bene a mente questa storia. Ricordatevela.
Lui è Mark Bullen, 45 anni. Ex agente di polizia britannico. Undici anni nelle forze dell’ordine, premiato due volte come poliziotto dell’anno.
A un certo punto si innamora di una donna russa. Si licenzia, fa le valigie e si trasferisce a San Pietroburgo, dove trova un impiego per la squadra di calcio dello Zenit.
Tutto procede normalmente, finché alla fine dell’anno scorso riceve una banale e-mail dal Ministero dell’Interno britannico.
Il suo passaporto è stato revocato, lui è stato privato della cittadinanza.
La motivazione ufficiale?
Una formula burocratica: “la revoca è favorevole al bene pubblico”.
Zero dettagli.
Lui, nato in UK da genitori inglesi, britannico da chissà quante generazioni, viene privato della sua cittadinanza con uno schiocco di dita da Shabana Mahmood, Ministra dell’Interno di origini pakistane che per assumere l’incarico ha giurato sul Corano.
Successivamente, per giustificarsi, il Ministero ha partorito questo comunicato:
“La privazione della cittadinanza britannica è uno strumento vitale utilizzato per proteggere il Regno Unito da alcune delle persone più pericolose, tra cui quelle coinvolte nel terrorismo, in attività ostili da parte di uno Stato o in gravi crimini organizzati. Le decisioni di privazione non vengono mai prese alla leggera, ma questo governo intraprenderà sempre qualsiasi azione necessaria per mantenere il nostro Paese al sicuro.”
Piccolo problema: Mark Bullen non ha commesso alcun crimine. Non è mai stato condannato, non è sotto processo e non è mai stato nemmeno indagato in vita sua.
A quanto pare, la sua unica colpa è essersi trasferito in Russia e aver iniziato a raccontare la sua vita sui social, mostrando che la stampa occidentale trasmette un’idea totalmente distorta del Paese.
Non so se avete capito: una signora di origini pakistane ha revocato la cittadinanza ad un britannico nativo per motivi MAI CHIARITI e senza alcuna sentenza di un tribunale o giudice.
Siamo al cortocircuito totale.
Se sei un immigrato clandestino che stupra bambini, accoltella o decapita la gente per strada, il Regno Unito non ti espelle. Per esempio ti basta dichiararti improvvisamente omosessuale davanti a un giudice per bloccare il rimpatrio e ottenere i documenti, o anche se nel Paese d’origine il criminale rischia una condanna più grave o la pena di morte (per stupro, droga, omicidio, ecc… )
Quindi il clandestino assassino resta e gli danno i documenti. Evidentemente con lui “il Paese è al sicuro”.
Mentre il nativo viene cancellato via e-mail e gli viene impedito di tornare a casa sua, solo perché fa notare le menzogne dei media e quindi è una seria “minaccia per la sicurezza del Paese”.
Amici, ricordate questo: coloro che oggi si stracciano le vesti contro la Remigrazione non arrivano a capire una cosa banalissima. Quando certa gente prenderà definitivamente il potere, i primi a dover emigrare saranno proprio loro. E non tutti avranno la fortuna di trovare l’amore della vita e un lavoro ben pagato in Russia.
Sempre ammesso che non vengano impiccati prima da un tribunale della Sharia.
La Remigrazione è solo una questione di volontà politica.
#Remigrazione
Grazia a Minetti, Di Pietro: “Hanno chiuso il caso per salvare la reputazione del Colle, della Procura generale e del Ministero”. L'intervista di @pipitone87
https://t.co/gSykwjw3gb
Milo: “Se chiuderemo sarà per una nostra scelta, non perché ci minacciate e dite che non siamo degni del servizio pubblico, questa è un’intimidazione, è una minaccia, basta non è più accettabile”
Grande rispetto per Milo👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻
#ore14sera#garlasco
Una fila di persone fra quelle in difesa del simpatico ITALIANO, BERGAMASCO, LAUREATO attentatore di Modena che dicono che non si può revocare la cittadinanza perché è nato qui.
No cari, fortunatamente non è così perché lo IUS SOLI l'abbiamo fermato NOI.
Il BERGAMASCO la cittadinanza l'ha ottenuta nel Settembre 2009 e credo sia la prima cosa da revocare.
Quello che è successo a Modena non può farci perdere l'umanità e il senso delle proporzioni.
Non tutti i laureati in economia sono automaticamente criminali, e non dobbiamo per colpa di ciò che è successo interrompere gli sforzi per la loro integrazione nella società civile.