CI SONO UOMINI CHE HANNO INDOSSATO UNA DIVISA PER SERVIRE LA PATRIA.
E POI C’È ROBERTO VANNACCI.
Oggi consiglio a tutti di leggere l’intervista dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, @CMC_NATO, al Foglio.
Cavo Dragone è stato Capo di Stato Maggiore della Difesa italiana ed è oggi presidente del Comitato militare della NATO. Ma soprattutto rappresenta ciò che dovrebbe essere un grande ufficiale quando parla della sicurezza della propria nazione: competenza, responsabilità, conoscenza della minaccia e senso dello Stato.
Dice cose semplicissime.
Nel 2022 è stata la Russia a invadere l’Ucraina. Mosca ha trasformato la propria economia per sostenere una guerra lunga. Sul territorio europeo abbiamo cyberattacchi, sabotaggi, interferenze GPS, infrastrutture critiche sotto pressione e campagne di disinformazione.
Negli ultimi due anni i caccia alleati sono dovuti intervenire circa 700 volte di fronte a velivoli russi che minacciavano o violavano lo spazio aereo NATO.
E Cavo Dragone ricorda una verità che certa propaganda “pacifista” continua a fingere di non capire: LA DETERRENZA NON SERVE A FARE LA GUERRA. SERVE A IMPEDIRLA.
Un aggressore attacca quando pensa di poter vincere rapidamente e pagando poco. Se trova davanti a sé capacità militari reali, volontà politica e certezza della risposta, il calcolo cambia.
Questa è difesa.
Questo è patriottismo.
Poi abbiamo @RoVannacci.
Anche lui viene dalle Forze Armate. Ma oggi guida un progetto politico che arriva a definire “fantomatica” la minaccia russa.
Vannacci vuole interrompere gli aiuti militari all’Ucraina, contesta il rafforzamento della difesa europea e racconta agli italiani che il pericolo sarebbe chi vuole prepararci a difenderci, non chi ha già invaso un Paese europeo.
E allora la domanda è semplice.
Chi è davvero il patriota?
L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che avverte l’Italia della minaccia e lavora perché venga dissuasa?
Oppure Roberto Vannacci, che mentre la Russia combatte una guerra di aggressione in Europa ci spiega che quella minaccia sarebbe praticamente inventata?
Io non ho alcun dubbio.
Giuseppe Cavo Dragone è un grande servitore della Patria.
E uso consapevolmente parole molto dure:
POLITICAMENTE, IO CONSIDERO ROBERTO VANNACCI UN TRADITORE DELLA PATRIA.
Non perché dissenta da me. Ma perché, mentre una potenza ostile cerca di indebolire la sicurezza europea, lui invita il Paese ad abbassare la guardia.
Il patriottismo non consiste nel gridare “Italia” più forte degli altri o mettere il tricolore nella bio.
Consiste nel difendere concretamente sicurezza, libertà e indipendenza degli italiani.
E oggi significa anche capire che l’Italia da sola non basta.
Abbiamo bisogno di una NATO forte e di un’Europa molto più forte: difesa integrata, industria militare comune, intelligence condivisa, capacità tecnologica autonoma, politica estera comune, decisioni strategiche non paralizzate dal veto di un singolo governo.
Non per sostituire la NATO.
Per rendere finalmente altrettanto forte anche il pilastro europeo della NATO.
Per essere alleati degli Stati Uniti senza dipenderne per sempre.
Per poter guardare Mosca negli occhi senza aspettare che qualcun altro venga a proteggerci.
Perché la sovranità non è una bandiera.
È capacità di agire.
Ventisette eserciti frammentati, ventisette industrie della difesa, ventisette politiche estere e ventisette piccoli sovranismi non producono sovranità.
Producono impotenza.
🇮🇹🇪🇺
Tra Giuseppe Cavo Dragone e Roberto Vannacci c’è tutta la distanza che passa tra chi difende la Patria e chi usa la parola “Patria”.
Alla fine il quadro è semplice. Parte dell'opposizione e parte della maggioranza italiana oltre a diversi media sono gestiti di fatto dai servizi di Putin e più a distanza da Ci. Più qualche esperimento di laboratorio russo messo in essere senza collaudi.
Il programma di Vannacci: no all'aborto, niente gay in tv, educazione militare a scuola. Eh, ma poi come fai a convincere i musulmani ad andarsene?
[@ilmagodifloz]
🚨🪖🇺🇦🇷🇺 Buongiorno a tutti. Oggi il Blog fa servizio pubblico. Fa ciò che dovrebbero fare tutti i maggiori gruppi televisivi italiani: dedicare 21 minuti dei propri palinsesti al discorso monumentale pronunciato da Volodymyr Zelensky. È una traduzione lunga, è un filmato che si lascia guardare con commozione e rispetto per questo leader e per il Paese che rappresenta. Il consiglio è quello di arrivare fino in fondo. È il minimo che possiamo fare per rendere omaggio a questi straordinari combattenti. Buona lettura, buona visione.
"Cari ucraini, oggi è il Giorno dell’Indipendenza dell’Ucraina. Il 35º anniversario. Una festa nazionale il cui significato è stato profondamente trasformato dalla guerra. Sono trascorsi 1.643 giorni di guerra su vasta scala.
In questo momento le cose sono davvero molto difficili per tutti noi. Ma c’è una forza che ci tiene saldamente per mano, e non è affatto invisibile. È la forza del nostro legame reciproco: il sostegno gli uni agli altri, l’assenza di dubbi verso chi ci sta accanto, la fiducia in tutti gli ucraini. E finché il nemico non riuscirà a spezzare questo nostro cerchio, l’Ucraina non cadrà, raggiungerà la pace e avrà successo.
In tutti i suoi piani per l’Ucraina, Putin ha sbagliato la cosa più importante. Il nemico ha contato le nostre risorse, le nostre scorte, il nostro equipaggiamento, ma non ha tenuto conto dell’elemento fondamentale: le persone. Il più grande risultato dell’indipendenza ucraina. Le persone che costituiscono il nostro Stato. Persone che si assumono responsabilità. Persone che non vogliono la Russia qui e che combattono con tutte le loro forze per la pace e per l’indipendenza.
I russi pensavano che fossimo il fratello minore, ma la vita ha dimostrato che siamo estranei a loro. Ogni tratto del nostro carattere è estraneo a loro. Tutto ciò che rende gli ucraini ciò che sono.
Non sanno cosa significhi quando centinaia di migliaia di volontari vanno a difendere ciò che hanno di più caro. Quando qualcuno che era insegnante, imprenditore o agricoltore diventa un soldato.
Centinaia di migliaia di nomi, vite e caratteri stanno tenendo il fronte e stanno sostenendo la nostra indipendenza.
Ringrazio tutti i nostri guerrieri che, in tutti questi anni, in tutti questi giorni e proprio ora, in questo stesso momento, combattono affinché l’Ucraina viva.
Avete difeso la nostra capitale, liberato la regione di Kyiv, la regione di Kharkiv e quella di Kherson. Non state cedendo il nostro Donbas. Non cederete l’Ucraina. Siete i migliori difensori. Siete il miglior esercito d’Europa. Punto.
Ed è la pura verità, perché il nostro esercito non si fonda soltanto su dottrine e standard, ma possiede anche un cuore che non ha bisogno di ulteriori ordini per essere coraggioso.
Quando corri su un pick-up per salvare i nostri soldati feriti, già braccati dai droni russi, e in meno di un minuto riesci a portare via dei combattenti, neppure appartenenti alla tua unità ma comunque fratelli ucraini: anche questo è l’Ucraina.
Stiamo già sconfiggendo la Russia con tutto questo: con la nostra volontà, la tecnologia, la resilienza e la dignità. Con quei sentimenti puramente umani che continuano a vivere dentro di noi nonostante la guerra.
Abbiamo conservato la tenerezza, anche se avremmo potuto trasformarci in mostri. Abbiamo mantenuto l’abitudine di aiutare prima ancora di chiederci se il problema ci riguardi.
Abbiamo conservato l’essere umano dentro di noi.
Quando un intero quartiere accoglie qualcuno che torna dalla prigionia. Quando una coppia anziana si fotografa tra i ciliegi in fiore. Quando un autista di minibus di Odesa canta per i passeggeri per risollevare il loro morale dopo una notte di attacchi. Quando un intero villaggio ricostruisce il nido di una cicogna. Quando un commilitone con una protesi viene portato nell’ultimo tratto fino al monte Hoverla, perché questo significa non abbandonare mai i propri. Quando un bambino che ha appena imparato a camminare abbraccia suo padre ferito, un soldato.
Tutte queste immagini, e centinaia di altre, sono la prova vivente che come Paese non siamo diventati insensibili.
Combattiamo come Paese, ridiamo e piangiamo come Paese e amiamo come Paese. E questo ci rende cento volte più forti della Russia.
E cento volte più forte di tutti i loro carri armati durante le parate è questa nostra ragazza, Taisiia Onofriichuk. Aveva cinque anni quando l’Ucraina vinse l’ultima volta una medaglia d’oro mondiale. Tredici anni dopo è successo di nuovo. Nonostante tutti i loro attacchi, tutte le distruzioni, tutto il loro male, troviamo dentro di noi questa capacità: vincere e fare l’impossibile.
In una grande guerra non esistono piccole cose. E ogni risultato raggiunto dal nostro popolo può innescare migliaia di reazioni a catena in tutto il Paese.
Qualcuno, ispirato da queste emozioni, tornerà con nuova energia al computer o alla macchina utensile, affinché la nostra forza sia più precisa, più rapida e più dolorosa per il nemico.
La nostra industria della difesa oggi è davvero un gigante che forgia l’indipendenza 24 ore su 24, sette giorni su sette. Ma dobbiamo fare di più.
Decine di migliaia di sistemi robotici terrestri svolgono missioni estremamente pericolose al fronte e hanno già salvato migliaia di soldati. Ma dobbiamo fare di più.
I nostri droni navali sono in azione: il nemico aveva una flotta e quella flotta sta diventando rottame. Ma dobbiamo affondarne di più.
I nostri attacchi a medio raggio colpiscono la loro logistica. Le nostre capacità a lungo raggio colpiscono i loro profitti.
Migliaia dei nostri attacchi in profondità sono già stati visti da Mosca, Tuapse, Tula, Ryazan, Olenya, Omsk e da decine di altri luoghi raggiunti dalla giustizia ucraina.
La Russia deve vedere ancora di più questa giustizia. I Flamingo non devono essere una specie rara, ma uccelli che arrivano in massa. Devono “svernare” in Russia.
Ringrazio tutti coloro che in questi quattro anni hanno lavorato e continuano a lavorare negli impianti produttivi e che stanno rafforzando la nostra industria della difesa. È il nostro orgoglio. Ma non ci rende ciechi.
Vediamo cosa sta facendo Putin e cosa vuole. Bisogna trovare una risposta al suo terrore balistico e questa sua scommessa non deve funzionare.
L’Ucraina ce la farà.
L’Ucraina ha già risolto problemi che inizialmente sembravano impossibili da superare. Ricordate il giorno in cui 40 Shahed volarono per la prima volta verso Kyiv? Alcuni gridarono che era la fine, mentre altri cercarono e trovarono delle soluzioni.
Oggi abbattiamo più del 90% degli Shahed. La Russia è passata a quelli a reazione. Stiamo già abbattendo anche quelli, ma dobbiamo riuscire a farlo su vasta scala.
Lo stesso deve accadere con i Banderol e con i loro missili balistici.
L’Ucraina sta facendo tutto il possibile. E avrà successo. Perché ha già dimostrato più volte che la nostra ostinata determinazione è semplicemente al di là della loro portata.
Dietro queste parole ci sono milioni di ucraini. Le nostre migliori qualità, capacità, esperienze, la nostra capacità di migliorare, diventare più forti e continuare ad andare avanti nonostante tutto.
Sono orgoglioso del nostro popolo, che ogni mattina trova dentro di sé la forza di alzarsi. Fare ciò che può. Essere dove deve essere.
Qualcuno oggi corre dai ragazzi al fronte, perché la guerra non conosce fine settimana.
Qualcuno in questo momento sta sconfiggendo la morte in una sala operatoria.
Qualcun altro si è svegliato prima dell’alba affinché le nostre strade fossero pulite, il raccolto dei nostri campi venisse portato a casa e fossimo pronti per l’anno scolastico.
Perché tra appena una settimana migliaia di bambini ucraini sentiranno per la prima volta la campanella della scuola.
Questa è l’Ucraina, dove anche nel quinto anno di una guerra su vasta scala la vita prevale.
L’Ucraina rimane se stessa.
È orgogliosa della sua Kharkiv, davvero indomabile. Della sua Dnipro, davvero inarrestabile, che lavora e salva vite senza sosta. Di Zaporizhzhia e del suo carattere d’acciaio. Di Odesa, con l’ottimismo della sua gente, capace di accendere il sole e superare l’oscurità russa.
Siamo orgogliosi di tutte le nostre città: Chernihiv, Sumy, Kryvyi Rih, Kramatorsk, Nikopol, di ogni città e villaggio geograficamente vicino al fronte ma, nei valori, lontanissimo dalla Russia.
Grazie, nostre porte. Grazie per resistere.
Cari cittadini, vi sono grato per la fiducia nell’Ucraina, nel nostro esercito e nel nostro Stato.
La forza di questa fiducia è uno dei grandi risultati della nostra epoca: non avere dubbi sull’Ucraina, non soltanto quando è facile o di moda, ma perché semplicemente non può essere altrimenti.
Vorrei molto che riuscissimo a conservarla. A mantenere fiducia nel nostro Stato, nel nostro esercito, in noi stessi, in ogni persona che ci sta accanto, sulla quale possiamo contare e che conta su di noi.
In questo Giorno dell’Indipendenza vale la pena riflettere su quattro cose: ciò che abbiamo già ottenuto, dove siamo ora, ciò che ci aspetta e ciò che dobbiamo fare.
Putin è rimasto bloccato nel passato. Continua a guardare un’Ucraina vecchio stile: una che resterà in silenzio, ingoierà tutto e sopporterà.
Quell’Ucraina non esiste da nessuna parte, se non nelle sue “cartelline dei rapporti”.
Il nostro Stato è da tempo diverso.
Non osservatore, ma protagonista.
Non vittima, ma combattente.
Non permetteremo loro di prendere l’iniziativa e di ingannare l’Europa e il mondo intero facendo credere che basti semplicemente rinunciare al Donbas e tutto finirà presto.
Non abbiamo illusioni. Non ci fidiamo di loro.
Non salveremo al Cremlino mezzo milione di soldati.
La Russia continua a rinviare le date in cui “sicuramente, da un giorno all’altro” conquisterà tutta la regione di Donetsk. Continuerà a rinviarle.
L’Ucraina è diversa, e non cede ciò che le appartiene.
La Russia non vuole la pace. Vuole la mobilitazione.
Noi ne prendiamo atto a mente fredda. E agiamo.
Dobbiamo rafforzare il nostro esercito, avere tutto ciò che serve per mantenere la difesa; i nostri soldati devono essere riforniti ed equipaggiati con tutto ciò che serve affinché i rinforzi dell’esercito nemico possano trasformarsi in fertilizzante per il nostro suolo.
Putin spera che siamo stanchi. Ma noi sappiamo che è mortale.
Non ci ha mai capiti. E ormai non avrà più tempo per farlo.
Volevate prendere tutta la nostra Ucraina, tutta la nostra terra; invece avete perso le vostre raffinerie di petrolio, la vostra flotta, i vostri profitti e un’intera generazione che avete mandato nel tritacarne.
Volevate cancellarci dalla carta geografica; ora siete voi ad essere assenti dall’agenda internazionale della civiltà del futuro.
Per 27 anni il capo della Russia ha parlato di grandezza, mentre oggi la Russia fa la fila per la benzina.
Dobbiamo restare uniti e spingerli fino a quando non cederanno: Ucraina, Europa, America, il mondo.
Sono contento che gli Stati Uniti abbiano perso ogni illusione sulla reale volontà della Russia di porre fine a questa guerra.
Credo che l’America supererà anche tutte le sue contraddizioni e paure riguardo alla Russia.
I russi devono essere portati al tavolo dei negoziati. Devono finalmente esserci sanzioni che li facciano urlare.
All’Ucraina deve essere dato tutto ciò che può costringerli a mettere fine alla guerra.
Ed è possibile.
Per tutto ciò che oggi protegge l’Ucraina, inizialmente ci dissero: “Impossibile”. Poi: “Molto difficile”. Poi: “Non così in fretta”.
E poi l’America prese una decisione. Funzionò. E la forza dell’America fu assoluta.
Non vi chiediamo di combattere per noi.
Date all’Ucraina tutto ciò di cui ha bisogno per fermare questa guerra, per fermarla più rapidamente di quanto Putin possa iniziare la prossima.
Per impedirlo, dobbiamo agire insieme.
L’Europa deve essere l’Europa: unita, ambiziosa, coraggiosa.
La Cina non dovrebbe più restare in silenzio. Quando qualcuno indossa un’uniforme e un berretto da marinaio e, pronunciando male alcune parole, parla di un attacco nucleare, la Cina deve rispondere, deve raffreddare il loro ardore.
La Cina deve dimostrare la propria ambizione di essere uno dei leader mondiali non soltanto economicamente e tecnologicamente, ma anche come civiltà, chiarendo che nessun dittatore ha il diritto di minacciare il pianeta con vecchie testate nucleari.
L’Ucraina e il mondo, insieme, possono fermare tutto questo.
Ricordiamo tutti coloro che sono stati con noi nei momenti più difficili.
Crediamo in tutti coloro che continuano a stare al nostro fianco.
Questa amicizia è anch’essa, oggi, espressione delle migliori qualità umane presenti in Ucraina e nei nostri partner.
Per questo nulla riuscirà a scuotere la coalizione che l’Ucraina ha costruito attorno a sé.
Ci sono più persone dalla parte dell’Ucraina. Più Paesi dalla parte della verità.
E l’Ucraina ha innumerevoli amici con un cuore ucraino.
Tutto questo non è carità né pietà, ma un risultato del nostro Stato.
Di un’Ucraina che non si limita più a chiedere, ma propone, motiva, unisce.
Che vuole la pace. Tantissimo.
E che la otterrà.
Cari ucraini, trentacinque anni fa l’Ucraina rinacque. Ripristinò la propria indipendenza.
Non ci fu regalata né prestata: fu conquistata.
Le persone rischiarono la vita per ottenerla. Le persone diedero la propria vita.
Affinché tutte le azioni delle generazioni precedenti potessero condurre a quel giorno: 24 agosto 1991.
Allora era arrivato il momento dell’Ucraina.
Ma nessuno aveva promesso che sarebbe stato facile o privo di preoccupazioni.
Il 24 febbraio 2022 la storia mise alla prova la nostra indipendenza.
Ci pose una domanda: chi siamo?
Una folla o un popolo?
Deboli o guerrieri?
Un cuscinetto tra la civiltà e gli orchi oppure uno Stato?
Ringrazio i milioni di ucraini che hanno dato e continuano a dare la propria risposta: a favore dell’Ucraina, a favore dell’indipendenza.
Abbiamo combattuto con tutte le nostre forze per essa, sì, per 1.643 giorni.
Con coraggio. Con resilienza. Con ostinazione.
E arriviamo a questa giornata con emozioni particolari. Uno spettro di sentimenti completamente diversi accumulati negli anni di guerra.
Gli ucraini sono orgogliosi di se stessi, ma senza pomposità.
Gioiscono con modestia.
Si fanno gli auguri sapendo quale sia il prezzo dell’indipendenza.
Nei nostri occhi ci sono contemporaneamente lacrime e speranza.
Soffriamo, ma stiamo imparando a essere più forti di tutto il loro male.
Siamo tutti stanchi, ma non ci lamentiamo a lungo.
L’Ucraina desidera assolutamente la pace, ma non è pronta semplicemente ad arrendersi.
In questi 35 anni abbiamo sentito molte previsioni su di noi. E quasi tutte si sono rivelate sbagliate.
Dicevano che lo Stato non ce l’avrebbe fatta, che non avremmo resistito agli sconvolgimenti.
E il 24 febbraio dissero che avremmo resistito soltanto pochi giorni.
E invece abbiamo resistito per tutto questo tempo, per tutta questa guerra per l’indipendenza.
La lotta per essa, la lotta per la libertà di tutte le generazioni precedenti, fu così disperata che alcune persone nel mondo ci definirono “pazzi”.
Gli ucraini, però, hanno sempre fatto di tutto affinché un giorno potessimo dire: “Mio Dio! Siamo persone libere!”
Trentacinque anni fa quel giorno arrivò.
E arriverà anche il giorno in cui ci sarà la pace in Ucraina.
Siamo tutti esseri umani.
Tutti vogliamo vivere tempi che non siano storici, ma semplicemente tranquilli, pacifici e sicuri.
In un’Ucraina in pace.
Un’Ucraina che ce l’ha fatta.
Che ha mantenuto la propria posizione.
Che ha preservato se stessa e la propria indipendenza.
È per questo che combattiamo.
È per questo che resistiamo.
Con fiducia gli uni negli altri, nelle nostre forze di difesa, nel nostro Stato.
Prendetevi cura di voi stessi e di chi vi sta accanto. Conservate la memoria di tutti gli eroi che hanno dato la propria vita affinché la nostra Ucraina potesse vivere.
Proteggete il nostro Stato, proteggete la nostra Ucraina indipendente!
Buon Giorno dell’Indipendenza, Ucraina!
Gloria all’Ucraina".
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Lettera aperta a Claudio Borghi, Lucio Malan, Marco Lisei, a Maurizio Belpietro e alla redazione de "La Verità"
Una bambina è morta.
Una bambina di quattro anni è morta a Palermo, allo Zen, la notte del 20 agosto. Si chiamava Anna Rosa. Aveva la febbre da giorni, vomitava, non mangiava. Al pronto soccorso l'hanno guardata e l'hanno rimandata a casa, tonsillite. Due giorni dopo è tornata che non respirava più. L'hanno intubata, caricata su un'ambulanza, portata da un ospedale all'altro attraverso una città che ad agosto, di notte, dorme.
Una bambina è morta di difterite, che in Italia non ammazzava nessuno dal 1991. Roba da libro di storia. La tossina le ha preso il cuore, il fegato, il colon. Hanno provato tutto, anche la circolazione extracorporea. Due giorni.
Una bambina è morta perché non era vaccinata. Sua madre e suo padre avevano paura che il vaccino le facesse venire l'autismo. Non erano cattivi. Avevano paura.
Suo cugino, quattro anni pure lui, ricoverato con la difterite, sta bene. Lei non era vaccinata. Lui sì. In mezzo ci sono pochi secondi, il tempo di una puntura fatta o non fatta quando erano piccoli.
Qualcuno ha reso rispettabile quella bugia. Di questo si parla.
Una bambina è morta perché quei due hanno creduto. La bugia però non l'hanno inventata loro, non l'hanno cercata, non hanno letto niente. L'hanno respirata. Gliel'hanno passata già pettinata, già uscita dalla bocca di gente che porta la cravatta e sta in televisione.
Una bambina è morta mentre il senatore Borghi continua a ripetere che l'obbligo vaccinale non serve a niente, che siamo un'anomalia in Europa, che ci riproverà a smontare la legge Lorenzin. Il suo emendamento non riguardava la difterite. Riguardava morbillo, rosolia, parotite, varicella. Lo scrivo perché è vero.
Allo Zen però le distinzioni non arrivano. Non arriva la differenza tra i quattro obblighi vecchi e i sei aggiunti nel 2017. Arriva il video, trenta secondi, un senatore della Repubblica che dice a una madre che deve essere libera di scegliere. Lei sceglie. Poi il senatore torna a casa e la madre resta con la figlia.
Una bambina è morta dopo anni in cui il senatore Malan ha coltivato il sospetto. Le morti improvvise. Gli effetti avversi. Il malore di Ndicka in campo e quel messaggio che lasciava intendere una correlazione senza mai dirla, perché dirla sarebbe stato verificabile.
Una bambina è morta e il metodo resta quello. Non si mente, si allude. Non si dice che i vaccini uccidono, si domanda se per caso non uccidano. Una domanda non la puoi querelare. Entra e basta, poi ci mette anni a uscire, e certe volte non esce.
Una bambina è morta e sua madre aveva paura. Mentre quella paura girava per le case dello Zen, il presidente di una commissione parlamentare d'inchiesta stava su un palco ad Atreju a dire che i no vax andavano rinobilitati, che chi aveva avuto paura dei vaccini aveva avuto ragione.
Oggi quella madre ha una figlia sottoterra e un'indagine per omicidio colposo per omissione. Il senatore Lisei ha una carriera.
Una bambina è morta e quarantotto ore dopo la Verità, il giornale che si porta stampata sotto la testata la domanda di Pilato, quid est veritas, pubblicava un pezzo di Mario Giordano secondo cui se gli italiani non si fidano dei vaccini la colpa è di Roberto Burioni. Non del batterio. Non di dieci anni passati a raccontare che i vaccini fanno più male che bene. Di Burioni.
Anna Rosa era morta da due giorni e voi stavate già regolando i conti con un virologo antipatico. Chiedetevi che cos'è la verità, direttore. Ve lo chiedete in latino ogni mattina, provate una volta in italiano.
Anna Rosa è morta nella regione con la copertura vaccinale pediatrica più bassa d'Italia, 85,13 per cento contro una media nazionale del 94,46. La procura per i minorenni sta setacciando le materne della zona nord di Palermo. Cercano gli altri bambini.
Una bambina è morta e nessuno di voi l'ha uccisa. La responsabilità penale è personale, e la vostra fedina resta pulita.
A pagare saranno due poveracci dello Zen convinti di proteggerla. Loro hanno creduto. Voi avete lavorato per anni perché ci fosse qualcosa in cui credere, poi vi siete voltati dall'altra parte e avete chiamato libertà il risultato.
Una bambina è morta e voi continuerete a parlare. In aula, in televisione, in prima pagina, e nessuno vi chiederà conto di niente. Ve lo chiedo io. Quando prendete una paura ignorante e le mettete addosso la giacca di un senatore, cosa pensate che succeda dopo, nelle cucine dove quella paura arriva?
Una bambina è morta. La responsabilità penale non vi riguarda. Quella politica non prescrive, non si archivia, non aspetta l'esito di un'autopsia.
Dormite pure. Il nome però imparatelo. Anna Rosa, quattro anni, Palermo.
Rispondetene.
Timostene
Caro @marcotravaglio, capisco che per te sia incredibile che @antoniopolito1 esponga le sue opinioni personali sui social. Ma ti ha mai sfiorato il sospetto che la vera anomalia sia che tu invece lo faccia dalle colonne di un giornale?
Utilizzare un’intera testata come personale sfogatoio delle proprie frustrazioni giornalistiche, che quotidianamente si manifestano in manganellate sguaiate contro chiunque ostacoli il tuo sacrosanto diritto di applicare doppi, tripli e quadrupli standard alla politica, alla cronaca giudiziaria e alle vicende internazionali, non è una terapia.
Così come le menzogne non sono opinioni. Le opinioni non sono fatti. I carnefici restano tali anche quando li spacci per vittime e se qualcuno ti fa causa per averlo calunniato, costruendo un’intera inchiesta sulla testimonianza non riscontrata di una massaggiatrice uruguaiana, il problema sta nel fatto che tu chiami tutto questo giornalismo e non in presunti complotti per farti chiudere il tuo circo.
Ecco, fossi in te non mi preoccuperei di dove Polito abbia messo una virgola, ma piuttosto di dove tu abbia trascinato la nostra professione.
Il tasso dell’onorevole
In fondo alla Galleria dei Presidenti, dentro Montecitorio, c’è uno sportello bancario che serve una clientela di quattrocento persone. Non deve cercarla fuori. Ce l’ha già tutta lì. Le condizioni della convenzione firmata il 2 aprile 2024 tra Camera e Intesa Sanpaolo erano uscite quella primavera. Nel dicembre 2024 Report ci è entrata con le telecamere e ha mostrato fin dove possono arrivare le condizioni riservate a chi siede in Parlamento.
I numeri sono semplici. Sulla liquidità del conto la convenzione riconosce l’Euribor a un mese più 1,77 punti. All’epoca faceva il 5,625% lordo. La media italiana, secondo la Fabi, era dello 0,20. Ventotto volte tanto. Su centomila euro fermi sul conto un cittadino maturava duecento euro lordi, un deputato cinquemilaseicento. Stessi soldi, stesso Paese. Non lo stesso conto corrente.
Poi ci sono i mutui, altra banca e altra storia. La filiale di Banco BPM in piazza Montecitorio, fuori dal Palazzo e senza convenzione, ha concesso nel 2019 un trentennale a un esponente di un partito allora al governo: TAEG all’1,8% contro un riferimento medio del 2,6, con un risparmio stimato in quarantaseimila euro. In una precedente convenzione del Senato con BNL gli spread andavano dallo 0,70 all’1,10, quando per i comuni mortali partivano dal 3.
La banca ha una risposta: le condizioni si costruiscono sul profilo del cliente, reddito stabile, accredito garantito, patrimonio. Probabilmente è vero. Probabilmente è tutto lecito. Il punto è un altro.
Quel profilo così appetibile nasce dalla funzione pubblica. Chi rappresenta tutti entra in una categoria di rischio diversa dagli altri proprio perché li rappresenta. Il mandato affidato dagli elettori diventa, una volta passato attraverso le porte della banca, una qualità finanziaria. Il voto è uguale per tutti nell’urna. Dopo comincia a rendere in modo diverso.
Si può obiettare che il tasso nel frattempo è sceso, che l’Euribor a un mese sta sotto il 2,3 e la giacenza rende meno del 4. Vero. Lo spread è rimasto identico.
Il 5,625 era una circostanza. Il più 1,77 è una struttura.
L’Euribor appartiene a tutti. Sale e scende per tutti. Il margine aggiuntivo appartiene alla convenzione. Quando il costo del denaro cala, cala anche per il precario di Battipaglia, per l’impiegata con qualche risparmio sul conto, per il pensionato che non ha mai sentito pronunciare la parola Euribor. Quella distanza, invece, resta scritta nel contratto.
E qui la faccenda diventa quasi buffa, se non fosse seria. Un mandato parlamentare dura cinque anni, se va bene. Dipende da una lista, da una soglia, da un voto che cambia. Politicamente un seggio è una sedia instabile. Per la banca accade il contrario: quella stessa sedia significa solidità, affidabilità, un cliente da trattenere.
Fuori da Montecitorio l’elettore può perdere il lavoro, chiedere un mutuo e sentirsi spiegare che il suo profilo non basta, che la rata è troppo alta o il futuro troppo incerto. Il suo rappresentante, con il reddito e la posizione che quel voto gli ha dato, entra dalla parte giusta del foglio Excel.
Non è questione di quanto guadagnano. E nemmeno di invidiare un interesse più alto o una rata più bassa.
È questione di quanto vale essere loro.
Lo sportello nella Galleria dei Presidenti resta lì, tra i ritratti e l’aula. Fuori, per ottenere un mutuo, qualcuno passa mesi a raccogliere buste paga, dichiarazioni, garanzie e firme.
Dentro basta attraversare il corridoio.
Nessuno deve nemmeno mettersi il cappotto.
Leggo che in certe polemiche qui è riapparso il protagonista di un aneddoto comico della mia gioventù, che raccontai al Post anni fa. Si conferma la considerazione finale.
(il dettaglio accessorio e rivelatore è che l'albergo di Tirrenia è lo stesso dei raduni di Vannacci)
Che il 90% del "paese su X" debba dividersi fra "pro Ranucci" e "contro Ranucci" non e' solo ridicolo.
E' anche un indicatore implacabile dello stato pietoso in cui sono ridotte informazione, politica ma anche etica dell'Italia che discute.
E' davvero cosi' difficile riconoscere che "Ranucci" non e' per niente un eroe, anzi, e che, allo stesso tempo, nemmeno lo sono svariati dei sussidiati di stato che ora gli son saltati addosso?
Di certo non per Maria Falcone:
“Forse un giorno si potrà sconfiggere la cosiddetta Mafia, ma mai l'insita MAFIOSITÀ' soprattutto quella...esportata.
Ho letto oggi sul Fatto Quotidiano, nella rubrica di Marco Travaglio "Ma mi faccia il piacere", un passaggio dedicato a mio fratello Giovanni che mi ha profondamente amareggiata.
Commentando l’articolo del Foglio del 14 agosto, nel quale Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala affermano che «Falcone non avrebbe cenato con Lavitola», Travaglio liquida la questione con una battuta: «Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti».
È una frase che trovo indegna, un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti. Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano.
Quando, nel 1991, Giovanni accettò l’incarico di Direttore generale degli Affari penali al Ministero della Giustizia, non lasciò Palermo per avvicinarsi alla politica: fu Palermo, in qualche modo, a costringerlo ad andare via.
Era stato progressivamente isolato, delegittimato e ostacolato oltreché per timori delle loro connivenze anche per una certa ampia invidia, proprio mentre conduceva la battaglia più difficile contro Cosa nostra.
A delegittimarlo contribuirono una certa politica, un cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti e, dolorosamente, anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi.
Giovanni non abbandonò la lotta alla mafia: la portò nel cuore dello Stato.
Portò con sé l’esperienza enorme e la consapevolezza che, per sconfiggere Cosa nostra, non bastavano il coraggio e la capacità dei singoli magistrati: bisognava cambiare gli strumenti, le strutture e il modo stesso con cui lo Stato organizzava la propria risposta alla criminalità mafiosa.
E i risultati di quei quindici mesi parlano più di qualsiasi polemica.
Giovanni realizzò in maniera determinante la costruzione di una nuova architettura dell’antimafia italiana: la Direzione nazionale antimafia, le Direzioni distrettuali antimafia, la Direzione investigativa antimafia, un più efficace coordinamento delle indagini e il rafforzamento degli strumenti legislativi contro la criminalità organizzata e della collaborazione con la giustizia.
Quello che qualcuno oggi maldestramente tenta di rappresentare con una battuta come una vicinanza a un Governo fu, in realtà, uno dei periodi più importanti della sua vita istituzionale, un anno e mezzo o poco meno nel quale riuscì a trasformare anni di esperienza nella lotta alla mafia in strumenti concreti dello Stato contro Cosa nostra.
Giovanni non apparteneva a un Governo.
Non apparteneva a un partito, mentre oggi molti rincorrono seggi e poltrone.
Non apparteneva a una parte politica.
Giovanni Falcone apparteneva e appartiene allo Stato, alla Repubblica e a tutti gli italiani.
Ed è proprio per questo che considero ancora più doloroso vedere il suo nome utilizzato, trentaquattro anni dopo la strage di Capaci, come argomento di una polemica politica.
Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte sono tra i morti che più onorano l’Italia e se non si riesce ad avere rispetto della loro storia, qualche volta il silenzio è la scelta più dignitosa”.
Quello che impressiona della vicenda Falcone-@marcotravaglio non è solo che la sorella di un magistrato eroe ucciso dalla mafia sia dovuta intervenire per difendere la memoria di una figura alla quale dovremmo portare tutti profondo rispetto, ma il disprezzo che il nostro direttorissimo mostra verso questa figura e il perché.
Non possiamo non ricordare che Giovanni Falcone è stato oggetto e in qualche modo “vittima” di una delle più clamorose figuracce giornalistiche degli ultimi anni che ha avuto per protagonista proprio il @fattoquotidiano.
In piena campagna elettorale per i referendum sulla separazione delle carriere il giornale provò infatti ad “abusare” del cadavere di Falcone, usandolo come vessillo per sostenere le ragioni del NO. Secondo la testata, il magistrato antimafia aveva addirittura rilasciato un’intervista a Repubblica nel gennaio del 1992 nel quale criticava aspramente la separazione. Una notizia così circostanziata da essere ripresa pure da Nicola Gratteri durante la puntata di @diMartedi su La7 del 4 novembre 2025, con tanto di lettura del testo col cellulare.
Quell’articolo era però in realtà una bufala e il clamore fu tale che il Fatto si dovette persino scusare per non aver verificato la fonte (si sa che loro si fidano solo delle massaggiatrici uruguaiane). È emerso poi peraltro che la vera posizione di Falcone era esattamente quella opposta, cioè favorevole alla distinzione tra le carriere.
Un trauma che ha indotto Travaglio a meditare la sua piccola velenosa vendetta, rimasta in incubazione fino a ieri, quando ha pensato bene di trasformare il martire della lotta alla mafia, fatto saltare in aria con moglie e scorta, il simbolo che lui stesso aveva scelto - sbagliando - come totem della battaglia referendaria, in un collaboratore di Andreotti, non un politico qualunque.
Su quanto sia indegno tutto questo non credo si debba aggiungere altro a quello che ha scritto Maria Falcone, soprattutto nel chiedere rispetto per un grande servitore dello Stato col quale siamo e saremo tutti eterni debitori.
«Ho incontrato un medico a Kyiv che ha lavorato nelle zone liberate di Kherson, occupate dai russi per 7 mesi.
Ha detto che avevano bambine così brutalmente violentate sessualmente che non esiste più una separazione tra ano e vagina. Come medici non avevano mai visto nulla di simile e non c'è niente che possano fare per aiutarle».
Chi parla di “pace”, immaginando che sia possibile trattare per lasciare anche solo un centimetro di terra o una sola anima nelle mani di questi maledetti assassini è COMPLICE DI QUESTI CRIMINI.
Quando il pistolino del
-“Draghi non farà mai il premier, e comunque il M5S non lo voterebbe”,
- del “basta credere alla propaganda USA, Putin a invadere l’Ucraina non ci pensa proprio”,
incontra uno che non è un propagandista come lui, ma un interlocutore documentato, il pistolino fa cilecca e spara a vuoto. O a salve. Insomma: ad minchiam.
Sto cercando di trovare una cosa giusta: l’abbigliamento, la lucidità nel dire “non farmi parlare” di una cosa di cui sta parlando lui, la megalomania. Io sono terrorizzato che questo signore possa influire anche minimamente sulle mie giornate. Terrorizzato.
"Io sono sempre stato filo-Ucraina".
Francesco Guccini aveva chiari certi valori. In primis, quelli dell'antifascismo e della difesa della democrazia. Non gli apparteneva, invece, il finto pacifismo. Quello che chiede di disarmare la Resistenza.
Mancherà.
#guccini