Ho sempre pensato che a questa #Lazio si potesse sopravvivere con l’ironia. Ma questa gestione è riuscita a mettere fuori rosa perfino il mio sarcasmo.
Davanti all’ennesimo acquisto da reparto occasioni, non serve inventare la battuta: l’hanno già tesserata.
30 maggio 1999. Santuario di Oropa.
Quel giorno Marco Pantani non vinse soltanto una tappa del Giro d’Italia. Entrò nella leggenda.
Il Pirata veste la Maglia Rosa ed è il più forte in corsa. Ma all’inizio della salita verso Oropa accade l’imprevisto: a circa 8,5 km dal traguardo la catena della sua bici si sfila.
Pantani è costretto a fermarsi.
Mentre i meccanici intervengono, il gruppo dei migliori continua a spingere. Quando riesce a ripartire, ha perso circa 50 secondi e davanti a sé ci sono 49 corridori.
Per molti sarebbe stata una corsa compromessa.
Per Marco Pantani, invece, era soltanto l’inizio.
Si sfila la mantellina, si abbassa sul manubrio e comincia una delle rimonte più straordinarie che il ciclismo abbia mai visto.
Uno dopo l’altro supera gregari, capitani e grandi campioni. Ogni pedalata aumenta il distacco tra lui e gli altri, fino a raggiungere e staccare anche Laurent Jalabert, che in quel momento era al comando.
Pantani arriva da solo al Santuario di Oropa.
Non alza nemmeno le braccia al cielo.
Quando gli chiedono perché non abbia esultato, risponde con la semplicità che lo contraddistingueva:
«Non sapevo se li avevo ripresi tutti o se ce n’era ancora qualcuno davanti.»
Jalabert, secondo al traguardo dopo essere stato ripreso e staccato, dirà:
«Se non mi fossi spostato, mi avrebbe travolto. Andava a un’altra velocità.»
Quella salita non fu soltanto una vittoria.
Fu il giorno in cui Marco Pantani dimostrò che, quando era al massimo della forma, sembrava appartenere a un’altra categoria.