🚨Un eroico giornalista danese prende la parola e dice a Mark Rutte:
«Lei siede accanto a Donald Trump quando parla di conquistare la Groenlandia o svilisce alleati come la Spagna: cose che non sembrano in linea con il Mark Rutte di un tempo. Questo influisce in qualche modo sul rispetto che ha per sé stesso, quando resta seduto lì senza dire nulla?»
Non c’è bisogno di un’accusa, né di un processo.
Non servono prove, né la possibilità di difendersi. Per essere ridotti al silenzio e alla miseria, nell’Unione Europea, basta avere opinioni sgradite.
Il caso di Hüseyin Dogru, giornalista berlinese di origini turche, è diventato il simbolo di una deriva autoritaria che preoccupa giuristi e difensori dei diritti civili.
Tutto inizia nel 2025, quando Dogru finisce nel 17esimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. L’accusa formale?
Con il suo lavoro giornalistico “filo-palestinese”, avrebbe “alimentato discordie etniche, politiche e religiose”, sostenendo così le “attività destabilizzanti della Russia”.
Prove? Nessuna. In buona sostanza, l’Unione europea ha introdotto una sorta di “reato d’opinione” senza dirlo pubblicamente, utilizzando l’escamotage – piuttosto subdolo – delle sanzioni.
Il 27 maggio, riporta il giornale tedesco Berliner Zeitung, Dogru ha reso pubblico sulla piattaforma X un documento scioccante: la sua banca ha informato sua madre, una pensionata, che il suo conto corrente e il deposito titoli sono stati congelati.
La motivazione è agghiacciante nella sua vaghezza: “A causa di un rapporto di controllo sulle disponibilità finanziarie da parte di suo figlio, il signor Hüseyin Dogru”.
Sua madre non ha ricevuto alcuna comunicazione ufficiale dalle autorità tedesche. Nessuna accusa, nessun procedimento giudiziario. I suoi risparmi di una vita sono diventati inaccessibili dall’oggi al domani.
Non è il primo episodio. Lo scorso marzo era stato il conto della moglie a finire temporaneamente bloccato, con l’accusa di “elusione delle sanzioni” da parte della Zentralstelle für Sanktionsdurchsetzung, un’autorità della dogana tedesca.
Oggi Dogru può disporre di soli 506 euro mensili per sopravvivere. Qualsiasi donazione in denaro o in natura è vietata: chi gli offrisse qualcosa rischierebbe di essere accusato di eludere le sanzioni europee.
Sua moglie e i loro tre bambini piccoli vivono nell’incertezza più assoluta, senza riuscire più a pagare l’affitto e i bisogni quotidiani.
Sono questi i fantomatici “valori europei”?
Leggi l’articolo di @rvivaldel
https://t.co/VgttoX6B1E
#ue #sanctions
Vcs já pararam pra pensar que o atleta negro americano Jesse Owens entrou mais fácil na Alemanha Nazista para disputar as Olimpíadas de 1936 do que o atacante iraquiano Aymen Hussein para disputar a Copa de 2026 nos EUA?
Il movimento attorno a Salvini
Politicamente Laura Ravetto pesa poco. E forse è proprio questo il punto.
I politici leggeri sentono il vento prima degli altri. Hanno meno da difendere e meno tempo da perdere. Si muovono quando capiscono che un ciclo sta finendo. Ravetto lo aveva già fatto lasciando Forza Italia mentre il berlusconismo perdeva forza per approdare nella Lega salviniana in crescita. Adesso fa il percorso opposto. Lascia la Lega per avvicinarsi a Vannacci.
Da sola non sposta nulla. Però racconta un clima.
Per anni Salvini è sembrato inevitabile. Era questa la sua forza vera, più ancora dei numeri. La sensazione che tutta la destra dovesse prima o poi girargli attorno. Berlusconi appariva stanco, Meloni troppo piccola, i governatori del Nord confinati nei territori. Salvini invece parlava a tutto insieme: rabbia sociale, immigrazione, Europa, social.
Quella fase si è consumata. Non di colpo. Lentamente.
La Lega resta attorno al 6%, quindi formalmente non c’è un crollo. Però Salvini ha perso la cosa più importante: una funzione chiara dentro la destra italiana.
Meloni occupa il centro del sistema. Governa, tratta in Europa, controlla l’agenda. Zaia e Fedriga tengono il rapporto con il Nord produttivo. Giorgetti rassicura imprese e finanza. Vannacci si è preso l’elettorato più identitario.
Salvini sta nel mezzo senza controllare davvero nessuno di questi spazi.
E non lo schiaccia soltanto Vannacci. Lo schiaccia anche Meloni, ed è forse la parte meno raccontata della sua crisi. Ogni volta che prova a riaccendere il tema sicurezza o immigrazione, lei riesce a neutralizzarlo usando lo stesso linguaggio ma con il peso di Palazzo Chigi. Così Salvini finisce sempre fuori tempo. Troppo governativo per chi vuole protesta pura, troppo agitato per chi amministra territori e imprese.
Nel frattempo Vannacci gli sottrae proprio quell’elettorato arrabbiato che aveva alimentato il salvinismo. Quando un populista è costretto a inseguire un altro populista sul terreno della radicalizzazione, di solito qualcosa l’ha già persa.
Non è detto che Vannacci sia il futuro della destra. Ha un rigetto personale molto alto, una struttura fragile, poca classe dirigente. Però ha dimostrato che lo spazio della destra identitaria può sopravvivere anche fuori dalla Lega di Salvini.
Si vede bene guardando i numeri della scissione. L’effetto è stato forte nell’elettorato e quasi irrilevante in Parlamento. Pochissimi dirigenti hanno seguito Vannacci. La struttura della Lega regge ancora: sindaci, governatori, amministratori locali, reti costruite in trent’anni soprattutto al Nord. Ma il rapporto emotivo con una parte del consenso si sta allentando. La Lega istituzionale regge meglio del salvinismo politico.
E infatti dentro il partito molti guardano più a Zaia che a Vannacci quando pensano al dopo-Salvini. Vannacci agita l’elettorato. Zaia invece dà l’idea di uno che può tenere in piedi il partito. Una Lega meno nazionale, meno ossessionata dalla comunicazione continua, più nordista e amministrativa. In pratica, la vecchia anima del partito che prova a riemergere.
C’è poi il caso calabrese, che spesso viene raccontato in modo approssimativo. La Lega in Calabria continua a stare sopra la propria media nazionale. Ma la spiegazione probabilmente è meno oscura di quanto si suggerisca. Il partito è entrato nei normali meccanismi del potere regionale meridionale: distribuzione di risorse, reti locali, rapporto con le amministrazioni, gestione del consenso. Furgiuele ha lavorato soprattutto su questo, far percepire la Lega come una componente legittima del centrodestra di governo anche al Sud.
Le contiguità ambientali con la ’ndrangheta esistono, le inchieste le hanno raccontate. Ma riguardano la politica calabrese nel suo insieme, non soltanto la Lega.
C’è qualcosa di ironico nella traiettoria di Salvini. Per anni ha costruito consenso contrapponendo il Nord produttivo al Sud assistito. Oggi una parte della sua sopravvivenza politica passa anche dall’integrazione della Lega dentro i tradizionali meccanismi del potere meridionale.
Nel frattempo, dentro la destra italiana, si avverte qualcosa che non è ancora una rivolta contro di lui. Più un adattamento graduale. L’idea che Salvini possa non essere più indispensabile come qualche anno fa.
Treni in ritardo di 60' all'andata e 55' al ritorno. La mattina l'aria condizionata non funzionante, e la sera questo. Questa è la cartina tornasole di un paese che si vanta della sua sciatteria. #trenitalia
Li abbiamo armati, sostenuti, giustificato ogni crimine e barbarie, abbiamo detto che avevano "diritto a difendersi" assassinando decine di migliaia di civili, donne, bambini, bombardando campi profughi, scuole, ospedali, moschee.
Ora che sparano a noi è "inammissibile".🤡