Forse nessuno come Boniperti, nel calcio italiano, ha legato il suo nome a una società: 48 anni, 14 scudetti, 5 coppe italia, una Champions, 3 Coppe Uefa, una Coppa delle Coppe. Prima da calciatore, poi da presidente e ad. Ma soprattutto lo stile Juventus. Grazie Presidente ⚫️⚪️
In un video che il Tg1 può mostrarvi, c’è tutto l’orrore degli ultimi istanti di Bakari Sako: un bracciante, un lavoratore, un uomo. Non un titolo di cronaca, non un numero. Una vita spezzata.
Una baby gang lo circonda, lo minaccia, lo trasforma in bersaglio. Lì, davanti a una telecamera che registra senza poter fermare nulla, si consuma una violenza che non è solo un delitto, è una ferita aperta nella coscienza di tutti.
Bakari Sako non è morto per caso. È morto in mezzo all’indifferenza, nel vuoto di responsabilità, nel silenzio che troppo spesso segue queste tragedie.
E quel video che oggi possiamo guardare non è solo una prova. È un atto d’accusa. Contro la violenza che cresce, contro la disumanizzazione che avanza, contro una società che continua ad arrivare sempre dopo.
Perché dietro quelle immagini non c’è solo un’aggressione. C’è la domanda che brucia: come siamo arrivati fin qui?
“Un’intera civiltà morirà stanotte”
C’è una frase che il mondo ha letto, commentato per qualche ora e poi dimenticato. Trump l’ha scritta su Truth Social il 7 aprile 2026, a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum all’Iran: “Un’intera civiltà morirà stanotte. Non vorrei, ma è probabile”. Novanta milioni di persone liquidate in due righe, con la stessa sintassi con cui si annuncia un temporale.
Il Papa l’ha definita inaccettabile. Qualche giornale ci ha fatto un titolo. Poi è arrivata la tregua, il petrolio è sceso, le borse hanno tirato il fiato, e la frase è scivolata via. Come se non fosse successo niente. Come se il presidente degli Stati Uniti non avesse appena evocato, pubblicamente, la cancellazione di una delle civiltà più antiche della Terra.
Fermiamoci un momento su cosa significa “un’intera civiltà”. L’Iran non è il regime degli ayatollah. È la Persia. È Persepoli, Ciro il Grande, la prima dichiarazione dei diritti umani della storia. È la poesia di Hafez e Rumi, l’architettura di Isfahan, una tradizione matematica e scientifica che ha tenuto in vita il sapere greco quando l’Europa era nel buio. Tremila anni di storia. Trump ne ha evocato la fine in un post tra un insulto a un giornalista e un commento sul prezzo della benzina.
C’è chi legge queste uscite come strategia negoziale. L’iperbole come leva, la minaccia massima come tattica per ottenere concessioni. Trump lo ha fatto con la Corea del Nord, con il Messico, con la Cina. Ogni volta alza al massimo, poi tratta. Può darsi che anche questa volta fosse calcolo. Ma se lo era, la conclusione non è rassicurante: è peggiore. Perché significa che un presidente degli Stati Uniti ritiene accettabile usare la minaccia di sterminio di novanta milioni di persone come strumento ordinario di trattativa. Non come ultima risorsa in un momento estremo. Come tattica. Come routine. Significa che il linguaggio della distruzione totale è entrato nel repertorio normale della diplomazia americana. Questo non è un problema di Trump. È una trasformazione del ruolo stesso della leadership politica. Il fatto che funzioni, che produca risultati, che il mondo si adegui e tratti con chi parla così, dice più di qualunque analisi sulla persona.
La Casa Bianca si è affrettata a smentire l’opzione atomica. Vance, poche ore prima da Budapest, aveva parlato di “strumenti non ancora utilizzati che il presidente può decidere di usare”. La smentita è arrivata dopo, come sempre, a correggere ciò che era già stato detto. Il meccanismo è collaudato: si lancia la minaccia massima, si lascia che produca il suo effetto di terrore, poi si nega. L’importante è che l’idea sia entrata nella testa di tutti. Che novanta milioni di persone abbiano passato una notte chiedendosi se sarebbero state vive al mattino.
Guardiamo il comportamento, non le intenzioni. La scelta di un social network come canale. Il timing notturno. La costruzione quasi narrativa della frase, “non vorrei, ma è probabile”, che aggiunge suspense come in un copione televisivo. La totale assenza di linguaggio istituzionale, diplomatico, persino militare. Non è il comunicato di un comandante in capo. È il post di qualcuno che ha interiorizzato il ritmo della televisione e lo applica alla geopolitica nucleare. Nessun presidente americano, nemmeno nei momenti più tesi della Guerra Fredda, aveva mai comunicato così. Kennedy durante la crisi dei missili di Cuba usava canali riservati, calcolava ogni parola, sapeva che una frase sbagliata poteva innescare l’apocalisse. Trump pubblica l’apocalisse su Truth Social alle dieci di sera e ci aggiunge una clausola di suspense.
Il punto non è chi è Trump. Il punto è cosa ci dice il fatto che un profilo come il suo sia compatibile con l’accesso al massimo potere. Il figlio di un costruttore di Queens che ha ereditato un impero immobiliare solido e lo ha portato a sei bancarotte aziendali. Il New York Times ha documentato perdite per 1,17 miliardi di dollari in un decennio. Poi un reality show, The Apprentice, che ha costruito l’immagine del miliardario vincente dove i numeri raccontavano il contrario. Ventotto donne lo hanno accusato di molestie o violenza sessuale nel corso degli anni. Un rapporto con Jeffrey Epstein durato oltre quindici anni, documentato da foto, presenze agli stessi eventi, il nome nel “Black Book”, menzioni ripetute nei tre milioni di pagine degli Epstein Files pubblicati a gennaio 2026. Non esistono prove di coinvolgimento diretto nei crimini sessuali, e va detto con chiarezza. Ma questo è il profilo complessivo dell’uomo a cui un sistema politico ha consegnato i codici nucleari. La domanda non riguarda lui. Riguarda il meccanismo che lo seleziona e lo porta al vertice.
La risposta non sta nella psicologia di Trump. Sta nel sistema che lo ha prodotto. Un sistema che premia la visibilità sulla competenza, lo spettacolo sul giudizio, la capacità di occupare lo spazio mediatico sulla capacità di governare. Trump non è un incidente. È il risultato logico di quel sistema. E questo è molto più preoccupante di qualunque giudizio sull’uomo.
La civiltà persiana non è morta quella notte. La tregua è arrivata, i negoziati sono in corso in Pakistan, lo Stretto di Hormuz potrebbe riaprirsi. Ma la frase è stata scritta. È stata pensata, digitata, pubblicata. Esiste. E il fatto che il mondo l’abbia già dimenticata è il vero problema. Non la frase. La normalizzazione. Il fatto che un presidente possa evocare la distruzione atomica di un paese e noi passiamo oltre, come si passa oltre un titolo qualunque nel flusso delle notizie.
Quando tra cinquant’anni qualcuno studierà questo periodo, non si chiederà cosa ha fatto Trump. Si chiederà cosa abbiamo fatto noi. Perché lo abbiamo lasciato dire. Perché non ci siamo fermati.
Per questo, da juventino, dico sinceramente grazie a Bastoni. Dopo 30 anni finalmente viene meno il velo ipocrita della presunta superiorità morale. Mi sento più leggero
#InterJuve da juventino dico grazie a #bastoni, lo dico sinceramente. Perché dopo quasi 30 anni all'episodio Iuliano-Ronaldo si potrà finalmente contrapporre un episodio con la stessa forza simbolica e, se ci si pensa bene anche molto simili per un aspetto
In entrambi i casi infatti non si può parlare di semplice errore arbitrale, ma proprio di decisione opposta rispetto a quella che sarebbe stata corretta (nel '98 capovolgimento di fronte e rigore pro Juve). Qui, in più, c'è "solo" l'aggravante dell'antisportivitá dell'esultanza
Nostalgia di #Maradona , picchiato, trattenuto, che ha subito entrate criminali, e violenze fisiche. E non ha mai simulato, perché la pelota no se mancha . #D10SForever
“Lo so che ho figli, ma devo pensare anche a tante altre persone che hanno bisogno di me", diceva alla moglie.
Quando Accursi Miraglia morì, in Sicilia gli operai sospesero il lavoro per dieci minuti e in tutta Italia suonarono le sirene delle fabbriche. A ucciderlo furono i mafiosi, che gli spararono davanti la porta di casa, facendolo morire tra le braccia della moglie. Ma il bene che aveva fatto commosse l'Italia.
Era un uomo straordinario che venne dapprima licenziato dalla banca dove lavorava per le sue attività nel sociale e per il suo essere comunista, ma che poi fondò una sua industria ittica.
"Lavoro tanto perché i soldi mi servono per darli a chi ha bisogno", diceva.
Comunista e cattolico, ogni sera si occupava infatti di insegnare a leggere e scrivere ai contadini e gli operai analfabeti e distribuiva i propri guadagni a chi aveva bisogno, agli orfani, ai bisognosi. Si batteva poi per la redistribuzione della terra, in mano ai latifondisti mafiosi, ai nullatenenti, a chi non aveva niente. Riuscì persino a organizzare una marcia con 10mila persone per sbloccare la situazione. Fu questo il motivo per cui venne tolto di mezzo.
Era il 4 gennaio 1947 quando lo uccisero a Sciacca, dove era nato. Ieri ricorreva l’anniversario della morte.
Ad Accursio Miraglia il nostro ricordo. Uomo straordinario di cui va preservata la memoria.
This is Hossam’s team, and we are sharing his final message :
“If you’re reading this, it means I have been killed—most likely targeted—by the Israeli occupation forces. When this all began, I was only 21 years old—a college student with dreams like anyone else. For past 18 months, I have dedicated every moment of my life to my people. I documented the horrors in northern Gaza minute by minute, determined to show the world the truth they tried to bury. I slept on pavements, in schools, in tents—anywhere I could. Each day was a battle for survival. I endured hunger for months, yet I never left my people’s side.
By God, I fulfilled my duty as a journalist. I risked everything to report the truth, and now, I am finally at rest—something I haven’t known in the past 18 months . I did all this because I believe in the Palestinian cause. I believe this land is ours, and it has been the highest honor of my life to die defending it and serving its people.
I ask you now: do not stop speaking about Gaza. Do not let the world look away. Keep fighting, keep telling our stories—until Palestine is free.”
— For the last time, Hossam Shabat, from northern Gaza.
Ciò che non sopporto dei cosiddetti giochisti è la prosopopea con cui sentenziano sul calcio. Solo certezze, mai dubbi, verso uno sport che è affascinante perché ha mille variabili e imprevisti. Ci sono tanti modi per interpretarlo,ognuno merita rispetto. Poi parlano i risultati
Sì parla di 'sistema calcio italiano' ma bisogna ridurre il tutto a una questione di tifo, sempre. Peggio, faziosità ammantata anche di apparente garbo e tirando fuori Inzaghi. Maniavantismo puro
“Il disastro del calcio italiano”.
No, calma:
Atalanta: ha sbagliato una partita
Milan: doppio “suicidio” tra Zagabria e Feyenoord
Juve: prestazione ingiustificabile a Eindhoven
Inter: 4ª su 36
Ognuno ha la sua storia, altrimenti finisce che pure oggi diamo la colpa a Inzaghi