@Johncrash110@Gusswhosbak@AUniversale “Un brav’uomo”
Ma vaffanculo pezzo di merda! Chiedi scusa alle vittime di questo pezzo di merda islamista bastardo! Come cazzo si fa a difendere una persona del genere, tu fai più schifo di lui. MERDA UMANA!!
@Johncrash110@Gusswhosbak@AUniversale Non era un terrorista ma un pover’uomo? Ma che cazzo ne sai tu brutto coglione? Era un tuo amico? Perché il bravo uomo mandava mail razziste dov’è diceva bastardi cristiani di merda il vostro gesù lo brucio! Ora tu schifoso spiegami per quale motivo difendi una persona del genere
@LFrankllin@Ricchei@AntoniFerrante Quindi secondo te i terroristi che si fanno saltare in aria in nome di Allah non hanno problemi psichici? Ma perché siete così rincoglioniti?
@fraff1@drcinismo Domanda sincera: se questi giovani hanno così a cuore la Costituzione, come mai in piazza non si vede neanche una bandiera italiana? Abbiamo visto bandiere palestinesi, venezuelane, cubane, simboli di partito, falci e martelli… ma il tricolore assente.
C’è una costante nella storia delle democrazie: le decisioni prese sull’onda dell’emotività o della semplificazione raramente resistono alla prova del tempo.
Il referendum sulla giustizia rischia di iscriversi esattamente in questa tradizione. Oggi viene presentato come una scelta di principio, quasi morale, sostenuta da slogan rassicuranti e da una narrazione che semplifica problemi strutturali complessi. Ma è proprio in queste semplificazioni che si annida l’errore.
Non è la prima volta che accade. L’Italia ha già conosciuto decisioni popolari che, a distanza di anni, sono state rilette con crescente consapevolezza critica. Il caso del nucleare è emblematico: una scelta compiuta in un clima emotivamente saturo, che nel tempo ha mostrato tutti i limiti di una visione più ideologica che strategica. Oggi quel dibattito è riaperto, ma con il peso di decenni perduti.
Allo stesso modo, anche questa decisione sulla giustizia rischia di produrre effetti che oggi non sono pienamente percepiti. La giustizia non è un terreno simbolico, ma un’infrastruttura dello Stato: ogni intervento che ne alteri gli equilibri ha conseguenze profonde, spesso lente, ma difficilmente reversibili.
È facile votare contro qualcosa quando lo si riduce a una caricatura; è molto più difficile ricostruire ciò che si è indebolito quando emergono le prime crepe.
Per questo non stupirebbe se, tra qualche anno, quando gli effetti concreti inizieranno a manifestarsi, molti di coloro che oggi rivendicano questa scelta con convinzione si ritroveranno a guardarla con lo stesso spirito con cui oggi si guarda al referendum sul nucleare: non più come una vittoria, ma come un’occasione mancata.
La storia, del resto, non giudica le intenzioni, ma le conseguenze.