@LuigiAnsaloni Federer è culto, non è semplice tifo: è amare la miglior rappresentazione che l’uomo abbia mai dato al tennis. E i titoli contano in parte (e ne ha vinti di tornei).
Lui è l’UNICO TENNISTA in un mondo di giocatori di tennis del passato, presente e futuro
I ragazzi dai 30 anni in giù non lo sanno e forse non lo riescono nemmeno a immaginare.
Ma vi assicuro che c'è stato un periodo in cui il Brasile, e in particolare la maglia numero 9 del Brasile, metteva paura al mondo intero
Alle superiori avevo un compagno che passava per caso a scuola ogni tanto, non gliene fregava niente. Quando c'era, veniva interrogato. Lo chiamavano, si alzava per andare e ci chiedeva ''Questa che materia fa?''. Mi piace pensare che oggi lavori in Rai e si occupi dei Mondiali
Le Idi di Marzo, ovvero il giorno in cui il mondo cambiò direzione
Oggi è il 15 marzo. Le Idi di Marzo. Il giorno in cui ventitré pugnalate cambiarono per sempre la traiettoria della civiltà occidentale. Forse dell’intera civiltà umana.
Cesare, quando lo uccisero, stava per partire. Aveva le legioni pronte, i piani definiti, gli ufficiali già schierati. La destinazione era la Partia, quel vasto regno che si estendeva dalla Mesopotamia fino all’altopiano iranico. Lo stesso nemico che pochi anni prima aveva annientato Crasso e le sue legioni a Carre, nel 53 a.C., in una delle disfatte più umilianti della storia di Roma.
La domanda che si pone è semplice, quasi banale nella sua formulazione: cosa sarebbe accaduto se Bruto e Cassio non avessero agito? Se Cesare fosse salito a cavallo, avesse attraversato l’Anatolia, e avesse portato Roma fino al Tigri e all’Eufrate?
Non è un esercizio ozioso. La storia controfattuale, quella che chiede “e se?”, è diventata un metodo serio di indagine storica. Lo storico Niall Ferguson, nel suo Virtual History (1999), ha sostenuto che ragionare sulle alternative plausibili ci aiuta a capire quanto gli eventi storici non siano mai inevitabili, quanto il ruolo della contingenza, del caso, di una singola decisione possa deviare il corso di tutto ciò che viene dopo.
Cesare non era Crasso. Crasso era ricco, vanitoso, militarmente mediocre. Cesare era il conquistatore della Gallia, il più grande stratega che Roma avesse prodotto dopo Scipione. Conosceva gli errori di Crasso, sapeva che il re d’Armenia aveva offerto a Crasso il passaggio attraverso il suo territorio e 16.000 cavalieri, e che Crasso aveva rifiutato con l’arroganza di chi non sa cosa lo aspetta. Cesare non avrebbe commesso lo stesso errore. Lo stesso Marco Antonio, anni dopo, provò a realizzare il piano partico di Cesare, e fallì: troppo impaziente, troppo disorganizzato, abbandonò il treno dei bagagli e le macchine d’assedio per accelerare la marcia. Antonio non era Cesare. Nessuno lo era.
Lo scenario più realistico, quello su cui convergono storici e appassionati di storia alternativa, è che Cesare avrebbe annesso la Mesopotamia, creato regni clienti ai confini orientali, riportato a Roma le aquile perdute da Crasso. Non avrebbe conquistato tutto l’impero partico, probabilmente. Non era stupido. Sapeva che governare un territorio troppo vasto significava dissipare forze. Avrebbe fatto come in Gallia: colpire duro, organizzare, romanizzare.
Proviamo a seguire il filo. Se Roma avesse controllato la Mesopotamia nel I secolo a.C., avrebbe avuto accesso diretto al commercio con l’India e la Cina. Quella regione, ricchissima, fertile, crocevia di ogni rotta commerciale del mondo antico, avrebbe potuto diventare la nuova provincia d’Egitto, una fonte inesauribile di grano, ricchezze e tributi. Le guerre civili che devastarono Roma dopo la morte di Cesare, la lotta feroce tra Ottaviano e Antonio, non sarebbero mai avvenute. O sarebbero avvenute in modo radicalmente diverso.
La questione più vertiginosa è un’altra. I Parti sono gli antenati di quella civiltà persiana che, nei secoli successivi, sarebbe diventata la culla in cui nacque e si diffuse l’Islam. Una Mesopotamia romanizzata, con strade, diritto romano, lingua latina mescolata al greco e all’aramaico, avrebbe trasformato profondamente il substrato culturale di quella regione. L’Islam nasce nel VII secolo d.C. in un contesto specifico, in un’Arabia che sta ai margini di due imperi in declino, quello romano d’Oriente e quello sasanide (gli eredi dei Parti). Se uno di quei due imperi non fosse esistito, o fosse stato assorbito dall’altro, il contesto stesso della rivelazione coranica sarebbe stato diverso. Non necessariamente cancellato, ma diverso. Profondamente diverso.
È il principio che Blaise Pascal aveva intuito nel XVII secolo con la sua celebre provocazione sul naso di Cleopatra: se fosse stato più corto, il volto intero della terra sarebbe cambiato. La storia si gioca sui dettagli. Sui nasi, sulle pugnalate, sulle partenze mancate.
Luciano Canfora, nel suo Giulio Cesare. Il dittatore democratico (Laterza), definisce Cesare una figura che incarna il paradosso del potere popolare: un uomo che concentra su di sé un’autorità assoluta traendo legittimità dal consenso della plebe. Se Cesare fosse tornato dalla Partia vittorioso, carico di bottino e di gloria, nessuno a Roma avrebbe più potuto sfidarlo. La Repubblica era già morta prima delle Idi di Marzo, in un certo senso. Cesare l’aveva superata. La sua morte non la resuscitò, produsse solo tredici anni di guerre civili spaventose prima che Ottaviano chiudesse la questione diventando Augusto.
Un Cesare vivo e trionfante avrebbe accelerato la trasformazione di Roma in monarchia, certo. Forse con meno sangue. Forse con una linea di successione chiara, con il giovane Ottaviano formato al suo fianco nelle campagne orientali, pronto a raccogliere il potere in modo ordinato anziché doverlo strappare con la forza.
Per chi volesse approfondire: il già citato Virtual History di Ferguson resta il punto di riferimento sulla storia controfattuale come metodo. Per la figura di Cesare, il Canfora è imprescindibile. Shakespeare, col suo Julius Caesar, ha fissato per sempre nell’immaginario collettivo il dramma delle Idi. Plutarco, nelle Vite parallele, racconta con precisione quasi giornalistica gli ultimi giorni del dittatore.
Ventitré pugnalate. Un viaggio mai compiuto. Un mondo intero che prese una direzione perché un uomo non partì in tempo. Il 15 marzo non è una data qualsiasi. È il giorno in cui la storia girò a sinistra quando avrebbe potuto girare a destra. Verso dove, non lo sapremo mai. Sappiamo solo che sarebbe stato un mondo irriconoscibile rispetto a quello in cui viviamo.
Tra pochi giorni inizierà il torneo di #IndianWells.
In quel torneo #Federer nel 2017 produsse contro #Nadal quella che rimane a mio avviso una delle più impressionanti prestazioni mai viste su un campo da #tennis 🎾
#TennisParadise