"Il basket è stato e sarà per sempre il mio primo amore. Il mio obiettivo da bambino era diventare un giocatore NBA e ci sono riuscito. Il mio non è un addio, ma un ringraziamento. Grazie basket per tutto quello che di incredibile mi hai dato".
Purtroppo quel momento è arrivato. Derrick Rose ha detto basta. Il nostro omaggio ad un giocatore che ha fatto battere il cuore ad una intera generazione di tifosi, parte da 13 anni fa.
È il 2011, i Bulls sono in cima alla Eastern Conference, Rose è MVP, dopo Iverson, prima di Curry, è il più giovane di sempre a soli 22 anni.
Kanye West e Common, la crema della scena rap di Chicago, lo citano nei loro pezzi da classifica, l’Adidas costruisce le calzature attorno ai concetti di forza, leggerezza e potenza che mai prima di allora si erano palesati così bene e così compiutamente in un cestista. D-Rose col suo numero 1, la faccia da bravo ragazzo ma con una forte street credibility data dal sopracciglio alla “Tormento” e alla pelle butterata che pare si sia appena rialzato da una strisciata sull’asfalto dopo una caduta in contropiede.
D-Rose è l’uomo giusto al momento giusto. D-Rose è The Man.
È storia, è la storia di un ragazzo che trasuda di strada e di rivalsa.
Una Point guard da soma, un working class hero di lennoniana memoria, che traina su e giù per il campo palloni e avversari per quasi 40 minuti a partita. Che esplode verso canestro, che fa balzi straordinari, che fa canestri impensabili, che arriva più in alto delle mani dei centri 30 cm più alti di lui.
L'NBA è ai suoi piedi e i fans di tutto il mondo impazziscono per lui.
Quello che arriverà in seguito lo sappiamo tutti fin troppo bene.
I 2 infortuni di cui il primo avvenuto come pena del contrappasso, quasi per punizione divina in seguito all’annata clamorosa da MVP. Gli infortuni poi diventano 3, 4, 5, non finiranno più. L'unica cosa che terminerà è il sogno, il suo, e il nostro. Un Rose che non è più Rose, che non potrà mai più essere Rose. Un giocatore definitivamente logoro, un telaio di cristallo montato su un cuore enorme ma che non basta per bruciare gli avversari col primo passo o per essere nella ristretta cerchia dei big della NBA.
Negli ultimi anni è ripartito quasi da zero, si è reinventato come giocatore, cambiando il suo gioco, risultando comunque decisivo, facendo intravedere sprazzi di quello che sarebbe potuto essere senza una sfortuna sportiva con pochi eguali.
Ci sono giocatori che passano e scivolano via, e ci sono giocatori che si fermano. Anche se per poco, anche se per colpe non sue, D-Rose si è fermato, per sempre, nel cuore di tutti noi.
Ieri c'è stata la finale del "Torneo Giardini Margherita" che da 42 anni si disputa in un parco a Bologna. In campo non c'era nessun giocatore di Serie A o A2. C'erano però 4000 spettatori attorno al campo e 65.000 collegati in streaming online.
Sì, è qualcosa di unico al mondo.
Visto che ieri vi è piaciuto così tanto ve lo ripropongo, stavolta completo e con traduzione in italiano:
Il gol di Mattia Zaccagni in Croazia-Italia col commento dei telecronisti argentini MARIANO CLOSS e DIEGO LATORRE
💙🇮🇹
The moment Jannik Sinner realized he’s the new world #1.
Understated and classy as always.
Nice words for Novak.
Jannik epitomizes what it means to be a humble champion.
He represents the sport well. ❤️
Andrea Trinchieri e il rapporto con i giocatori. Nel nostro reportage abbiamo un momento bellissimo: il discorso che ha fatto a Brady Manek, giù di morale per le recenti basse percentuali al tiro.
Full video: https://t.co/TDmgPfJNZR
@bczalgiris@BradyManek@andreatrinkieri
Verde come la luce che voglio vedere quando taglio il traguardo, bianco come le nevi perenni su cui disegnato le nostre curve, rosso come il sangue che abbiamo versato!
🇮🇹