ANCHE I MODERATI PIANGONO
Permettetemi di esprimere cordoglio per la perdita subita dal campo dei moderati italiani — quella congrega amorfa che galleggia tra centrosinistra e centrodestra a seconda del vento, con posizioni politiche collocabili grossomodo tra Goebbels e un liberale viennese di fine Ottocento — da almeno 24 ore in lutto.
Parliamo degli stessi che dialogano amabilmente sui social con i troll NAFO — quegli account con i pupazzetti russofobici fondati, è bene ricordarlo, da Kamil Dyszewski, gamer polacco con simpatie neonaziste e un curriculum antisemita documentato, dettaglio che i nostri moderati trovano evidentemente trascurabile rispetto all'urgenza di combattere Putin su Twitter.
Gli stessi che in economia la pensano come la Tatcher e sulla libertà di stampa ritengono che giornali e giornalisti scomodi andrebbero semplicemente fatti tacere — naturalmente in nome della lotta alla disinformazione.
Questi signori, tutti insieme, sono turbati dal clima d'odio che ha reso invivibile il PD per una figura di spessore come Picierno.
Gli stessi che soffrivano per l'Italia antidemocratica che fischia Molinari nelle univerità; che grida alla lesa maestà per qualche articolo fuori dal coro su Mattarella e l'opinabile grazia a Nicole Minetti.
Il clima d'odio, in effetti, è insopportabile. Soprattutto per chi lo produce professionalmente ogni giorno.
#moderati #pd #media #analfoliberali
Da oggi sanzioni #USA totali su #Cuba: container bloccati, turismo in crollo, ospedali al collasso. Hegseth prepara i marines. La dottrina Monroe si chiama ora “Donroe” e punta alla resa per fame. Un crimine internazionale nel silenzio dell’Occidente.
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ODE A PINA L'INCOMPRESA, CHE LASCIA IL PD
Se ne va Pina Picierno dal PD, e con lei se ne va un pezzo di storia del riformismo all'italiana. O meglio: di ciò che la sinistra riformista italiana è diventata, con grande soddisfazione di Linkiesta, Il Foglio e Il Riformista, testate progressiste nel senso che progressivamente hanno abbandonato qualsiasi aggancio con la realtà e con quella popolare in particolare.
Pina ci lascia dopo anni di battaglie memorabili: la caccia instancabile ad artisti, accademici, scrittori e organizzatori di eventi colpevoli di parlare della Russia senza invocarvi contestualmente la peste bubbonica, l'amicizia solida con quell'altra casa dei moderati che è il governo israeliano.
I rumors del Corriere — testata non esattamente ostile all'establishment — parlano di candidature e soprattutto della vicepresidenza del Parlamento Europeo. Questioni etiche, insomma, nel senso più moderno del termine: etica della poltrona.
Con Marattin, la Gualmini e ora Picierno, la grande casa riformista si espande. Non siamo più nel centrosinistra: siamo nel mercato immobiliare di lusso. Tra poco inaugurano una dependance e intitolano una piscina a Tony Blair.
L'unico cruccio? Senza di lei, qualcuno potrebbe ancora pensare che il PD sia sinistra.
#picierno #pd
Maastricht ha segnato la fine della #Repubblica fondata sul conflitto sociale e sulla sovranità popolare. Al suo posto è nata una democrazia ridotta a marketing elettorale, storytelling mediatico e cittadinanza passiva, subordinata ai mercati.
https://t.co/IOoBtGr7KZ
Nonostante effetto mediatico dei droni resta la realtà: 80% #Ucraina senza difesa aerea, infrastrutture distrutte, popolazione dimezzata, uno stato che va avanti con finanziamenti UE, la quale discute di vittoria ignorando le 6.000 testate nucleari russe.
https://t.co/e3JRpJC6L4
#Netanyahu negli #Emirati con Mossad, Shin Bet e Stato Maggiore. Abu Dhabi nega tutto. Il WSJ racconta soldati israeliani, Iron Dome e attacchi congiunti contro l’#Iran. Gli Accordi di Abramo erano un patto militare, non di pace.
https://t.co/Gd5HzL2wM3
#Israele avanza in #Libano fino a 60 km da Beirut, conquista Beaufort, bombarda ospedali e siti UNESCO. Macron convoca l’ONU. Gli USA attaccano l’Iran e negoziano. Il diritto internazionale viene citato nelle riunioni e ignorato nei fatti.
https://t.co/13qv1B87Ex
L’#Italia raddoppia i soldati in pronto intervento: da 2.867 a oltre 6.500. Tre nuove missioni in Iraq, Somalia e Tunisia. Costo totale: 1,8 miliardi. Si chiama cooperazione per la pace. Vale la pena spiegare di cosa si parla.
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PUTIN VUOLE L'IMMORTALITÀ, PAROLA DI REPUBBLICA
Repubblica ha pubblicato — con la sobrietà giornalistica che la contraddistingue — la notizia che Vladimir Putin starebbe sviluppando una terapia genica di Stato per non invecchiare e prolungare il proprio regno. Lo Zar che cerca l'immortalità. Il villain da film di serie B che vuole vivere in eterno mentre manda i suoi sudditi a morire in trincea.
Siamo oltre il grottesco. Siamo nel territorio del fantasy geopolitico, del feuilleton bellico scritto per lettori che si suppone abbiano smesso di ragionare nel 2022 e da allora si nutrano esclusivamente di psy-op riscaldate.
La notizia non ha fonti verificabili, non ha documenti. Ha la stessa solidità epistemica di un thread su X scritto alle tre di notte da un account con qualche bandierina colorata nell'avatar. Ma è su Repubblica, quindi è notizia.
Il problema non è Putin — che è tutto quello che volete, ma non ha bisogno di essere trasformato in Voldemort per essere criticato. Il problema sono le redazioni che pubblicano questa roba sapendo perfettamente cosa stanno facendo: alimentare un clima da guerra totale, costruire il nemico assoluto, rendere impensabile qualsiasi posizione che non sia la resa incondizionata della Russia. È propaganda di guerra con il layout di un quotidiano borghese. Ed è disonesta due volte: verso i lettori e verso sé stessa.
Ma il pezzo della terapia genica non è l'unica perla. Nell'articolo compare, con la sicurezza di chi cita il PIL, la cifra di 500mila soldati russi morti in Ucraina. Cinquecentomila. Scritta così, senza condizionale, senza fonte, senza metodologia. Facciamo due conti elementari, quelli che evidentemente nessun caporedattore ha ritenuto necessario fare.
La Russia ha impegnato nell'operazione militare speciale — chiamiamola guerra, per cortesia semantica — una forza stimata tra i 150mila e i 200mila uomini nella fase iniziale, salita progressivamente con le ondate di mobilitazione. Dire che sono morti 500mila soldati significa dire che sono morti più uomini di quanti ne siano mai stati schierati contemporaneamente. Significa un tasso di perdite che nessun esercito moderno ha mai sostenuto senza collasso totale. Significa che la Russia avrebbe perso, in proporzione alla popolazione, più uomini in tre anni di quanto l'Unione Sovietica ne abbia persi in quattro anni contro Hitler. L'URSS crollò sotto quel peso. La Russia di Putin, evidentemente, no — anzi avanza.
Cinquecento mila morti in un paese di 130 milioni di abitanti non si nascondono. Non esistono famiglie senza un lutto, non esistono città senza bare, non esistono cimiteri che bastino. Una cifra del genere produce rivolta sociale, non consenso. Produce Piazze Rosse piene di madri, non parate militari. Se fosse vera — anche solo approssimativamente vera — il regime di Putin sarebbe già sull'orlo del collasso demografico e politico. Invece le stime più attendibili di istituti come l'IISS di Londra o Oryx parlano di cifre drammatiche ma enormemente inferiori, nell'ordine delle decine di migliaia, con perdite significative ma compatibili con la continuazione delle operazioni.
Ma la cifra di 500mila serve. Serve a costruire la narrativa del nemico già sconfitto che però non lo sa, del regime marcio che regge solo grazie alla propaganda, dell'armata Brancaleone che si dissolverà al prossimo inverno. La stessa narrativa che circola da 4 anni, puntualmente smentita dai fatti sul campo, e puntualmente riproposta senza che nessuno senta il bisogno di scusarsi per le previsioni precedenti.
Ci prendono per deficenti, e lo fanno con metodo. Le brigate da salotto che invocano la fermezza atlantica hanno bisogno di un nemico grottesco — lo Zar immortale — e di numeri impossibili per giustificare una posizione che non regge all'analisi. Repubblica glieli fornisce. È un servizio fornito ai "mercanti".
#repubblica #putin #media #propaganda
#Netanyahu ordina di portare al 70% il controllo di #Gaza, violando gli accordi di cessate il fuoco di ottobre. Due milioni di palestinesi compressi in macerie. Il ministro Katz annuncia espulsioni. La comunità internazionale prende nota e tace.
https://t.co/RFQn9pGu2h
I PAVONI E LA GUERRA DEGLI ALTRI
L'incidente del drone russo in Romania ha prodotto un tempo di reazione della classe politica europea: meno di un'ora per trasformare un incidente in un casus belli da aula parlamentare.
I soliti noti si sono precipitati ai microfoni con la stessa eleganza di chi urla al fuoco in un cinema affollato. Invocazioni all'Articolo 5, appelli alla fermezza, dichiarazioni di solidarietà atlantica, qualche sopracciglio alzato verso Mosca con l'espressione di chi ha appena scoperto che la guerra esiste. Il tutto pronunciato da persone che non hanno mai sentito l'odore della polvere da sparo se non in qualche rievocazione storica sponsorizzata da un think tank di Bruxelles.
Ora facciamo un esercizio mentale elementare, alla portata anche di un sottosegretario. Immaginate che la situazione degeneri davvero. Immaginate che quei salotti dove si invoca la fermezza contro Putin debbano tradursi in qualcosa di concreto — divise, trincee, sacrifici. La prima cosa che succederebbe è che Calenda, Picierno e i loro colleghi di pensiero sparirebbero dalla circolazione con una velocità inversamente proporzionale alla loro attuale combattività verbale. La brigata Parioli, quella che oggi twitta "resistere" dal MacBook in un bar del centro, si imboscherebbe nell'arco di ventiquattr'ore con una creatività logistica degna di miglior causa.
Quello che invece succederebbe nelle strade è molto diverso da ciò che immaginano i professionisti dell'escalation. Non sfilate patriottiche, non entusiasmo bellico, non giovani pronti all'immolazione per la crociata atlantica. Da Lisbona a Budapest, passando per Roma, Parigi e Berlino, ci sarebbero centinaia di migliaia di persone disposte a prendere a calci in culo — letteralmente, senza metafore diplomatiche — chiunque abbia contribuito a portarle dentro una guerra che non hanno mai voluto, non capiscono e per cui non hanno nessuna intenzione di morire.
Questo è il dato che la classe politica europea continua a non vedere, o a fingere di non vedere perché vederlo costerebbe troppo. Il sentimento popolare nei confronti della guerra non è pacifismo astratto né simpatia per Mosca: è la percezione concreta, viscerale, che chi decide non pagherà mai il prezzo di ciò che decide. È la stessa percezione che produce rivoluzioni, quando viene ignorata abbastanza a lungo.
L'incidente del drone romeno è, in questo senso, rivelatore non per quello che è stato — un episodio minore, probabilmente un errore tecnico — ma per le reazioni che ha prodotto. Una classe dirigente connessa alla realtà avrebbe gestito la cosa con cautela, aperto canali diplomatici, abbassato i toni. Quella che abbiamo fa esattamente l'opposto, perché abbassare i toni non produce visibilità, non alimenta il ciclo mediatico, non posiziona nessuno come Churchill del martedì mattina.
Il problema non è che questi signori siano bellicisti per convinzione ideologica profonda. Il problema è che sono bellicisti per convenienza, che è molto peggio: significa che non hanno nessun freno interno, nessuna bussola morale, nessun calcolo che vada oltre il prossimo ciclo di notizie. Giocano con il fuoco perché il fuoco, per loro, è lontano. Finché resta lontano.
Se mai dovesse avvicinarsi, scopriremo che lo spirito patriottico ha dei limiti geografici molto precisi. Il confine passa, indicativamente, al raccordo anulare.
#europa #russia #romania #guerra #propaganda
Il #campolargo non è una proposta politica: è un’equazione numerica. Sommare PD e sinistra radicale non produce programma, ma subalternità. Chi promette niente non può essere alleato: può solo essere subìto.
https://t.co/lyMJii4TWn
Emanuele Orsini chiede alla politica di coprire i salari bassi. Ma #Confindustria non vuole giustizia salariale: vuole legittimità. Senza conflitto sindacale reale, la democrazia è scenografia. La solitudine dei padroni è l’assenza di una controparte.
https://t.co/8cz4RQ7c5R
📷METTI LE SANZIONI, TOGLI LE SANZIONI, RIMETTI LE SANZIONI
Fermiamoci un momento sulla geometria di questa vicenda, perché è istruttiva. Albanese è stata nominata dal Consiglio per i diritti umani dell’ONU per documentare le violazioni del diritto internazionale nei territori palestinesi occupati. Lo ha fatto. Ha prodotto rapporti, ha citato fonti, ha utilizzato il linguaggio giuridico previsto dal suo mandato. Ha concluso, tra l’altro, che le azioni di Israele a Gaza configurano un genocidio. Se avesse scritto che va tutto bene, che l’esercito israeliano opera nel pieno rispetto del diritto internazionale umanitario, non sarebbe su nessuna lista nera.
Il problema non è quello che ha detto, ma che lo ha detto nell’esercizio di una funzione istituzionale riconosciuta dal diritto internazionale. Siamo oltre il reato d’opinione: siamo all’imposizione di un diktat su un organo delle Nazioni Unite da parte di uno Stato membro che platealmente considera il famigerato diritto internazionale solo quando fa comodo.
La logica della sanzione è, nella sua brutalità, trasparente. Gli Stati Uniti non contestano nel merito i rapporti di Albanese — non potrebbero farlo, perché si confronterebbero con il diritto internazionale umanitario, con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, con le sentenze della Corte internazionale di giustizia. Preferiscono colpire la persona: congelare i conti, rendere impossibile la vita bancaria quotidiana, trasformare una funzionaria ONU in una paria finanziaria globale.
È la tecnica classica del regime sanzionatorio americano applicata non a un dittatore o a un trafficante d’armi, ma a una giurista che ha redatto rapporti su commissione delle Nazioni Unite. Rubio l’ha messa nella stessa lista in cui siedono alcuni signori della droga latinoamericani. Il messaggio non è sottile: chi documenta i crimini degli alleati di Washington viene trattato come un criminale.
C’è un secondo scandalo, più domestico e per questo più opaco. Francesca Albanese è italiana. Nata a Bari. Una cittadina della Repubblica italiana è stata inserita in una lista nera dal governo di uno Stato straniero per aver svolto un incarico internazionale legalmente riconosciuto. La risposta del governo Meloni è stata, nei mesi scorsi, sostanzialmente il silenzio. Nessuna nota di protesta formale, nessuna convocazione dell’ambasciatore americano, nessuna presa di posizione pubblica di rilievo da parte del ministero degli Esteri. Tajani ha rilasciato qualche dichiarazione di circostanza, nel pieno stile della sua arte dell’equidistanza pelosa.
La società dei medio colti — quella che si indigna selettivamente, che fa della difesa del diritto internazionale un argomento da talk show — ha trattato la vicenda come una notizia di secondo piano. Eppure la struttura del caso è cristallina: uno Stato straniero perseguita una cittadina italiana per l’esercizio di una funzione ufficiale. In qualsiasi altro contesto, si chiamerebbe interferenza e persecuzione. Con Washington si chiama politica estera.
Il paradosso finale è grottesco: gli Stati Uniti, che siedono nel Consiglio di sicurezza dell’ONU e contribuiscono al suo finanziamento, sanzionano un’esperta nominata da un organo ONU per aver fatto esattamente il lavoro per cui è stata nominata. È come se un azionista di maggioranza licenziasse il revisore dei conti perché ha trovato irregolarità nei bilanci.
#francescaalbanese @FranceskAlbs #sanzioni #usa #palestina #israele
#Elkann porta la #Ferrari elettrica al Quirinale, #Mattarella applaude. Nel frattempo Stellantis produce in Italia meno auto che nel 1955. Dietro i selfie del Presidente e gli artisti di regime si nasconde la desertificazione del Paese.
https://t.co/BDgkVjRaeR
- @FranceskAlbs documenta i crimini di #Israele per conto dell'ONU. Gli #Usa la mettono nuovamente in lista nera. L'Italia tace. Non è un reato d'opinione: è la criminalizzazione di chi fa il proprio lavoro.
Lo scandalo è doppio, la vergogna intera.
https://t.co/SjsNJUMnrE
L’accusa di #rossobrunismo funziona come alibi morale di una sinistra americanizzata che sostiene guerre, #neoliberismo e identità performative. Un dispositivo psichico e politico per espellere il conflitto di classe e autoassolversi.
https://t.co/4cKJuxftya
VABBE', PARLIAMO DI ROSSOBRUNISMO
Il dissing social di queste ore tra i due noti professori, ha messo in evidenza - a parte tutte le considerazioni personali, caratteriali o egotiche di alcuni soggetti, alcune parole molto presenti nel contesto culturale - in verità assai scarsamente numerico - che alcuni di noi frequentano e animano da tempo.
Una di queste - che torna regolarmente a galla (immagine adatta da un certo punto di vista, se vogliamo "escatologico") - è rossobrunismo.
Ora, non mi interessa fare la disanima storica del termine, le sue origini. Mi interessa il contesto odierno con il quale il termine viene usato poichè non serve definirlo, basta pronunciarlo.
Funziona da scomunica laica, da scorciatoia morale, da dispositivo disciplinare per rimettere in riga chi devia. In suo nome si assolvono guerre, si benedicono alleanze imbarazzanti, si riscrive la storia in tempo reale. L’accusa non descrive: cancella. Non argomenta: espelle. Ed è proprio questa sua efficacia brutale, più che il suo significato evanescente, a renderla centrale nel lessico politico contemporaneo.
L’uso della psicoanalisi in politica è sempre una tentazione pericolosa. Freud non è un editorialista e l’inconscio non vota. Tuttavia, come strumento euristico minimo, può aiutare a leggere certe ossessioni ricorrenti del dibattito pubblico. Una di queste è - appunto - la famigerata accusa di “rossobrunismo”, formula magica brandita come manganello simbolico contro chiunque osi deviare dalla retta via dell’ortodossia progressista contemporanea.
Il paradosso è evidente: coloro che hanno coniato l’espressione per denunciare una presunta convergenza tra comunismo e fascismo sembrano spesso incarnarne, nei fatti, la sintesi più inquietante. Basta scorrere i manifesti di sigle come “Sinistra per l’Ucraina” ( o quella per Israele, poco cambia nel contesto che tocchiamo) oppure le prese di posizione di micro-gruppi anarchici e post-operaisti che invocano apertamente l’escalation militare contro la Russia. Il nemico evocato – il fascismo eterno, metastorico, reincarnato di volta in volta – finisce per coincidere con tutto ciò che ostacola la loro pulsione bellica mascherata da umanitarismo.
Qui il lessico freudiano torna utile. La proiezione, quel meccanismo di difesa che consiste nell’attribuire ad altri impulsi inaccettabili, appare fin troppo riconoscibile. Il sostegno a formazioni apertamente neonaziste in Ucraina, l’adesione entusiasta a una possibile guerra mondiale, vengono giustificati come crociata morale contro uno “stalinismo” che esiste solo come fantasma ideologico. Putin diventa così il contenitore simbolico di una colpa più profonda: aver escluso questi soggetti dalla Storia, aver negato loro il ruolo di avanguardia morale del mondo.
Accusare gli altri di fascismo o rossobrunismo assolve preventivamente da ogni responsabilità. Il male è sempre esterno, mai interno. E tutto ciò che frena il desiderio illimitato, che pone limiti materiali o politici, viene automaticamente classificato come reazionario.
Il concetto di rossobrunismo svolge però una funzione ancora più sofisticata. Non serve solo a squalificare il nemico, ma a presidiare un’egemonia culturale all’interno dell’area antagonista. Qui, da decenni, domina un libertarismo post-operaista che ha smesso di considerare il capitalismo come problema strutturale, vedendo nel neoliberismo una sorta di acceleratore di creatività sociale.
È sul terreno dell’“uomo-impresa” che il neoliberismo ha vinto la sua battaglia più profonda: quella sulle coscienze. I reduci del Sessantotto e i loro eredi hanno progressivamente sostituito l’anticapitalismo con l’americanismo culturale, aderendo senza troppe resistenze alla narrazione delle rivoluzioni colorate e alla missione civilizzatrice dell’Occidente collettivo.
Questa mutazione affonda le radici negli anni Ottanta, quando il riflusso politico si tradusse nella proliferazione dei centri sociali. Spazi che, da luoghi di conflitto, si trasformarono in laboratori di consumo alternativo, branding identitario e imprenditorialità culturale. Il dissenso venne americanizzato, reso performativo, separato dalla questione di classe.
La nuova controcultura attrasse un ceto mediamente istruito, con alte aspettative professionali, completamente scollegato dalla realtà proletaria. La politica divenne espressione di sé, lifestyle, guerra culturale. Un antagonismo senza anticapitalismo, perfettamente compatibile con le nuove pulsioni imperiali dell’Occidente.
Non stupisce che questa “socialità alternativa” sia finita per replicare il mito del privato: centri sociali aziendalizzati, dipendenti dall’amministrazione pubblica, radicati più nei bandi che nei territori. Un ecosistema che produce lavoratori della conoscenza pronti a muoversi tra attivismo e impresa, in una versione impoverita del modello Silicon Valley.
Le battaglie sui diritti e sulle identità, pur avendo spesso elementi legittimi, funzionano allora come dispositivi di integrazione nel sistema, non di rottura. E quando qualcuno prova a riaprire il discorso su classe, lavoro, socialismo, scatta l’accusa infamante: rossobrunismo. Un marchio utile a difendere rendite simboliche e posizioni di potere, più che a comprendere la realtà.
#rossobrunismo #sovranismo #censura #neoliberismo
Dalla mafia di Lansky alla lobby di Miami, l'ossessione americana per #Cuba ha una radice precisa: non il comunismo, ma miliardi perduti in una notte di capodanno del 1959. Il resto è storia — criminale e politica insieme.
https://t.co/MnP1wfy9sK