Il Coronavirus è nato da turisti che han mangiato pipistrelli sul mercato di Whuan
L'Hantavirus è nato da turisti che han fatto birdwatching in una discarica in Argentina
Ok sarà triste prenotare le mie vacanze a San Benedetto del Tronto ma almeno non rompo il cazzo al prossimo
Il referendum che non è un referendum
Ce lo hanno detto loro stessi, alla fine. Non serve più interpretare, collegare indizi, sospettare secondi fini. Nordio lo ha dichiarato. Salvini lo ha ammesso. Meloni lo ha confessato. Adesso Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia, sabato sera alla trasmissione Il Punto su Telecolor ha fatto pendere l’ago della bilancia verso l’unica conclusione possibile: questo referendum non riguarda la separazione delle carriere.
Non è mai stato quello il punto.
Bartolozzi, incalzata dalla senatrice Cucchi, ha scandito il vero slogan di questa riforma: votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione. Plotoni. Non l’ha detto un complottista su Twitter, l’ha detto il braccio destro di Nordio. Una che peraltro è magistrata lei stessa, che ha lavorato ai tribunali di Gela e Palermo.
Non le bastava. Ha aggiunto che se al referendum vince il No, lei scapperà dall’Italia perché ha un’inchiesta in corso. Parliamo dell’indagine sul caso Almasri, quella per false dichiarazioni ai pm. Il capo di gabinetto del ministero della Giustizia che minaccia di fuggire dal Paese per sottrarsi alla giustizia. Ripetetelo ad alta voce, perché scritto sembra una sceneggiatura di serie B.
Poi il tocco finale, quello che trasforma il grottesco in pura farsa: se vince il Sì le aziende torneranno a investire in Italia e i giovani che sono andati via perché non credono nel Paese ritorneranno. I cervelli in fuga, quelli che scappano per stipendi da fame e zero meritocrazia, stavano in realtà aspettando la separazione delle carriere dei magistrati per fare le valigie e tornare. Certo. Come no.
Persino Marco Bisogni del Csm, ospite della stessa trasmissione, ha ridimensionato la cosa: capisco che la riforma sia la panacea di tutti i mali, ma che addirittura faccia rientrare i cervelli in fuga lo trovo un po’ eccessivo. Eccessivo. Un eufemismo generoso.
Meloni poche ore prima aveva speso tredici minuti di video per provare a vendere le ragioni del Sì con tono pacato e grafica curata. Conte ha riassunto perfettamente: la premier ha speso tredici minuti per nascondere quello che Bartolozzi ha ammesso in pochi secondi.
Ora, parliamoci chiaro. Chi sta valutando il Sì non è necessariamente un fesso o un servo del governo. Magari pensa che la magistratura abbia i suoi problemi, che le correnti siano un cancro, che dopo Palamara qualcosa vada cambiato. Ha ragione. Solo che questa riforma non risolve niente di tutto questo. Non accorcia i processi, non assume personale. Il sorteggio per il Csm dovrebbe tagliare le correnti, dicono. Nella pratica produce un organo scelto dal caso, più debole, più frammentato, più facile da mettere sotto. Chiedetevi a chi conviene una magistratura disorganizzata. Non a voi. Questa riforma fa una sola cosa: spezza il legame tra chi indaga e chi giudica il potere politico. E lo dice chi l’ha scritta, non chi la contesta.
Guardiamo il quadro completo. Nordio che da anni ripete di voler ridimensionare il potere dei pm. Salvini che ammette candidamente l’obiettivo. Meloni che confeziona video patinati per mascherare la sostanza. Bartolozzi che, con la grazia di chi non si rende conto, dice la verità nuda: togliersi di mezzo la magistratura. È un progetto preciso: sottrarre la politica al controllo, rendere chi governa intoccabile.
Togliere di mezzo l’unica cosa che separa una democrazia da un sistema dove chi comanda fa quello che vuole senza pagarne le conseguenze.
Il 22 e 23 marzo si vota No. Non per simpatia verso le toghe, non per fare un dispetto al governo. Si vota No perché quando un domani un politico ti rovina la vita con una decisione illegale, vuoi che qualcuno possa ancora chiamarlo a rispondere.
Questo è lo Stato di diritto. Non è un concetto astratto. È la tua unica protezione.
Lo hanno detto loro cosa vogliono. Basterebbe credergli.
Il Golfo e la truffa di Trump
C’è una scena che si ripete in tutti i film sui racket di quartiere. Il commerciante paga il pizzo ogni mese. In cambio nessuno gli spacca la vetrina. Poi quelli della protezione decidono di fare la guerra a qualcun altro, la sparatoria avviene davanti al suo negozio, e il commerciante si ritrova con i vetri rotti e il sangue sul marciapiede. A quel punto capisce: la protezione non esisteva. Esisteva solo il pagamento.
Khalaf Ahmad Al Habtoor è quel commerciante. Solo che il suo negozio vale 2,3 miliardi di dollari e la vetrina in frantumi si chiama Dubai.
Giovedì 5 marzo un miliardario emiratino ha fatto quello che nessun governo arabo può permettersi di fare: ha detto la verità a Donald Trump. Su X, in arabo, davanti a tre milioni di persone.
“Signor Presidente, domanda diretta: chi ti ha dato l’autorità di trascinare la nostra regione in una guerra con l’Iran? Hai calcolato i danni collaterali prima di premere il grilletto?”
Bisogna capire chi parla. Al Habtoor non è un attivista. È il fondatore di uno dei conglomerati più grandi degli Emirati, 335esimo nella classifica Forbes. Nel 2015 scrisse un editoriale per sostenere Trump: un imprenditore vero, uno che fa. Quando Trump propose il bando d’ingresso per i musulmani negli Stati Uniti, andò su NBC a ritrattare pubblicamente quell’appoggio. Poi silenzio, per anni. Ha abbracciato gli Accordi di Abramo, firmato accordi con la tech israeliana Mobileye, cercato affari con compagnie israeliane prima di molti governi. Il modello perfetto del nuovo Medio Oriente secondo Trump: docile, ricco, collaborativo.
E adesso scrive questo. Perché?
La risposta ingenua è che sia indignato. Quella vera è un’altra: sta parlando per conto di chi non può parlare.
Negli Emirati l’espressione pubblica a certi livelli è controllata, autorizzata, calibrata. Un uomo di quel peso non esce su X a insultare il presidente degli Stati Uniti perché gli gira. Se ha parlato, è perché qualcuno gli ha detto di parlare. Il governo emiratino non può dire a Trump “ci hai traditi”: le basi americane sono ancora lì, i contratti miliardari sono ancora lì. Allora usi un privato. Abbastanza ricco da non poter essere ignorato, abbastanza “indipendente” da poter essere sconfessato se serve.
Diplomazia per interposta persona. L’avvertimento senza firma.
“Hai messo i paesi del Golfo al centro di un pericolo che non hanno scelto. Chi ti ha dato il permesso di trasformare la nostra regione in un campo di battaglia?”
Trump non ha consultato nessuno. Non il Qatar, non l’Arabia Saudita, non gli Emirati. Ha deciso con Israele e per Israele. Ha premuto il grilletto, e i missili iraniani di ritorsione sono caduti sulle capitali di quelli che lui chiama alleati. Sirene antiaeree da Manama a Dubai. Paesi che ospitano basi americane usati come scudo e come bersaglio nella stessa guerra.
Questo non è il comportamento di un alleato. Questo è il comportamento di un boss che decide dove si spara e chi paga i danni.
“L’inchiostro non si era ancora asciugato sulla Board of Peace che hai annunciato in nome della pace, e ci ritroviamo davanti a un’escalation che mette in pericolo l’intera regione. Dove sono finite quelle iniziative?”
Maggio 2025: Trump in tour nel Golfo, 3.200 miliardi in accordi. Gennaio 2026: Board of Peace per Gaza, 7 miliardi dal Golfo. Due mesi dopo, bombe sull’Iran.
“Questi paesi hanno il diritto di chiedere: dove sono finiti quei soldi? Stiamo finanziando la pace o stiamo finanziando una guerra che ci espone al pericolo?”
Paghi per la pace, ricevi la guerra. Non sei un alleato, sei un bancomat con la bandiera. La Casa Bianca non ha risposto. Perché nel racket il reclamo non è previsto.
Poi la domanda che brucia: “È stata una tua decisione? O è il risultato delle pressioni di Netanyahu e del suo governo?”
La risposta la conoscono tutti. Trump non ha attaccato l’Iran per il Golfo, non per gli interessi americani. Lo ha fatto perché Netanyahu lo voleva. L’agenda di Israele è diventata l’agenda degli Stati Uniti con una naturalezza che dovrebbe far tremare chiunque. Del resto sappiamo come funzionano certe fedeltà assolute nella Washington di Trump: i file Epstein, quei documenti promessi al pubblico e scomparsi nel silenzio, sono lì a ricordare chi tiene in mano il guinzaglio di chi.
Al Habtoor chiede chi ha deciso. La domanda giusta è un’altra: chi ci guadagna, oltre a Netanyahu?
A fine febbraio il greggio russo Urals era crollato a 40 dollari al barile, schiacciato dalle sanzioni. Una settimana di guerra e il Brent è sopra i 90 dollari. Il portavoce del Cremlino Peskov ha dichiarato che c’è “un aumento significativo della domanda” di energia russa. L’Iran sotto le bombe. Il Venezuela sotto occupazione americana dopo la cattura di Maduro. I due principali concorrenti di Mosca nel mercato del greggio pesante, fuori gioco entrambi. Le raffinerie del mondo progettate per lavorare quel tipo di greggio hanno un solo fornitore rimasto: la Russia. Nel frattempo i missili Patriot vengono dirottati dall’Ucraina al Medio Oriente, e il fronte ucraino sparisce dal dibattito. Putin non ha dovuto sparare un colpo in più per ottenere tutto quello che voleva.
Tre agende, un solo tavolo. Netanyahu vuole la distruzione dell’Iran. Putin vuole il petrolio alto, l’Ucraina dimenticata e un Iran che dipenda da Mosca. Trump vuole il caos, la dimostrazione di forza e la fedeltà dei suoi finanziatori. Non serve una cospirazione quando gli interessi si allineano da soli. Serve solo un uomo abbastanza spregiudicato da premere il grilletto senza chiedere il permesso a nessuno. Quell’uomo è Trump.
I numeri del tradimento verso gli stessi americani: 658 raid nel primo anno del secondo mandato, quanto l’intero mandato Biden. Sette paesi con interventi militari. Il prezzo della benzina salito del 14% in una settimana. Costi stimati tra 40 e 210 miliardi di dollari. America First, diceva. L’America non è nemmeno nella lista.
“La vera leadership non si misura dalle decisioni di guerra, ma dalla saggezza e dalla capacità di costruire la pace.”
“Le nostre economie, la nostra sicurezza non sono arene per regolare i conti tra grandi potenze. Non abbiamo scelto questo scontro. Eppure paghiamo il prezzo di un’escalation che non abbiamo creato. Chi è responsabile?”
Nessuno. Perché Trump non fa accordi, fa estorsioni. Non ha alleati, ha clienti. Non offre protezione, offre l’illusione della protezione in cambio di denaro vero. Quando decide di sparare, spara nell’interesse di un altro, con i soldi di un altro ancora, e le vittime le paga chi non ha firmato nulla.
Al Habtoor lo ha detto perché i governi non possono. Non ancora. Lo ha detto in arabo perché il messaggio è per il Golfo prima che per Washington: sappiamo, non siamo d’accordo, e ce ne ricorderemo.
È la prima crepa. Il commerciante docile, ricco e collaborativo ha guardato la vetrina rotta e ha capito. Adesso decide se continuare a pagare il pizzo o cambiare serratura. Il problema per Trump è che quando un commerciante smette di pagare, gli altri del quartiere lo guardano e ci pensano.
What should alarm us about the Epstein files isn’t just the appalling details.
It is the degree to which enormously wealthy and powerful people live by their own rules — and continue to get away with it.
It’s a club where the rules and the law don't apply. And you’re not in it.
Chi sono i protagonisti della foto più iconica della moda italiana
Paola Fendi, l'unica che è ancora viva, Valentino Garavani, Giorgio Armani, Krizia, Mila Schoen, Moschino, Missoni, Soprani, Ferrè, Laura Biagiotti, Gianni Versace e Mario Valentino @ultimoranet
Voterò no alla riforma costituzionale, perché sostituire il testo scritto da giganti come i padri costituenti con un testo scritto da Donzelli, Lollobrigida & Co. è come sostituire Leopardi con Fedez nei libri di letteratura
IL PUNTO PIÙ STRETTO D'ITALIA
Sapete dove si trova più stretto della nostra bellissima penisola?
Si trova in Calabria ed è l'istmo (o stretta) di Catanzaro, per tanto tempo conosciuto la stretta di Marcellinara.
La stretta di Catanzaro è larga appena 35 km, separando di un niente - considerando le proporzioni dell'Italia, il Mar Ionio dal Mar Tirreno.
In questa zona si trova anche una delle strutture più importanti della Calabria: il graben di Catanzaro.
Un graben è una porzione ribassata della crosta terrestre, che si trova tra due faglie (o tra due sistemi di faglie) dirette. Il graben di Catanzaro è stato riempito dalla deposizione di terreni plio-quaternari.
Il graben di Catanzaro è attraversato da un'arteria stradale importante che collega il Golfo di Sant'Eufemia con quello di Squillace, la SS280.
Cancro al colon, un thread. Come si sviluppa, previene, tratta. Iniziamo con il dire che generalmente è un tumore molto lento. Impiega normalmente anni per diventare pericoloso. Inizia con una proliferazione anomala di cellule dell’intestino, dei cosiddetti «villi intestinali».
"I had three doctors who told me — 'If you keep going like this, I won't give you six months.' I buried all three of them."
Today Keith Richards turns 82 years old.