Gabanelli l’altro giorno ha fatto un riepilogo fantastico su una domanda che torna spesso: perché loro sì e noi no? Perché la Spagna cresce e noi collassiamo?
Due Paesi simili: turismo, agricoltura, manifattura, piccole e medie imprese. Eppure Madrid cresce, noi stiamo arretrando.
La spiegazione è quella che tanti, qui, non vogliono sentire.
La Spagna ha usato meglio le riforme del lavoro, ha alzato il salario minimo, ha limitato l’abuso dei contratti a termine, ha investito in politiche attive e formazione. Risultato: più occupazione stabile, salari che recuperano potere d’acquisto, consumi che crescono.
Noi invece abbiamo salari che hanno perso circa l’8% di potere d’acquisto rispetto al 2019, consumi quasi fermi, tanta occupazione in settori a bassa produttività, troppe donne fuori dal mercato del lavoro e un’inattività tra le più alte d’Europa. E però c’è chi si vende i dati sul lavoro.
Poi c’è l’energia: la Spagna ha spinto sulle rinnovabili e oggi paga molto meno l’elettricità all’ingrosso. Noi restiamo molto più esposti al gas.
Poi la burocrazia: Madrid attira più investimenti esteri, ha servizi pubblici più digitali, una giustizia civile più rapida, norme fiscali più stabili. Noi cambiamo regole ogni cinque minuti e poi ci chiediamo perché le imprese non investano - ah, e al governo volevano fare una riforma sulla giustizia che non toccava nulla di tutto questo.
Ecco. Ringraziando Gabanelli per questa spiegazione chiarissima, forse qualcuno dovrebbe iniziare a capire che non è con il “salario giusto” — viene da ridere — condoni, precarietà, tagli al welfare, soldi alla sanità privata, deregolamentazione appalti e miliardi su opere inutili che si fa sviluppo: lo si fa evitando di lavorare solo e unicamente per il 5% della popolazione più ricca e corporativa, lasciando tutti gli altri indietro.
Nel silenzio totale dei mezzi di informazione, il governo Meloni ha approvato una norma che consente l'apertura di sale operatorie senza controlli preventivi sui requisiti minimi di sicurezza.
Ripeto, vista la gravità: senza controlli preventivi.
Con verifiche rinviate fino a un anno dopo.
1 anno.
Dodici mesi di interventi chirurgici, anestesie, bisturi, infezioni possibili, pazienti ignari.
Dodici mesi prima che qualcuno vada a vedere se la sala operatoria è a norma.
La norma non nasce in un provvedimento sulla sanità. Sarebbe stato troppo onesto. È stata nascosta dove nessuno guarda.
Infilata in un decreto che parla di grandi opere, commissari, infrastrutture, Ponte sullo Stretto.
Un contenitore omnibus, uno di quelli che scorrono veloci in Parlamento e ancora più veloci nei telegiornali.
Dentro quel decreto, lontano dagli occhi dei cittadini, si smonta un principio basilare dello Stato di diritto sanitario: prima i controlli, poi apri.
Qui si fa il contrario: apri, opera, incassa. I controlli (forse) dopo.
Dove sono finiti i soldi del PNRR?
Giorgia Meloni ha ereditato 194,4 miliardi del PNRR, il pacchetto di investimenti pubblici più grande d’Europa. Tre anni e mezzo dopo, con quella montagna di denaro in cassa, siamo tra gli ultimi in eurozona per crescita.
Non è la guerra. Non è la congiuntura internazionale. Sono tre anni che i numeri peggiorano, uno dopo l’altro, con una regolarità che non lascia spazio alle scuse.
Il PIL 2025 cresce dello 0,5% contro una media UE dell’1,4%. Un terzo. Nel 2027 saremo l’ultimo Paese dell’eurozona, dicono le previsioni della Commissione europea. Il debito è al 137,1% del PIL, ha sfondato i 3.000 miliardi. Il deficit resta al 3,1% e l’Italia rimane sotto procedura d’infrazione almeno fino al 2027. I salari reali, secondo l’OCSE, sono sotto del 7,5% rispetto al 2021, il calo peggiore dell’area. Lo stipendio medio italiano è 33.523 euro, quello europeo 39.800. Ci ha superato perfino la Spagna.
Poi c’è il resto, che di solito non finisce nei titoli. La produzione industriale cala da tre anni consecutivi. Nel 2025 il settore chimico ha perso il 3,6%, il tessile e la pelletteria il 3,4%. Intere filiere del Made in Italy in sofferenza. Il cuneo fiscale è al 47,1% del costo del lavoro, quarto più alto in Europa. Un lavoratore privato su tre ha ancora un contratto collettivo scaduto. Il governo continua a parlare di “riforma fiscale epocale”. La pressione sulle famiglie non cala.
Questi sono i numeri. Non opinioni, non propaganda dell’opposizione. Eurostat, ISTAT, OCSE.
Oggi, ad aprile 2026, restano quattro mesi alla scadenza del PNRR. A fine 2025 era stato speso poco più della metà dei fondi. Quello che doveva rivoluzionare sanità, scuola, infrastrutture, digitale, è rimasto in larga parte sulla carta. Cantieri bloccati, bandi che non escono, ministeri che non firmano. Una macchina dello Stato incapace di mettere a terra i soldi che aveva in tasca.
Qui sta il punto. Con il più grande regalo che l’Europa abbia mai fatto a un singolo Paese, questo governo ha prodotto la stagnazione. Tre anni per ottenere il peggior risultato possibile partendo dalle migliori condizioni possibili.
Si può spiegare in un solo modo. Non sanno fare. Non hanno la competenza tecnica, non hanno la visione politica, non hanno la capacità amministrativa di gestire una macchina di questa portata. Hanno passato tre anni a litigare sui nomi nei cda, a piazzare parenti e fedelissimi nelle partecipate, a produrre decreti a raffica su temi simbolici, a fare propaganda quotidiana su canali amici. Intanto gli uffici che dovevano firmare i bandi restavano fermi. Gli appalti slittavano. I cantieri non partivano.
Questa non è ideologia. Questa è contabilità.
Ora pretendiamo risposte. Una rendicontazione al 100%, voce per voce, euro per euro. Quali opere sono state costruite, quali servizi sono stati migliorati, quanti italiani ne hanno beneficiato. Vogliamo sapere se un solo euro di quei 194 miliardi è stato usato per interessi di partito, di amici, di parenti, di sottogoverno. Una domanda legittima di un Paese che ha il diritto di sapere.
I soldi c’erano. Il tempo c’era. Gli italiani non hanno visto niente. Come è possibile?
Due privati cittadini convocano il Ministro degli Esteri e lo tengono a rapporto per 4 ore. Marina e Pier Silvio comandano, #Tajani esegue. La dignità istituzionale è ufficialmente morta. #Ottoemezzo#Berlusconi#travaglio
Scanzi che non le manda a dire alla “giornalista” inviata Mediaset alla Casa Bianca Maria Luisa Rossi Hawkins.
Notate le smorfie che fa quando offendono il suo pupillo Trump🤣
3 mar: “Abbiamo vinto la guerra.”
7 mar: “Abbiamo sconfitto l’Iran.”
9 mar: “Dobbiamo attaccare l’Iran.”
9 mar: “La guerra sta finendo quasi completamente, e in modo molto bello.”
11 mar: “Non si dice mai troppo presto che hai vinto. Abbiamo vinto. Nella prima ora era già finita.”
12 mar: “Abbiamo vinto, ma non abbiamo ancora vinto completamente.”
13 mar: “Abbiamo vinto la guerra.”
14 mar: “Per favore aiutateci.”
15 mar: “Se non ci aiutate, me ne ricorderò sicuramente.”
16 mar: “In realtà non abbiamo affatto bisogno di aiuto.”
16 mar: “Stavo solo testando per vedere chi mi sta ascoltando.”
16 mar: “Se la NATO non ci aiuta, subiranno qualcosa di molto brutto.”
17 mar: “Non abbiamo né bisogno né voglia dell’aiuto della NATO.”
17 mar: “Non ho bisogno dell’approvazione del Congresso per uscire dalla NATO.”
18 mar: “I nostri alleati devono collaborare per riaprire lo Stretto di Hormuz.”
19 mar: “Gli alleati degli Stati Uniti devono darsi una regolata e contribuire a riaprire lo Stretto di Hormuz.”
20 mar: “La NATO è fatta di codardi.”
21 mar: “Lo Stretto di Hormuz deve essere protetto dai paesi che lo utilizzano. Noi non lo utilizziamo, non abbiamo bisogno di riaprirlo.”
22 mar: “Questa è l’ultima volta. Darò all’Iran 48 ore. Aprite lo Stretto.”
22 mar: “L’Iran è morto.”
23 mar: “Abbiamo avuto colloqui molto buoni e produttivi con l’Iran.”
24 mar: “Stiamo facendo progressi.”
25 mar: “Ci hanno fatto un regalo e il regalo è arrivato oggi. Ed è stato un regalo molto grande, dal valore enorme. Non vi dirò cos’è questo regalo, ma è stato un premio molto significativo.”
26 mar: “Fate un accordo, oppure continueremo semplicemente a colpirli.”
27 mar: “Non dobbiamo esserci per la NATO.”
30 mar: “Aprite immediatamente lo Stretto di Hormuz, o affrontate conseguenze devastanti.”
31 mar: un accordo e “molto vicino” e che l’Iran farà “fatto la cosa giusta”
1 apr: “Vedremo cosa succederà molto presto.”
3 apr: “Sta per succedere qualcosa di grande.”
4 apr: l’Iran deve arrendersi “immediatamente” o affrontare ulteriori conseguenze
5 apr: “Aprite quello stramaledetto Stretto, pazzi bastardi, oppure vivrete all’inferno - STATE A GUARDARE! Sia lodato Allah.”
7 apr: “Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata indietro. Non voglio che accada, ma probabilmente accadrà.”
7 apr: Accordo di cessate il fuoco sulla base delle 10 proposte dell’Iran.
Non ho altro da dire vostro onore
Ha nascosto al parlamento di avere una SRL
La SRL era in società con la figlia di un boss mafioso
Dice di non conoscerlo
Ma ci sono le prove che lo ha incontrato
Signori,questo è il viceministro della giustizia
La posta in gioco
Vi hanno raccontato che questo referendum riguarda la terzietà del giudice. Che si tratta di una riforma tecnica, di buon senso, né di destra né di sinistra. Meloni ci ha speso tredici minuti di video per spiegarvelo con quella voce da maestra paziente che usa quando vi sta mentendo in faccia.
Poi è arrivata Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, la persona che quel ministero lo governa davvero, e in tredici secondi ha detto la verità: “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione.”
Una gaffe? Un’uscita infelice nel calore di un dibattito televisivo? No. Quella frase è il programma. E lo sappiamo perché la Bartolozzi quel programma lo ha messo per iscritto, sei anni fa, quando nessuno la guardava.
Il disegno è già scritto
L’8 ottobre 2020, da deputata di Forza Italia, Giusi Bartolozzi depositò alla Camera una proposta di legge costituzionale che chiunque può ancora andare a leggere. Il cuore di quella proposta era semplice e devastante: togliere ai pubblici ministeri l’autonomia nell’esercizio dell’azione penale e attribuire al governo il potere di stabilire le priorità investigative. Nella relazione introduttiva lo scriveva senza pudore: “La definizione delle priorità dell’esercizio dell’azione penale è un supremo compito che spetta alla politica.”
Rileggete. Supremo compito che spetta alla politica. Il governo decide cosa si indaga. Il governo decide cosa si ignora. Il governo decide chi viene toccato e chi resta al sicuro.
Lo stesso giorno depositò un’altra proposta: un’Alta corte disciplinare per i magistrati composta da nove membri, sei nominati dal Parlamento, tre dal Presidente della Repubblica, nessuno dalla magistratura. Un tribunale dei giudici senza giudici dentro. Sei mesi dopo arrivò la terza mossa: una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uso politico della giustizia, con poteri enormi, costruita sulla premessa che le procure fossero diventate un potere autonomo fuori controllo, una “Repubblica dei PM” da smantellare.
Tre proposte di legge, un unico disegno: sottomettere la magistratura al potere politico. Pezzo per pezzo, norma per norma.
Il referendum è il primo pezzo
Quella proposta del 2020 sulla subordinazione dei PM al governo non passò. Non poteva passare, per una ragione costituzionale precisa: finché giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine giudiziario, protetto dall’articolo 104 della Costituzione, qualsiasi tentativo di mettere i PM sotto il controllo dell’esecutivo si schianta contro un muro. L’autonomia e l’indipendenza della magistratura valgono per tutti, giudicanti e requirenti.
La separazione delle carriere serve a demolire quel muro.
Una volta che i PM vengono separati dai giudici, una volta che hanno un loro CSM distinto, una volta che non appartengono più formalmente allo stesso ordine, il passaggio successivo diventa possibile. Diventa persino logico, nella retorica di chi lo proporrà: se i pubblici ministeri non sono più giudici, perché non dovrebbero ricevere un indirizzo dal governo, come le forze di polizia? Se sono un corpo a parte, perché non rendere le loro priorità coerenti con le priorità politiche del paese?
Non è un piano segreto. Non è un’interpretazione malevola. È la sequenza scritta dalla stessa persona che oggi siede nel posto più importante del Ministero della Giustizia. Prima la separazione costituzionale, poi il controllo con legge ordinaria. Il referendum è il primo tempo. La legge Bartolozzi è il secondo.
Chi comanda davvero
La Bartolozzi non è una funzionaria qualunque che si è fatta scappare una frase. È la persona che detta le linee del ministero. Nordio fa le dichiarazioni, va in televisione, ci mette la faccia. Lei decide. Chi frequenta i piani alti di via Arenula lo sa benissimo. È lei che ha gestito il caso Almasri (per il quale è indagata per false informazioni al PM, mentre Nordio e Piantedosi si sono fatti scudo dell’immunità ministeriale). È lei che ha costruito l’architettura della riforma. È lei che conosce il passo successivo.
Quando Meloni dice che questa riforma non è contro i magistrati, mente sapendo di mentire. Quando Nordio si scusa per le parole del suo capo di gabinetto, recita una parte. La Bartolozzi ha detto la verità: l’obiettivo è togliersi di mezzo la magistratura. Prima con la separazione. Poi con il guinzaglio.
Non è un rischio. È un progetto.
Smettiamola di trattare la questione come un’ipotesi remota, come uno scenario pessimistico agitato dall’opposizione per fare paura. Il disegno è stato scritto, depositato, protocollato. Porta una firma. Quella firma appartiene alla persona che oggi ha più potere di chiunque altro sulla politica giudiziaria di questo governo.
Il 22 e 23 marzo non vi stanno chiedendo se volete un giudice più imparziale. Vi stanno chiedendo se volete aprire la porta a un sistema in cui il governo decide chi viene indagato e chi no. In cui un PM che indaga un ministro può essere richiamato all’ordine. In cui le priorità investigative le stabilisce chi ha interesse a non essere investigato.
Votate come volete. Ma sappiate cosa state votando.
Ecco cosa ci faceva Crosetto a Dubai. I cittadini italiani possono sapere se Guido Crosetto continua a fare il lobbista e il piazzista di armi mentre veste i panni di ministro della difesa?
Grazie a Marco Lillo e al @fattoquotidiano per lo scoop della nave Garibaldi.
Sei Marco Mengoni
Da seMpre sei fan di Michael Jackson
Ti presenti al pubblico proprio con una sua canzone Man in The Mirror
E anni dopo ti ritrovi seduto ad una sfilata a Parigi accanto a sua figlia Paris che ti sventola e pensi che a volte la vita è un bello scherzo✨🪞🕷️✨
La maschera è caduta
Giorgia Meloni lo diceva. Lo diceva forte, lo diceva chiaro, lo diceva quando stare all’opposizione le permetteva il lusso della coerenza. I listini bloccati sono un pericolo per la democrazia. Il proporzionale allontana i cittadini dalla politica. I parlamentari devono essere scelti dagli elettori, non nominati dalle segreterie. Lo diceva lei. Con quella voce che sapeva alzare al momento giusto, con quella faccia indignata che funzionava così bene in televisione.
Ora propone esattamente quello che denunciava.
Liste bloccate. Premio di maggioranza che altera la proporzione tra voti e seggi. Candidati decisi altrove e imposti agli elettori come pacchi chiusi. Tu entri in cabina e il tuo unico diritto è timbrare un elenco che non hai scritto, pieno di nomi che non hai scelto, di gente che non risponde a te ma a chi li ha messi lì. Non è votare. È ubbidire.
La Costituzione su questo non lascia margini. L’articolo 48 stabilisce che il voto è personale ed eguale. Personale: la scelta è mia, non del capocorrente. Eguale: il mio voto a Reggio Calabria pesa quanto quello di un elettore ai Parioli. Il premio di maggioranza spezza questa eguaglianza. Le liste bloccate cancellano la scelta. L’articolo 56 è ancora più esplicito: la Camera è eletta a suffragio universale e diretto. Diretto. Non “mediato dai partiti”. Non “filtrato dalle segreterie”. Diretto. Se il parlamentare è nominato dall’alto e l’elettore può solo accettare o restare a casa, quel suffragio diretto diventa una parola morta stampata su una carta che nessuno rispetta più.
Tutto questo porta la firma di Roberto Calderoli. Lo stesso Calderoli del Porcellum, nome che deve aver scelto guardandosi allo specchio. La Corte costituzionale quella legge la smontò pezzo per pezzo, la dichiarò illegittima. Lo sapevano allora. Lo sanno adesso. Ci riprovano con la stessa faccia, con lo stesso schema, con uno dei politici più lontani dai cittadini italiani che il Parlamento abbia mai prodotto.
Qualcuno dirà che è una questione per costituzionalisti. No. È la differenza tra scegliere chi ti rappresenta e accettare chi ti viene assegnato. Tra rappresentanza e designazione. Tra democrazia e la sua scenografia.
Ora allargate lo sguardo. Perché questa legge non arriva per caso e non arriva da sola.
Arriva mentre il governo usa la fiducia come metodo ordinario, non come extrema ratio. Centootto voti di fiducia dall’inizio della legislatura, record storico della Repubblica italiana. Centootto volte in cui il Parlamento ha ricevuto testi blindati e ha potuto solo dire sì o no. Niente discussione, niente emendamenti. Il Parlamento alza la mano e timbra. Le leggi le scrive Palazzo Chigi, le Camere le ratificano. Il potere legislativo, quello che la Costituzione affida alle Camere, è stato risucchiato dall’esecutivo nei fatti, silenziosamente, senza che nessuno abbia votato per questo.
Arriva insieme a un referendum che vuole mettere le mani sulla Costituzione. Non su una legge ordinaria, non su un regolamento. Sulla Costituzione. Sette articoli da riscrivere, con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati. L’effetto concreto di quella riforma è prevedibile: due Consigli superiori più deboli al posto di uno forte, un’Alta Corte disciplinare che cambia i rapporti di forza, una magistratura frammentata e più esposta alle pressioni della politica. Chi ha occhi per vedere lo riconosce già come un pezzo della stessa strategia. Chi aveva dubbi adesso ha la risposta. Questa legge elettorale non è un episodio separato dal referendum. Sono lo stesso progetto. Il referendum smonta i contrappesi. La legge elettorale blinda chi governa. La revisione costituzionale completerà il lavoro.
Messi in fila sono un programma. La Costituzione è il problema, per questo governo. È quella che dà fastidio. Quella che mette limiti, che distribuisce il potere, che impedisce a una maggioranza di fare quello che vuole. Ogni pezzo di questo programma serve a togliere un limite. A spostare un contrappeso. A rendere il potere meno controllabile e più concentrato.
Diciamolo senza giri di parole. Gli eredi di Almirante stanno smontando l’architettura della Repubblica pezzo per pezzo. Con metodo, con pazienza, con quella furbizia di chi sa che la democrazia si può svuotare dall’interno senza bisogno di marciare su niente. Basta cambiare le regole del gioco mentre sei seduto al tavolo. Basta togliere ai cittadini il potere di scegliere spacciandolo per riforma. Basta trasformare il Parlamento in un ufficio timbri dell’esecutivo e chiamarlo efficienza.
Il fascismo non torna con le camicie nere. Torna con le leggi elettorali che cancellano la scelta. Con i premi di maggioranza che trasformano il consenso in dominio. Con i referendum che concentrano il potere. Con la fiducia usata come bavaglio. Torna con la forma della democrazia intatta e la sostanza svuotata.
Chi vota deve sapere cosa sta scegliendo. Non una norma, non un aggiustamento tecnico. Un modello. Chi vota sì a questo progetto vota per sovvertire la Costituzione della Repubblica italiana.
Meloni lo sapeva. Lo diceva. Ora fa il contrario. La maschera è caduta. Sotto c’era quello che c’è sempre stato. La domanda adesso è solo per chi legge: quanto siete disposti a lasciar fare?
Legge elettorale, depositato il testo: proporzionale con premio, no preferenze.
Ricordate quando la bugiarda più pagata d'Italia Meloni nel 2020 disse: 'Proporzionale = nemico dell’Italia'. E oggi? Ora lo vuole lei.
Dal 'nemico dell'Italia' al proporzionale in 6 anni