@marsetac unione sovietica docet, caro Marco. Bambini addestrati a combattere a scuola, manipolati ad odiare il “nemico” ad Ovest, addestrati alla disinformazione e a spiare chiunque (anche la famiglia) per il bene unico: la grande madre patria di sta cippa. Aborro.
Giustamente questi “signori” vivono i Baltici nel quotidiano. Hanno avuto contezza di ciò da fonti istituzionali, e da verifica d’inchiesta nel merito.
…No!? Allora, è propaganda di bassa leva. È becera disinformazione.
@ElenaBasileIT 🤣 siamo così rincoglioniti qui in Lituania che i droni li spediamo in Russia ma non si sa come mai tornano indietro.
Gli aerei della Nato Air Policing negli ultimi giorni giocano alzandosi in cielo a protezione dello spazio aereo baltico per intercettare droni per magia. Eh già.
@AntonioTalia È già rientrato l’allarme aereo da circa due ore qui a Vilnius. A parte gli sms di emergenza alla popolazione, nessuna sirena antiaerea è stata messa in funzione e nessun messaggio via radio nazionale. Si è impreparati, o almeno così sembra.
La tensione sale.
If you were born in the Polish People’s Republic, like me, you don’t romanticize the Soviet system… you remember it.
You remember shortages, ration cards, political repression, and a system where speaking freely could cost you everything. You remember what it meant to live under a regime imposed from Moscow, not chosen by the people.
For millions across Poland and Eastern Europe, the fall of the USSR wasn’t a “catastrophe”… it was liberation.
It meant the end of censorship.
It meant the ability to travel.
It meant the return of political freedom and national sovereignty.
Calling that one of the “greatest catastrophes” of the 20th century isn’t just wrong… it ignores the lived reality of those who suffered under it.
It’s easy to romanticize systems you’ve never had to live under. It’s a lot harder to explain that view to the people who actually did.
KIMI NELLA STORIAAAAAAA 🇮🇹🏎️🏁
Antonelli, a soli 19 anni, riporta l’Italia in trionfo vent’anni dopo l’ultima volta🔝
Hamilton conquista il primo podio con la Ferrari. 2° Russel e 4°Leclerc 👏🏻
#Antonelli#Hamilton
@CarloCalenda L’ultima cosa che ci serve oggi è essere trascinati, come membri NATO, in un conflitto in Med.Oriente. Da 4 anni abbiamo il nemico quasi alle porte di Paesi EU, e sembra che molti non se ne siano ancora accorti.
@RoVannacci L'Iran lancia missili e finanzia milizie in tutto il Medio Oriente: chi è l'aggressore?Confondere un regime teocratico che impicca le proprie donne con una “vittima” è un ribaltamento della realtà. Tra chi difende la libertà e chi la uccide in piazza, non c'è paragone.
Oggi è giusto, anzi sacrosanto festeggiare con il popolo venezuelano per la fine di un incubo durato fin troppo e perché un dittatore criminale, corrotto, assassino, torturatore e usurpatore non è più in circolazione. Le loro lacrime devono essere le nostre e la loro gioia deve riempirci il cuore. Abbiamo il diritto di farlo, perché NOI abbiamo sempre sostenuto la libertà, i valori della democrazia, il principio di autodeterminazione dei popoli e affermato dal primo giorno la loro natura universale.
Ma proprio per queste stesse ragioni, essendo gli unici a poterlo fare, abbiamo il dovere di porci delle domande che non riguardano solo il blitz statunitense di ieri, ma l’assetto globale che si determina quando si normalizzano certi metodi solo perché occasionalmente convenienti per una causa.
Prendo intanto atto che le preoccupazioni che esprimevo nel mio post di ieri, che molti hanno criticato, sono condivise dalla stragrande maggioranza dei più grandi giornali del mondo, degli osservatori, degli analisti e delle istituzioni internazionali. D’altra parte la loro fondatezza ieri è stata confermata dallo stesso Trump durante la conferenza stampa autocelebrativa, nella quale ha ribadito punto per punto la logica dell’intervento.
Per ore avevo provato fino a quel momento a rispondere a amici e contatti che, in preda ad una comprensibile euforia, vagheggiavano di ritorno alla democrazia, di libere elezioni e di inizio dell’era Machado. Un’euforia che non sentivo affatto di condividere, perché ritenevo che - come d’altronde era già chiaro dalle operazioni corsare condotte dagli USA nei giorni precedenti davanti alle coste venezuelane, con vere e proprie esecuzioni di presunti scafisti, i quali forse avrebbero meritato che le accuse mosse contro di loro venissero esaminate nell’ambito di un giusto processo in un tribunale anziché trasformate in una sentenza di morte sul posto - al presidente USA di riportare la democrazia in Venezuela non è mai importato nulla.
E infatti ieri abbiamo appreso dalla sua viva voce che l’obiettivo del blitz è la più grande riserva di petrolio al mondo, che secondo la logica trumpiana gli USA hanno il diritto di “riprendersi” e che quindi le compagnie americane cominceranno a sfruttare. Ha anche detto che non ci sono libere elezioni in vista, ma che a governare il paese saranno gli Stati Uniti stessi, non si sa bene con quale autorità, concessa da chi e applicando quali norme internazionali. Non sarà rispettato nemmeno il voto reale delle elezioni 2024, visto che il capo della Casa Bianca ha già chiarito di non voler consegnare il paese alla Nobel per la Pace Maria Corina Machado (la quale ha chiesto che la scelta ricada su Edmundo Gonzalez, vincitore reale delle consultazioni), troppo in vista e troppo indipendente per un ruolo di guida di una nazione, il cui destino è quello di diventare di fatto una colonia (come appunto scrivevo ieri prima della conferenza a Mar-a-lago). Ed anzi Marco Rubio ha avanzato l’ipotesi forse più beffarda di tutte, e cioè quella di affidare la transizione a Delcy Rodriguez, cioè la vice dello stesso presidente illegittimo del quale da 24 ore si festeggia la caduta, che a sua volta ieri è apparsa in video ribadendo che Maduro è l’unico leader del Venezuela.
Il mio invito è quindi ancora una volta a non guardare a quello che succede come una sequenza di eventi singoli e disconnessi tra loro, perché con tutta evidenza non lo sono. Al contrario, chi come noi ha a cuore i valori che ci hanno spinti a stare dalla parte dell’Ucraina ha il dovere di porsi domande e di non perdere una visione d’insieme delle vicende del mondo, anche quando questo è più faticoso e meno immediato.
Ribadisco e rafforzo quindi tutte le mie critiche all’operazione per le ragioni che sintetizzo.
1. È ingenuo pensare che la decapitazione del tiranno porti automaticamente alla democrazia, quando questa avviene per mano di forze esterne che non hanno la democrazia come obiettivo. Quello dell’Amministrazione Trump è di ampliare il cortile di casa e gestire le riserve petrolifere per il proprio profitto. La Libia e l’Iraq sono lì a ricordarci che non c’è automatismo tra la fine di un regime e la nascita di qualcosa di diverso.
2. Le reazioni timide di Mosca e Pechino, grandi sponsor della dittatura di Maduro, dovrebbero farci porre domande su quale sarà il loro atteggiamento. Potrebbero infatti opporsi alla transizione a guida statunitense, foraggiando i supporter del tiranno deposto, aprendo scenari imprevedibili, i quali potrebbero portare anche ad una guerra civile. D’altra parte, qualora decidessero invece di accompagnare il processo, il sospetto sarebbe quello che il loro placet venga subordinato ad un ritorno di fatto alle aree di influenza, che si suggellerebbe attraverso una consegna dell’Ucraina alla Russia e di Taiwan alla Cina.
3. L’intervento statunitense non ha alcuna base giuridica ed è stato reso possibile esclusivamente dalla straordinaria sproporzione di forze tra USA e Venezuela. Maduro è di sicuro un criminale, ma non ha mai aggredito gli USA, i quali quindi non possono invocare il concetto di difesa, se non col rischio di ricorrere a pretesti che ci si aspetterebbe di ascoltare da Lavrov e non dal paese già leader del mondo libero. Non condannare questo ulteriore passo verso la “putinizzazione” dell’Amministrazione Trump, come scrive il Guardian, vuol dire accettare quella stessa idea secondo la quale i rapporti tra gli stati debbano essere regolati dalla legge del più forte. La stessa che da quattro anni tutti noi contestiamo e che è alla base anche di ogni guerra di aggressione, inclusa quella in Ucraina.
4. La possibilità di contestare la violazione del diritto internazionale ce l’ha solo chi, come noi, ne ha parlato anche quando Maduro ha preso illegittimamente il potere e quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Non ce l’ha chi, come Alessandro Di Battista lo ignora celebrando ogni dittatore di questo pianeta e nemmeno Giuseppe Conte, che lo invoca alla bisogna per il Venezuela, ma poi chiede la resa di Kyiv alla Russia in barba ad ogni logica e norma. Cerchiamo di rimanere sempre dalla parte dei giusti e di non diventare dei Di Battista o dei Conte.
Su quest’ultimo punto ci tengo a porre l’accento, perché ne va anche del futuro dell’Europa. La deterrenza, il rafforzamento della difesa europea e tutti i discorsi connessi sono elementi posti a corollario del sistema di regole che tiene al sicuro le nostre libertà. La forza serve a garantire il rispetto delle norme e non a restare impuniti quando le si violano. Questa è l’unica architettura di sicurezza che permette anche a noi di sperare di avere un posto al tavolo dei grandi e dire la nostra, soprattutto in un mondo in cui se non hai una sedia è perché sei parte del menù.
Quando @CarloCalenda ha detto in faccia a Jeffrey Sachs che è un bugiardo ha detto la semplice verità. Basta guardare questo video, che è del 7 aprile 2014, nel mezzo della rivoluzione di Euromaidan, poche settimane dopo la fuga del presidente filorusso Janukovich e l’inizio delle operazioni russe in Crimea e Donbas.
Sachs era andato a Kyiv per fare il consulente economico del nuovo primo ministro Arseniy Yatsenyuk, insediatosi sull’onda delle proteste e della rivoluzione. Ebbene, all’epoca Sachs diceva chiaramente che la Russia stava destabilizzando l’Ucraina: Putin aveva “provocato” la grave crisi politica in Ucraina.
Una decina di anni dopo, nel confronto con Calenda, Sachs dice che la Rivoluzione di Euromaidan in realtà è stata un colpo di stato organizzato dalla Cia che pagava mazzette da decine di migliaia di dollari: e lui l’ha visto con i suoi occhi perché era lì! E questa ostilità dell’Occidente ha provocato la reazione della Russia. La perfetta narrazione di un “propagandista putiniano”.
Eppure all’epoca, quando era a Kyiv, prestava la sua opera per un governo che ora afferma essere golpista, non denunciava il ruolo degli Stati Uniti né le mazzette della CIA: diceva che la crisi era provocata dalla Russia.
Non c’è pertanto dubbio. Sachs, come gli detto in faccia Calenda, è un bugiardo: o mentiva allora oppure mente adesso.
Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov, Natal’ja Estemirova.
Palazzo di giustizia di Groznyj, 2005.
Oggi nessuno di loro è più in vita. Tutti sono stati uccisi.
🔻 Anna Politkovskaja, giornalista della Novaja Gazeta, è stata assassinata il 7 ottobre 2006, proprio il giorno del compleanno di Putin. Le hanno sparato nell’ascensore di casa sua a Mosca. Scriveva della guerra in Cecenia, delle torture, delle esecuzioni extragiudiziali e della corruzione dei militari russi. La sua voce dava fastidio. Hanno cercato di zittirla — per sempre.
🔻 Stanislav Markelov, avvocato per i diritti umani, è stato ucciso il 19 gennaio 2009 a Mosca con un colpo alla testa in pieno giorno. Difendeva le vittime della guerra in Cecenia e aveva denunciato pubblicamente il rilascio anticipato del colonnello Budanov, condannato per lo stupro e l’omicidio di una ragazza cecena. Anche la giovane giornalista Anastasija Baburova, che era con lui, fu uccisa per aver cercato di proteggerlo.
🔻 Natal’ja Estemirova, attivista per i diritti umani e collega di Politkovskaja, è stata rapita nel 2009 a Groznyj e trovata poche ore dopo nel bosco, crivellata di colpi. Documentava i crimini commessi in Cecenia dal regime di Kadyrov: sparizioni forzate, torture, esecuzioni. L’avevano minacciata, ma non ha mai smesso di parlare. Le hanno tolto la voce con le pallottole.
Questa foto è una reliquia di coraggio.
Ognuno di loro sapeva di rischiare. Nessuno si è fermato.
Ricordiamoli. E diciamolo chiaramente:
in Russia dire la verità può costare la vita.
🚨🪖🇵🇱🇺🇦🇷🇺 Ho ascoltato un discorso monumentale di Donald Tusk. Lasciate da parte i colori politici: non è questo il punto. Non più. Non in questo momento. C'è un primo ministro che parla alla sua nazione con una schiettezza da pelle d'oca. Dice che la Polonia è in guerra, che è importante che i suoi connazionali lo capiscano. La Storia non è finita. La Storia è tornata, davvero. Buona lettura.
"C’è la guerra. Oggi il compito più grande, il compito più importante di tutti i leader dell’opinione pubblica è rendere consapevoli fino in fondo, nel profondo delle menti e dei cuori, l’intera comunità occidentale e l’intera comunità transatlantica che c’è la guerra. Una guerra non voluta, a tratti strana, di un nuovo tipo, ma pur sempre guerra.
Non serve tornare a Tucidide e alla sua, purtroppo, universale e sempre confermata tesi secondo cui la pace è soltanto un incidente tra stati naturali di conflitto e di guerra. Suona pessimista, ma è tremendamente realistico.
Appartengo a quella generazione che è nata e cresciuta dopo la guerra. Tutto era “post-bellico”. Eppure quella guerra era ancora a portata di mano, nei suoi segni, nella memoria di ciò che comporta la guerra.
Quando abbiamo visto le immagini scioccanti di Bucha, le testimonianze di donne violentate, i racconti di massacri di bambini e anziani, mi sono tornate alla mente le parole di mia nonna che raccontava la sua esperienza a Danzica durante la Seconda guerra mondiale.
Quando abbiamo visto Mariupol distrutta, abbiamo visto città polacche. Io non sono così vecchio, ma quando andavo a scuola nella mia Danzica natale, metà del tragitto era ancora tra le rovine della Seconda guerra mondiale.
Sembrava che quel dopoguerra sarebbe stato qualcosa di duraturo. Soprattutto a Danzica, dove nacque Solidarność e dove fu abbattuto il comunismo, sembrava che le ultime conseguenze negative della Seconda guerra mondiale fossero state definitivamente cancellate.
La caduta del comunismo, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la riconquista della libertà da parte della Polonia e degli altri Paesi della regione, quel trionfo dell’Occidente: alcuni proclamarono perfino la “fine della storia”. Sembrava che non solo la mia generazione, ma anche quella dei miei figli e dei miei nipoti avrebbe vissuto in pace.
È meglio che ci sia chiaro: non viviamo nell’illusione.
La pace non è data una volta per tutte.
La pace non è qualcosa di scontato, men che meno in questa parte del mondo. È esattamente il contrario.
(...) Voglio dirlo chiaramente, e voglio che in Polonia i miei connazionali lo sentano con forza: questa guerra è anche la nostra guerra.
Spesso, sia qui a Varsavia sia altrove nel mondo, sentiamo persone dire: “Non è la nostra guerra, non ci riguarda. Che se la sbrighino da soli, non vogliamo pagare, non vogliamo sacrificare né soldi né tempo, e tanto meno la vita dei nostri soldati”.
Ma dobbiamo essere consapevoli che la questione non è se qualcuno ami l’Ucraina o se nella storia abbia avuto buone o cattive esperienze con l’Ucraina. Non è una questione di semplice solidarietà con un Paese aggredito. È una questione di sicurezza e di sopravvivenza dell’intera civiltà occidentale.
Questa è la nostra guerra perché la guerra in Ucraina è solo una parte di un progetto sinistro che ciclicamente riappare nel mondo. Lo scopo di quel progetto politico è sempre lo stesso: come sottomettere i popoli, come togliere la libertà ai singoli individui, come far trionfare autoritarismi e dispotismi, crudeltà e negazione dei diritti umani.
Non elencherò tutti gli attributi di ciò che è oggi proprio del regime di Putin, e non solo in Russia. Ma per questo, che piaccia o meno, questa è la nostra guerra.
Non solo per solidarietà con gli aggrediti, ma per il nostro stesso interesse fondamentale.
Se perderemo questa guerra - e dobbiamo parlarne in prima persona - le conseguenze ricadranno non solo sulla nostra generazione, ma anche su quelle future, in Polonia, in Europa, negli Stati Uniti e ovunque nel mondo.
Non dobbiamo avere illusioni su questo.
Quando dico che questa è la nostra guerra, deve avere anche conseguenze pratiche. La Polonia lo ha capito abbastanza presto, non solo per ragioni geografiche e storiche, ma anche per una valutazione lucida di ciò che è la Russia contemporanea.
Abbiamo capito presto che sulla sicurezza non si può risparmiare, e che la solidarietà e l’unità dell’Unione Europea, della NATO e dell’intera famiglia transatlantica sono condizioni indispensabili non solo per sopravvivere, ma per sconfiggere chi attacca i fondamenti della nostra civiltà.
Lo so: non è un compito semplice. Ma ricordiamoci tutti - non solo qui in Polonia - che bisogna prima di tutto contare su se stessi. Per questo abbiamo deciso di armare la Polonia e di modernizzare il nostro esercito su larga scala, perché sappiamo che dobbiamo contare prima di tutto su noi stessi. Se vogliamo contare sugli alleati, dobbiamo essere un elemento a pieno titolo del Patto Atlantico.
A volte abbiamo l’impressione che nella comunità transatlantica compaiano delle crepe. Traiamone una lezione. Non chiediamoci come mantenere l’unità perfetta o come convincere gli Stati Uniti a un maggiore e duraturo impegno sull’Ucraina. Dimostriamo prima di tutto che noi europei siamo capaci di mobilitare le nostre società, i nostri governi e la nostra comunità a un’azione efficace.
L’America ha il diritto di chiedere un maggiore impegno all’Europa, così come noi abbiamo il diritto di aspettarci dall’America che tratti la comunità transatlantica come una priorità assoluta, come una garanzia della sopravvivenza del nostro mondo. Non si tratta di impartire lezioni reciproche, ma di imparare gli uni dagli altri i propri doveri di fronte a questa guerra - la nostra guerra.
Non è vero, come sostengono in molti, che questa guerra non si possa vincere. Tutto dipende dalle nostre teste, perché i numeri parlano da soli. Se l’Ucraina, pur pagando un prezzo enorme - e sappiamo bene qui in Polonia quanto sia alto quel prezzo - dimostra che non esiste la logica della resa, allora dobbiamo trarne forza.
Se l’Ucraina non si è arresa, se l’Ucraina continua a combattere - e se persino il presidente Trump, con sorpresa di molti, ha detto pubblicamente “Sì, l’Ucraina può vincere questa guerra” - queste parole hanno un peso.
La fede in questa possibilità ha un peso enorme, perché si perde o si vince prima nelle menti e nei cuori, e solo dopo sul campo di battaglia.
Se l’Ucraina riesce a resistere in modo eroico ma anche razionale e pragmatico, perché mai tutta l’Europa e l’intera comunità transatlantica dovrebbero cadere nei complessi di fronte all’aggressore?
Se anche solo per un istante pensassimo che questa guerra l’Occidente debba perderla, saremmo maledetti fino alla fine del mondo.
Sarebbe imperdonabile.
Tutti i dati ci dicono il contrario: guardiamo a noi stessi, all’America, guardiamo a come combatte l’Ucraina. Non c’è alcuna ragione per pensare in termini di capitolazione. Nessuna, se non la debolezza di volontà, il dubbio, la codardia, la mancanza di immaginazione.
Se liberiamo i nostri cuori e le nostre menti da tutto questo, non ci sarà alcun motivo per rinunciare alla solidarietà, alla cooperazione e al sostegno all’Ucraina con ogni mezzo disponibile. Lo ripeto: lo facciamo per noi stessi, non solo per gli ucraini. Lo facciamo per noi, per il nostro futuro.
E oggi abbiamo un altro esempio che dimostra che non serve essere una potenza per vincere. Spero che l’immagine da Varsavia arrivi a Chișinău, alla nostra amica Maia Sandu: la Moldova ha vinto ancora una volta contro una potenza. Conoscete bene la piccolezza del loro esercito, eppure hanno resistito non solo all’occupazione de facto oltre il Dnestr, ma anche a un’aggressione diretta con brutali ingerenze russe nel loro processo elettorale.
Hanno vinto perché nei loro cuori e nelle loro menti avevano la convinzione che non ci si deve arrendere, e perché credevano nella solidarietà, e non sono rimasti delusi dall’Europa.
Per questo la parola “solidarietà”, che in Polonia ha un significato particolare, oggi dovrebbe averlo per tutto l’Occidente. Dobbiamo essere solidali non per sentimentalismo, ma perché solo la solidarietà può garantire la vittoria. Se saremo solidali, come recita lo slogan del nostro incontro di oggi, non perderemo. Sarà l’Ucraina a vincere questa guerra, sarà salva l’indipendenza dell’Ucraina, sarà salva la prospettiva delle nostre future generazioni.
Io ci credo fermamente. Pensateci, parlatene e agite.
Grazie".
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Ti ringrazio.
BREAKING: Trump is effectively pulling back from NATO just as Russia begins violating the sovereignty of NATO nations like Poland, and Estonia.
The Pentagon has just informed European diplomats the US will partially halt military assistance to Baltic nations and NATO states bordering Russia.
KAMALA was RIGHT about EVERYTHING!
@MuccoPisano@Tif0x@Tony65132869403@TheTrooper971@Ltc_Hicks@TheFl0orIsLaVa@MyLordBebo The mutual decisions sends a clear message: countries bordering russia/ belarus are prepared to use anything to protect their citizens. They ratified the convention in early 2000’s.The threat perception has changed fundamentally, the security situation has deteriorated.
Was this the worst NATO Summit ever? “Well, at least it wasn’t a disaster,” a friend said when we discussed the matter. And I had to agree — it could have been much worse. For example, we might not have NATO anymore. But we still do. So, technically, yay.
As usual, a couple of observations from a safe distance - in the so-called Public Forum in the Hague.
1. The 5% target sounds like a big deal. You will hear enough praise out there, so I’ll focus on the problems.
First: nine countries still do not meet the 2% spending target. Spain is declaring that reaching 3.5% in TEN years is not realistic. But it would only require Spain to add roughly 0.18% of GDP every year for ten years to get there.
Belgium is saying there’s truth in what Spain is saying. Plenty of others, I’m pretty sure, are thinking the same - if choosing not to say it aloud.
BUT: since the declaration is confirmed, the question can be raised. If there are such wide disagreements in the alliance, does the text mean anything? Why should doubters act if they know others aren’t going to lift a finger? So therefore it is rather likely,\ that the biggest chunk of new funding will be spent by those who are directly at risk - those on the Eastern Flank.
The core problem here is threat assessment. Many of the allies are oblivious to the existential threat to the Eastern Flank. They are willing to cover over a lack of strategic thinking with a paper-based commitment.
And because of that, NATO may falter at its potentially darkest hour - because we would just not be ready. Lithuania can spend 100% of its GDP but it would still not be enough to cover for those who are not meeting their commitments.
Additionally, the public won’t be able to press governments to do more — paper targets will be announced, and most will pretend that something is being done. Until the moment we’re forced to fight, we may not even know the real situation.
2. Ukraine is falling through the cracks. It was a relief that Ukraine was mentioned in the declaration — but in far more ambiguous terms than before. It feels like the chance we had in 2023 or 2024 has been wasted.
Ukraine could have been invited. Should have been invited.
Now, even the famous “very well lit bridge to NATO” seems like an awkward thing to say between allies. What a waste.
3. Trump. Conflicting announcements about Article 5 made many confused and worried. Is the President of the US implying that the US isn’t sure whether European countries should be defended?Later, that was dispelled and explained. But many remain confused.
On the plus side — if WE are confused, Putin most likely is as well. Strategic ambiguity is in play. So again yay, technically not a disaster.
The real situation will become clear when the US announces the results of its posture review.
If there are changes in troop deployments in Europe — especially along the Eastern Flank — that might be the signal Putin is waiting for.
4. Lastly, I cannot find the words to describe the communication chosen by the Secretary General. I feel I might speak for a significant part of Europeans — it’s tasteless. The wording appears to have been stolen from the adult entertainment industry.
It reduces Europe to the state of a beggar — pitiful before our Transatlantic friends and Eastern opponents alike.
Whatever the goal was — it is disgraceful.
What we are witnessing may be the most reckless gamble of our generation.
If somehow the West manages to deter the Russians, help the Ukrainians, rebuild credibility, and restore order — well, all will be forgotten and forgiven.
But if not, God forbid — all of this: the paper commitments, the gushings of weakness and meekness — will be remembered as one of the most shameful episodes in modern history.
L’impresa è compiuta.
Col cuore.
Con un gruppo pazzesco di ragazze.
Con una Zandalasini che ha segnato il canestro più pesante della sua vita.
Con un supplementare di Lorela Cubaj da esporre al Louvre.
Con coach Capobianco che ha perso 26 anni di vita e probabilmente domani non sarà più tra noi.
L’Italia ha battuto la Turchia e vola in semifinale.
30 anni dopo torniamo tra le prime 4 d’Europa.
Sì le vostre lacrime sono anche le nostre.
#EuropeiTipo @EuroBasketWomen
ITALIA IN SEMIFINALEEEEEE! 💙🏀
Le Azzurre battono la Turchia all'overtime e si prendono un posto tra le migliori quattro d'Europa per la prima volta dopo trent'anni! 🤩🤩🤩
#Italbasket#EuroBasketWomen#Basket