VENEZIA
Il video dell'aggressione fascista a danno di militanti antifa avvenuta sabato scorso in Campo San Bortolo a Venezia.
Pezzi di merda! Rifiuti della società!
הדוקו החדש של יובל אברהם ורחל שור, שחושף בפירוט את המערכות שמאחורי ההרג ההמוני והמחושב של פלסטינים בעזה בידי ישראל במהלך הג׳נוסייד, זכה למחיאות כפיים שנמשכו 25 דקות (!) בפסטיבל ונציה.
היסטורי.
Tu
Tu che hai votato Meloni perché sei un poveraccio e lei ti ha dato i migranti. Dei poveracci più poveracci di te da odiare, per sentirti finalmente qualcuno.
Questo ti ha dato. Non il lavoro, non lo stipendio. Qualcuno da guardare dall’alto. Prima volta nella vita.
Tu che hai votato Meloni per quella fiamma. Gli Almirante, i Rauti, i La Russa, i Rampelli. Ti riporta a un tempo magico che non hai vissuto, dove credi che uno come te comandasse e gli altri stavano zitti. Ma uno come te in quel tempo lì zappava. O moriva a vent’anni sul Don con le scarpe di cartone. Il ricordo che ti hanno venduto non è il tuo. È il loro.
Tu che hai votato Meloni convinto che il nero, oltre alla camicia, fosse quello che potevi fare impunito. E quello per cui ti avevano già pizzicato sanato, perdonato, chiuso lì.
E invece la GdF continua a cercarti.
Adesso conta. Quattro anni.
Guadagni meno. La spesa costa di più e lo sai perché la fai tu, non lei.
I migranti sono ancora lì. Gli sbarchi pure. Li odi ancora, ti sfoghi ancora, domani ce ne saranno altri. Perché servono lì. Non a te. A lei.
Il condono l’hanno preso quelli col commercialista bravo. Tu la cartella ce l’hai ancora nel cassetto.
Quando sei stato male hai pagato. Diciotto mesi di attesa o quattrocento euro, hai scelto quattrocento euro.
Tuo figlio manda curriculum a Monaco di Baviera. Quella che doveva difenderti dai migranti ha fatto emigrare lui.
La tua leader la sfottono in mezza Europa e tu ti incazzi come se stessero sfottendo te. Giusto. Stanno sfottendo anche te.
Lei intanto va a cena con quelli che ti hanno licenziato. Ci va da pari a pari. Tu quel tavolo non lo vedrai mai. Non sei invitato, non sei previsto, non servi. Sei il voto, non l’ospite.
Loro ci hanno contato, sulla tua rabbia. L’hanno misurata, targettizzata, comprata a quattro euro a clic. Hanno pagato gente per scriverti le cose che volevi sentire. Non ti hanno considerato un cittadino. Ti hanno considerato prevedibile.
Prevedibile è la parola. Uno che si accontenta di odiare qualcuno più povero di lui e poi vota buono.
Ora tu, dopo quattro anni. Ora che la tua vita è peggiorata, e già faceva schifo prima. Ora tu la voteresti ancora?
Forse la risposta è sì. Non perché stai meglio. Perché cambiare idea vorrebbe dire ammettere che ti hanno fregato, e quello fa più male della cartella esattoriale.
Però intanto pensaci. Da solo. Che sui social non ti guarda nessuno.
Ausführlich zu Ceuta: Am Donnerstag gelangten 49.000 Menschen aus Marokko nach Ceuta, spanisches 🇪🇸 Staatsgebiet. Die Bilder gingen um die Welt. Menschen schwammen ohne Gepäck oder Proviant nach Ceuta, Massen folgten. Rassisten weltweit reagieren mit regelrechter Panikmache. Gehen wir in 7 Punkten durch, was passiert ist und was dahinter steckt.
1) Ceuta ist nicht Europa 🇪🇺. Ceuta ist eine Enklave Spaniens in Nordafrika, ein Überbleibsel der spanischen Handelsaußenposten und des Kolonialismus. Es ist also niemand nach Europa gekommen. Alles spielte sich in Afrika ab. In Ceuta leben auch überwiegend Marokkanischstämmige.
2) Weltweit wird von Rechten und Rassisten von einer „Invasion“ gesprochen. Die Darstellung wird durch Panikmache künstlich ausgeschlachtet. Die Realität ist weitaus nüchterner und sachlicher. Wer in Ceuta einreist - ob legal oder illegal - ist offiziell noch nicht in die EU eingereist. Ceuta gehört nicht zum Schengen-Raum. Um selbständig von Ceuta aufs spanische Festland zu gelangen, braucht man entweder eine EU-Staatsbürgerschaft, eine gültige Einreiseerlaubnis wie etwa ein gültiges Visum oder einen positiv abgeschlossenen Asylprozess. Spanien und Marokko kündigten bereits am Donnerstag an, alle Ankömmlinge nach Marokko zurückzuführen. Am Freitag wurde mit den Rückführungen begonnen.
3) Der Zeitpunkt ist relevant. Spaniens Premier Pedro Sanchez hat letzte Woche nach vier Jahren erstmals wieder Algerien 🇩🇿 besucht, Marokkos 🇲🇦 Rivalen in der Region. Spanien 🇪🇸 will seine Beziehungen zu Algerien verbessern. Das missfällt mehreren Akteuren. Nicht nur den USA, die Algerien isolieren wollen, sondern auch dem König Marokkos, der Algerien als Hauptfeind marokkanischer Interessen betrachtet. Dass Marokkos Regierung die Migranten selbst zur Grenze gebracht haben könnte, zeigen Videos von Transportern voller Menschen, die unter Aufsicht marokkanischer Polizei in Grenznähe halten. Marokko hat in der Vergangenheit immer wieder Migrationsströme nach Ceuta und Melilla als politisches Druckmittel gegen Spanien eingesetzt, z.B. 2021. Damals hatte Spaniens Regierung den Anführer der Westsahara-Unabhängigkeitsbewegung Polisario, unter falschem Namen aus dem algerischen Exil einfliegen und wegen schwerer Corona-Erkrankung behandeln lassen, ohne Marokko zu informieren. Für Marokko war das eine Provokation, weil es die Polisario als Gegner in der Westsahara-Frage betrachtet und Algerien Marokko ebenfalls als Feind betrachtet.
4) Spanien hat aktuell extrem schlechte Beziehungen zu Israel 🇮🇱 und den USA 🇺🇸, nachdem Spaniens Regierung Israels Genozid in Gaza kritisierte und sich nicht am Angriffskrieg der USA und Israels gegen den Iran beteiligen wollte. Das sind zwei der engsten politischen Partner des marokkanischen Königs. Israels UN-Botschafter Danny Danon reagierte am Freitag mit Häme auf das Geschehen in Ceuta und brachte es in Zusammenhang damit, dass Spanien ständig „Israel Predigten halten” würde. Bereis 2019 rief Yair Netanyahu, der Sohn des israelischen Premierministers, dazu auf, Ceuta aus spanischer Kontrolle zu „befreien”. Auch die US-Regierung übt sich in offener Feindseligkeit gegenüber Spanien. “Sprecht gar nicht erst mit ihnen. Die sind hoffnungslos. Das sind schlechte Menschen”, sagte US-Präsident Trump Anfang Juli. Dass auch Israel und die USA ein Interesse an Problemen für Spanien haben, liegt auf der Hand.
5) Die Emotion der Menschen in Ceuta ist echt. Selbst wenn zunächst einige der Menschen gezielt geschickt worden sein könnten, versuchten im Laufe des Tages Tausende ihr Glück. So viele, dass im gesamten Norden Marokkos Sicherheitskräfte ausrückten, um Jugendliche und junge Erwachsene von der Weiterreise abzuhalten. 49.000 Menschen schafften es laut Zahlen der spanischen Regierung nach Ceuta. So viele waren es noch nie. Es ist kein Geheimnis, dass die Jugend in Marokko kaum eine Zukunft sieht. Es fehlt an Arbeitsplätzen und Perspektiven. Kosten steigen. Für viele war es eine Spontanentscheidung gewesen sein, ohne Mittel den Strandabschnitt entlang nach Ceuta zu schwimmen. Neun Menschen starben beim Versuch. Die spanischen Behörden geben an, die Kontrolle in Ceuta wiederhergestellt zu haben. Vereinzelte Auseinandersetzungen soll es dennoch gegeben haben. In marokkanischen Medien heißt es, kriminelle Organisationen würden Jugendlichen falsche Hoffnungen machen und sie zur Grenze fahren.
Das Geschehen hat somit keine konkreten Folgen. Außer dass weltweit gegen Sanchez, Spanien 🇪🇸, Migranten und Muslime gehetzt wird. Sanchez und Spanien gelten als Kritiker und Gegenmodell zu rechten, israeltreuen Regierungen weltweit wie die USA, Italien und co. Das Netz füllt sich mit Endzeitszenarien, Schreckensdarstellungen und Panikmache. Der reichste Mann der Welt, Elon Musk, ein bekennender Rechter und Unterstützer der US-Regierung 🇺🇸, verglich die Situation mit einer Zombieapokalypse. AfD-Politiker 🇩🇪 schwadronierten von „Angriff”, „Kriegserklärung” oder „Terror”. Stimmen aus der israelischen Regierung 🇮🇱 und ihrer Nähe stellten die Situation als Bestrafung für Spanien dar. Italiens 🇮🇹 rechte Premierministerin Meloni kündigte an, das Schengen-Abkommen mit Spanien zu pausieren. Wie gesagt, Ceuta gehört nicht zum Schengen-Raum. Kurz: Alle scheinen die vorübergehenden Bilder ohne jede Beachtung von Hintergründen für ein Feindbild ausschlachten zu wollen.
Es ist also durchaus deutlich, wessen Interessen aktuell bedient werden. Ob direkt oder indirekt.
La cosa più divertente che ho visto questa settimana è un semianalfabeta di decima generazione che va a mangiare un panino con la porchetta nel parco in cui si sta svolgendo una festa della comunità islamica, col chiaro scopo di provocare. I ragazzi che incontra lo irridono e gli spiegano che in un luogo pubblico può mangiare ciò che vuole, senza problemi. Loro parlano un perfetto italiano, per lui servirebbero i sottotitoli.
Tutti abbiamo sudato su "I Promessi Sposi" a scuola, ma quasi nessuno sa come si è spento davvero l'uomo che ha letteralmente unificato la lingua italiana.
Alessandro Manzoni non è morto semplicemente di vecchiaia o per una romantica malattia dell'Ottocento. Se n'è andato il 22 maggio 1873, a ben 88 anni, per un motivo banalissimo: è caduto, ha battuto pesantemente la testa e il trauma cranico gli ha scatenato una meningite fatale.
La sua vita è stata così incredibilmente lunga da fargli attraversare l'era di Napoleone, la Restaurazione e il Risorgimento. È vissuto abbastanza da vedere l'invenzione della fotografia e farsi immortalare, lasciandoci un'immagine reale di sé oltre ai soliti dipinti.
Dimenticate il ritratto polveroso e statico dei libri di testo. Grazie alle misurazioni del figliastro Stefano Stampa, abbiamo un identikit fisico di una precisione chirurgica:
Statura: Alto per gli standard della sua epoca, misurava esattamente 1 metro e 72 centimetri.
Fisico: Snello ma con spalle larghe e ben piazzate. Tendeva però a tenerle un po' alte verso il capo, dandogli un'inconfondibile aria perennemente rannicchiata.
Viso: Testa grande, fronte altissima (che all'epoca era considerata il segno distintivo dell'intelligenza) e occhi di un colore particolarissimo, tra l'azzurro e il verde.
Il dettaglio iconico: Aveva labbra sottili su cui spiccava sempre un sorriso ironico e affilato, definito dai contemporanei come il sorriso di chi "scherza e non schernisce".
Un gigante assoluto che ha fatto l'Italia a colpi di penna e calamaio.
Sei anni fa si insediava il presidente Zelensky.
Non ricordo altri casi di gente che entra in politica e si rovina la vita per salvare il proprio paese.
In Italia, per esempio, di solito è il contrario.
On one side of the Atlantic, you have a 79-year-old former game show host who believes windmills cause cancer, personally ended a war that hasn’t ended, and that crowd sizes at his inauguration defied the known laws of mathematics.
On the other side, you have a 72-year-old ex-KGB man who has just accused Finland of secretly plotting to invade Russia.
Finland. Famous for saunas, reindeer, and minding their own business since approximately the Bronze Age.
Putin’s reasoning, delivered with the solemn authority of a man who hasn’t slept since 2003, was this: Finland joined NATO because they were waiting. Biding their time. Lurking. Ready to swoop in and grab Russian territory the moment Russia collapsed.
“Swoop in and grab what they could,” he said.
This is a man who sent 200,000 troops across an internationally recognised border, seized territory by force, and has spent four years reducing Ukrainian cities to rubble. Describing someone else as the type who swoops in and grabs what they can.
The psychological term is projection. The clinical term is considerably less polite.
Meanwhile, across the ocean, the other one is imposing tariffs on islands inhabited exclusively by penguins and receiving world leaders at a golf club in Florida as though the White House is simply too far to drive.
Two old men. Two fantasy worlds. Zero connection to observable reality.
The Cold War at least had the decency to be frightening. This is just embarrassing.
When your entire worldview runs on paranoia, grievance, and whatever the Kremlin version of Fox News feeds you at 3am, a fence looks like an invasion. A neighbour looks like a threat. And five million Finns quietly getting on with their lives looks like a geopolitical conspiracy.
Visto che sui giornali la notizia c’è ma certi dettagli passano in sordina, ve li ricordo io. L’assessora di Ferrara finita fuoristrada con un tasso alcolemico di 1,5, il triplo del limite, era della Lega. Sì, proprio la Lega di Salvini. Quella dei manifesti contro chi guida ubriaco, quella del nuovo codice della strada, quella che a parole non perdona nessuno.
Francesca Savini, leghista, assessora con deleghe mica da poco: PNRR, anagrafe, digitalizzazione. Si è dimessa, e ci mancherebbe pure. Denuncia, patente ritirata, auto sequestrata. Tutto regolare, tutto come prevede quella legge che la sua parte politica ha sventolato per anni.
Però c’è un dettaglio che pesa. In macchina, accanto a lei, c’era il sindaco. Alan Fabbri, leghista pure lui. Salito su quell’auto sapendo benissmo, perché a 1,5 non passi inosservato, che chi guidava non era in condizioni di farlo. Non l’ha fermata. Non le ha tolto le chiavi. Niente taxi, niente “guido io”, niente. È salito e via.
La questione morale sta tutta qui. Fai la legge, fai la campagna, riempi le piazze di manifesti, e poi la tua assessora con il sindaco accanto si schianta contro un albero ubriaca fradicia. Per miracolo non hanno ammazzato nessuno. Nemmeno loro stessi.
E adesso il punto vero. Perché la legge non finisce col verbale dei carabinieri. Comincia lì. Vale nei mesi che vengono, quando i riflettori si spengono e la notizia scivola in fondo alla cronache. La patente deve restare ritirata, l’auto confiscata, la denuncia deve arrivare in fondo. Senza scorciatoie. Senza il certificato medico di comodo, senza il ricorso pilotato, senza l’amico di partito che a un certo punto chiama. Perché con questi qua si fa presto: salta fuori il cavillo, si trova la scusa, e dopo sei mesi te la ritrovi al volante come se niente fosse stato.
Duri con gli altri, larghi di manica con i propri. La Lega che pretende il rispetto della legge ma la propria legge poi non la rispetta. È sempre la stessa storia.
Egregio Presidente Buttafuoco,
Le scrivo perché le Sue recenti dichiarazioni sulla Biennale come "giardino di pace" e spazio di "libertà assoluta" meritano un’analisi che vada oltre la vuota suggestione letteraria, della quale lei è senza dubbio un maestro, per essere semmai confrontate con l’imbarazzante situazione nella quale ha fatto sprofondare la prestigiosa istituzione che presiede.
Ci tengo a chiarire che la critica alla riapertura o alla gestione di certi spazi non vuole essere un esercizio di generica censura verso un Paese in guerra. È, al contrario, la denuncia dell’ennesima operazione di influenza culturale da parte di una potenza revisionista ed imperialista che usa proprio l’arte come paravento per colpire valori e principi che sono fuori della portata dei missili e dell’artiglieria. La generica libertà dell’arte non può diventare lo scudo dietro cui si nasconde chi l’arte la piega, la umilia e la trasforma in propaganda di regime.
Il passaggio nel quale afferma poeticamente "Noi non abbracciamo le armi", suona quasi paradossale , visto quanto si è speso per la riapertura di un padiglione guidato dalla figlia di Nikolai Volobuyev, vice presidente di Rostec, il più grande conglomerato dell’industria bellica russa, peraltro socia della figlia del Ministro degli Esteri di Mosca Lavorv, rispettivamente esecutore e mandante del tentativo di sterminio del popolo ucraino.
Il Suo "giardino di pace" purtroppo non potrà mai essere ammirato dalla scrittrice Victoria Amelina, morta nel luglio 2023 a Kramatorsk a seguito di un attacco con missili Iskander, i cui sistemi di guida sono prodotti proprio da Rostec e nemmeno dal ballerino dell'Opera Nazionale Oleksandr Shapoval o dal poeta Yuriy Ruf, uccisi al fronte da armamenti pesanti, ugualmente realizzati da Rostec, così come nessun altro degli altri 350 artisti assassinati dal regime cui lei ha spalancato i cancelli di uno dei più importanti eventi artistici del mondo, nonostante quello stesso regime si sia reso responsabile anche della distruzione di oltre 1.100 luoghi d’arte e di cultura, tra teatri, musei, biblioteche, chiese e monumenti.
Allo stesso modo difficilmente avrà il piacere di incontrare la regista Evgenija Berkovič e la drammaturga Svetlana Petrijčuk entrambe arrestate e processate in Russia per un semplice spettacolo teatrale o gli altri centinaia di attori, cantanti o poeti censurati, arrestati o esiliati, per aver scelto di esercitare proprio quella libertà della quale Lei si erge a paladino, mentre offre legittimazione a chi la nega ad altri.
La pace non è un concetto astratto da evocare per difendere scelte indifendibili, ma un processo che richiede disponibilità ai colloqui, aperture ad un cessate il fuoco o almeno il riconoscimento del diritto dell’altro a preservare i propri confini, le proprie libertà e la propria sovranità. Senza questi presupposti, il Suo "pacifismo" diventa solo una zona franca dove si normalizza la cultura della sopraffazione e le società aperte si consegnano a chi vuole distruggerle.
La Sua pomposa retorica in questo senso non può essere letta come un legittimo esercizio di tutela dell’autonomia della Biennale, ma come un indecente tentativo di camuffare con eleganti artifici dialettici quello che è a tutti gli effetti un osceno e deliberato atto di complicità. Con il risultato che oggi Lei sta vergognosamente tradendo la sua missione, che è quella di servire un’istituzione che appartiene a noi tutti, non certo di servirsene per rincorrere la Sua distopica visione del mondo.
Presidente, l’audacia che Lei chiede agli artisti, manipolando peraltro volgarmente le sagge parole del nostro Presidente della Repubblica, dovrebbe appartenere innanzitutto a chi guida le istituzioni: l'audacia di distinguere tra un dialogo culturale e un'operazione di propaganda travestita da estetica. L’audacia di difendere la sua indipendenza, non già da chi la richiama al rispetto dei valori di libertà, giustizia, autodeterminazione, ma semmai da chi questi principi ha provato a seppellirli nelle fosse comuni a Bucha o sotto le macerie del Teatro di Mariupol.
Se proprio vuole che la Sua firma appaia su un documento che il mondo libero possa veramente apprezzare, la apponga su una lettera di scuse verso gli artisti uccisi, arrestati, silenziati o esiliati che, con la sua compiacenza verso il regime russo, ha maldestramente offeso, e magari anche di dimissioni da un’istituzione che non può veder sprofondare 130 anni di storia nella densa melma del collaborazionismo.
@giuliocavalli La narrazione delle gite al ranch di Cipriani, le donazioni e l'impegno benefico è stata utilizzata per sostenere il cambiamento di vita nella richiesta di grazia, ma da richieste di chiarimento all’INAU emergono elementi che non confermano questa versione https://t.co/FuJDGM32cM
NORDIO, IL TIMBRATORE. UNA GRAZIA COSTRUITA SU UN BAMBINO CHE NON ERA ABBANDONATO E UNA MADRE CHE È SCOMPARSA
Il 14 aprile 2026, in Uruguay, le autorità diramano un avviso nazionale di rintraccio. Si chiama María de los Ángeles González Colinet, ha 29 anni, è la madre biologica di un bambino. Quattro giorni prima, in Italia, Il Fatto Quotidiano ha cominciato a fare domande su una grazia firmata a febbraio dal Presidente della Repubblica.
La grazia è quella concessa a Nicole Minetti il 18 febbraio 2026. Tre anni e undici mesi cancellati. Favoreggiamento della prostituzione, caso Ruby. Peculato, Rimborsopoli. La motivazione, umanitaria: un bambino “abbandonato alla nascita”, gravemente malato, che ha bisogno di cure all’estero e della presenza costante della madre adottiva.
Ecco come funziona la grazia in Italia, in cinque righe. Il ministro della Giustizia istruisce, verifica le carte, propone. Il Capo dello Stato firma. Il Quirinale non ha strumenti di indagine, non può controllare se i documenti sono veri. Si fida del ministro. La sentenza della Corte Costituzionale 200 del 2006 lo dice chiaramente: l’istruttoria è competenza esclusiva del Guardasigilli.
Ora leggete cosa risulta dall’inchiesta di Thomas Mackinson sul Fatto, sulla base degli atti del Tribunale di Maldonado e delle smentite degli ospedali italiani.
Il bambino non era abbandonato. Aveva, e ha, due genitori biologici vivi e identificati, contro i quali Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani hanno intentato una causa per ottenere la perdita della patria potestà, vinta soltanto il 15 febbraio 2023. I due ospedali italiani citati nell’istanza, San Raffaele di Milano e Ospedale di Padova, che secondo gli avvocati avrebbero dato “parere contrario” all’operazione poi eseguita a Boston, smentiscono in modo categorico: i primari Mortini, Denaro e Iacoangeli dichiarano di non aver mai visto il bambino, il cui nome non risulta nei loro archivi. Il compagno Cipriani, descritto nell’istanza come mecenate “lontano da contesti di devianza”, risulta nei documenti americani in rapporti d’affari con Jeffrey Epstein.
Questo è il quadro che il ministero della Giustizia ha trasmesso al Quirinale per ottenere la firma di Mattarella.
Oggi, 27 aprile 2026, il Colle scrive a Nordio. Una lettera di tre righe che, lette nel registro feltrato delle istituzioni, equivalgono a un terremoto. Mattarella chiede di acquisire “con cortese urgenza” informazioni sulla “supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza”. Mai, nella storia repubblicana, il Quirinale aveva chiesto formalmente al Guardasigilli di verificare la veridicità di una grazia già concessa.
La questione, a questo punto, è di una semplicità brutale. O Nordio sapeva che le carte non stavano in piedi, e ha trasmesso lo stesso. Oppure non ha verificato niente, e ha firmato la proposta come si firma una circolare, fidandosi di quello che gli avvocati di parte avevano scritto. Non c’è una terza ipotesi che lo salvi.
Nel primo caso, il problema è penale prima ancora che politico, e la Procura competente dovrà valutare profili di falso ideologico in atto pubblico a carico di chi ha redatto l’istruttoria, e di eventuale concorso a carico di chi quell’istruttoria ha trasmesso al Quirinale. Nel secondo caso, il problema è l’inadeguatezza totale di un ministro che ha trattato la firma del Capo dello Stato come un timbro automatico.
La cosa più grottesca è il silenzio del centrodestra. Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia. Tre partiti che da quattro anni ci ammorbano con la certezza della pena, la galera, il rigore, la tolleranza zero. Tre partiti che hanno riformato il codice, separato le carriere dei magistrati, depenalizzato l’abuso d’ufficio (sempre Nordio, sempre lui). E ora, di fronte a una grazia data a una protagonista delle cene eleganti di Arcore, sulla base di un’istruttoria che il Quirinale stesso definisce “supposta falsità”, non una parola. Zero. Il garantismo a corrente alternata non è un’eccezione di questo governo. È il suo metodo.
Le conseguenze devono essere tre. Nordio si dimette. Stasera, non fra una settimana. Ogni ora in più al Ministero della Giustizia è un’ora in più di scandalo per le istituzioni. La Procura competente apre un fascicolo e fa il suo lavoro, fino in fondo, senza riguardi. Il Parlamento convoca Nordio per un’audizione vera, con i documenti sul tavolo, non per un question time da tre minuti.
Meloni a questo punto sceglie. Difende il ministro fino all’ultimo respiro come fa sempre, oppure capisce che qui il prezzo lo paga lei. Perché sopra a quelle carte c’è la firma del Presidente della Repubblica.
E intanto, in Uruguay, la madre biologica di un bambino è scomparsa il 14 aprile. La sua avvocata era già morta carbonizzata insieme al marito, anche lui avvocato, il 15 giugno 2024. C’è un’indagine per duplice omicidio.
E a Roma, nel silenzio dei palazzi, il ministro della Giustizia firmava.
La sceneggiata del Washington Hilton
Proviamo a ragionare. Mettiamoci nei panni di Donald Trump qualche giorno fa, quando i suoi consiglieri gli hanno messo davanti il calendario. 25 aprile, sabato, Washington Hilton, cena della White House Correspondents’ Association. L’evento più simbolico del rapporto fra presidenza americana e stampa libera. Una tradizione che dura dal 1921 e che lui, durante il primo mandato, aveva sempre boicottato.
Stavolta no. A marzo aveva annunciato che ci sarebbe andato. Prima volta da presidente. Poi è cominciato il problema. Quasi 500 giornalisti in pensione hanno firmato una petizione che chiedeva all’associazione di “dimostrare con forza l’opposizione agli sforzi di Trump di calpestare la libertà di stampa”. Dan Rather, Jim Acosta, una coalizione di organizzazioni del giornalismo. Tutti pronti a trasformare la cena in un processo pubblico. Niente comico quest’anno, hanno scelto un mentalista, Oz Pearlman, proprio per evitare il rischio di un monologo che facesse a pezzi il presidente in mondovisione su CNN e C-SPAN. Il problema vero erano i premi. Il Wall Street Journal, lo stesso giornale che Trump ha querelato per la storia della lettera di compleanno a Epstein, doveva ricevere il Katharine Graham Award. Davanti a lui. Sul palco. Causa archiviata da un giudice poche settimane fa, peraltro.
Mettetevi nei suoi panni. Non puoi non andare, perché dopo aver annunciato la presenza un dietrofront sarebbe stato letto come fuga. Andare significava starsene seduto mentre la sala applaudiva il giornale che ha pubblicato la sua firma sulla letterina a un pedofilo. Significava sopportare le ovazioni alla First Amendment proprio mentre il suo Dipartimento di Giustizia processa Don Lemon e Georgia Fort, l’FBI ha perquisito casa di una giornalista del Washington Post, Voice of America è stata smantellata, PBS e NPR definanziate, l’AP cacciata dagli eventi presidenziali per la storia del Golfo del Messico. Tutto questo lì, davanti, in diretta.
Una mattanza politica. Un disastro. Che si fa.
Si fa che, verso le nove di sera del 25 aprile, guarda un po’, un uomo di trentuno anni, Cole Allen, di Torrance, California, si presenta al checkpoint del Washington Hilton “armato di multiple armi”. Multiple. Plurale. Eppure il magnetometro, evidentemente distratto, lo lascia passare. Carica, spara, viene “abbattuto” dal Secret Service. Un agente colpito al petto, salvato dal giubbotto. “Il giubbotto ha fatto il suo lavoro”, dice Trump poco dopo dalla Casa Bianca, in conferenza stampa, con quel sorrisetto del bambino che ha appena rotto il vaso e sa che gliela faranno passare liscia. Il presidente è stato evacuato. La cena sospesa. I premi mai consegnati. Il discorso del Wall Street Journal mai pronunciato. Il mentalista mai salito sul palco. Una sfortuna nera, davvero.
Trump dirà di aver “combattuto come un leone” per restare. Naturalmente. Posterà su Truth Social le foto del presunto attentatore steso a terra, e il video di sorveglianza dell’episodio. Tutto già pronto, tutto già montato, in tempi che neanche la regia di un reality. Definirà l’uomo “lupo solitario”, che è la formula magica che si usa quando non si vuole indagare oltre. Modi, Takaichi, Sheinbaum manderanno messaggi di condanna e sollievo. Il vicedirettore del Secret Service Quinn parlerà di “vile attentato a una tragedia nazionale”. Tutti parleranno per giorni del coraggio del presidente, della violenza politica contro Trump, del terzo attentato dopo Butler e West Palm Beach. Nessuno parlerà del premio al Wall Street Journal. Nessuno parlerà della petizione dei 500 giornalisti. Nessuno parlerà di Epstein.
Funziona. Funziona benissimo.
Strano, no. Strano questo tempismo. Strana questa coincidenza per cui un attentatore decide di colpire proprio nella sera in cui Trump aveva tutto da perdere e niente da guadagnare a presentarsi. Strano questo magnetometro che lascia passare un uomo “armato di multiple armi”, in uno degli eventi più sorvegliati dell’anno, dove ci sono presidente, vicepresidente, gabinetto, speaker della Camera, mezza Washington. Strano questo agente colpito al petto che però sta benissimo. Strano che l’attentatore sia vivo, in custodia, ferito ma vivo, pronto a essere processato lunedì da Jeanine Pirro, già giudice, già conduttrice Fox News, oggi procuratrice federale del Distretto di Columbia per nomina trumpiana. Una garanzia di terzietà.
Sia chiaro. Nessuno sta dicendo che Trump abbia organizzato un finto attentato. Per carità. Si dice solo che, se uno volesse organizzare un finto attentato per uscire da una serata politicamente catastrofica trasformandosi nella vittima invece che nell’imputato, otterrebbe esattamente quello che è successo ieri sera al Washington Hilton. Esattamente. Stessa scena, stesso copione, stesso epilogo. Con un giubbotto antiproiettile che fa il suo lavoro, naturalmente. Sempre.
Però magari è solo una coincidenza. Magari Cole Allen è davvero un lupo solitario uscito dal nulla proprio quella sera, proprio in quel posto, proprio al checkpoint, proprio mentre il presidente stava per essere umiliato in diretta nazionale, proprio con armi multiple, proprio davanti agli unici agenti del Secret Service che riescono a sparare senza uccidere il bersaglio. Magari. Tutto può essere.
E poi, diciamocelo, perché mai Donald Trump dovrebbe inscenare un attentato. Lui che ha sempre avuto un rapporto così schietto con la verità. Lui che non ha mai sfruttato un’immagine, mai gonfiato un numero, mai inventato un nemico. Lui che a Butler, sangue sull’orecchio e pugno alzato, fece quella foto perfetta in due secondi, tre quarti di profilo, bandiera dietro, fotografo posizionato giusto. Improvvisazione pura. Genio del momento. Mai una regia, mai un calcolo. Un uomo semplice.
Quindi sì, certamente. Attentato vero. Cole Allen lupo solitario. Magnetometro distratto. Giubbotto miracoloso. Procuratrice imparziale. Tempismo casuale. Tutto perfettamente normale.
Continuate pure ad applaudire. Ha funzionato anche stavolta.
Valditara e la resa dei Promessi Sposi
Spostare i Promessi Sposi dal biennio al triennio delle superiori non è una riforma, è una capitolazione. La presenta come modernizzazione, come adeguamento ai tempi, come rispetto dei ritmi di apprendimento dei ragazzi. In realtà è l’ammissione che la scuola italiana, sotto questo governo, ha smesso di credere nei propri studenti.
Il biennio è esattamente l’età in cui un adolescente va messo davanti a un testo che resiste. Quindici anni sono l’età giusta per imparare che la letteratura non si consuma, si attraversa. I nostri nonni leggevano Manzoni a tredici anni e non erano geni, erano ragazzi a cui veniva chiesto qualcosa. Oggi Valditara decide che a quindici anni non si può più, che bisogna aspettare i diciassette, che prima serve un percorso di avvicinamento, che il testo è troppo denso, la lingua troppo lontana, le pagine troppe. Ogni volta che si abbassa l’asticella si abbassano anche i ragazzi, non il contrario.
C’è poi una questione pedagogica che il ministro finge di non vedere, o forse non vede davvero. I Promessi Sposi non sono un romanzo ottocentesco da collocare in sequenza cronologica dopo Dante e Petrarca. Sono la prima vera palestra di cittadinanza che la scuola italiana offre ai suoi studenti. La peste che arriva e nessuno vuole riconoscerla. I potenti che piegano la legge ai propri interessi. La giustizia che non arriva mai per chi non ha voce. Le folle manipolate che cercano un untore qualunque su cui scaricare la rabbia. Don Abbondio che si tira indietro perché “il coraggio, uno, non se lo può dare”. Questa roba, a quindici anni, ti entra dentro e ti ci resta per la vita. Al triennio arriva tardi, quando i ragazzi hanno già deciso che la letteratura è una cosa che non li riguarda, che appartiene ai professori e agli esami.
Il sospetto, neanche troppo nascosto, è che il problema non sia pedagogico ma politico. I Promessi Sposi sono un libro scomodo per chi governa oggi. Raccontano un’Italia in cui il potere è sempre dalla parte dei don Rodrigo, in cui la Chiesa si divide tra chi sta con gli ultimi e chi benedice i prepotenti, in cui la peste diventa pretesto per sospendere ogni garanzia, in cui i tribunali non funzionano e la giustizia la si cerca altrove. Spostarlo al triennio significa ridurne il peso formativo, farlo diventare un testo da esame di maturità e non un testo che forma lo sguardo sul mondo.
La verità, spiacevole, è questa: una classe dirigente che non legge tende a credere che anche gli altri debbano leggere poco. Si governa come si è stati educati, e l’impressione che diano molti dei nostri ministri, Valditara in testa, è quella di persone che con la cultura hanno un rapporto strumentale, quando va bene, ostile, quando va male. La scuola diventa così il riflesso delle loro carenze, non il rimedio a quelle dei ragazzi.
Toccare Manzoni è facile, fa titolo, non costa nulla. Rimettere in piedi una scuola pubblica capace di chiedere molto e dare molto, quello sì che sarebbe una riforma. Ma richiederebbe una classe politica all’altezza dei libri che dovrebbe far leggere, e qui torniamo al punto di partenza.
I ragazzi italiani meriterebbero Manzoni a quindici anni. E meriterebbero ministri che l’hanno letto davvero.
La risposta del vicedirettore de L'Espresso Enrico Bellavia all'ambasciatore istaeliano Peled.
"La scorsa copertina de L’Espresso sugli abusi dei coloni in Cisgiordania che l’ambasciatore 🇮🇱 Peled ha improvvidamente «condannato», insegna alcune cose. Innanzitutto, a noi che abbiamo molto da imparare. Anche da quello che facciamo.
Senza il ghigno beffardo del colono che irride alla donna palestinese, colto dall’obiettivo esperto di Pietro Masturzo quel racconto, intriso di sradicamento, violenza, sangue non avrebbe avuto la stessa forza. Perché dice di una pulizia etnica che punta a coltivare le spinte espansionistiche del Grande Israele.
E non ha nulla a che vedere con LA SICUREZZA nazionale. Non obbedisce a logiche, sia pure distorte o funzionali, di contrasto a minacce terroristiche.
È un’operazione di conquista condotta da civili, liberamente armati, spalleggiati dall’esercito 🇮🇱 . Un’annessione né lenta né silenziosa, in spregio al diritto, sotto gli occhi del mondo. In quella foto che ha fatto il giro del mondo c’è la sintesi e il grado zero del sopruso: lo scherno. Più di un corpo martoriato, stabilisce senza lambiccamenti il torto e la ragione. Documenta un surplus di prevaricazione nella sproporzione tra un maschio armato e una donna inerme, cacciata dal suolo che ha calpestato.
L’immagine su carta ha il privilegio di fissare l’istante e consegnarlo alla memoria. Duratura e non volatile, per quanto evocabile on demand in ogni istante, come nel mondo digitale. Ha il merito di aderire istantaneamente al nostro immaginario, di entrare nell’archivio del vissuto collettivo. Non richiede altro per essere richiamata. Non presuppone una ricerca, ma la nostra intelligenza. Naturale. Il web la veicola e la porta dove il settimanale non arriva. Oltre a conservarla per tutti.
Una straordinaria fotografia non basta, senza il lavoro rigoroso sul contesto. Se l’ambasciatore si fosse preso la briga di controllare – era in chiaro, sfogliando il settimanale dalla seconda pagina – si sarebbe evitato un infortunio e un corto circuito. L’infortunio di sollevare semplici sospetti «manipolatori» sull’immagine. Il corto circuito di impartire lezioni sull’uso della «responsabilità» e della «correttezza» che gli si sono ritorte contro da parte di chi non si è fermato alle figure, ma si è concesso l’ormai raro scrupolo di leggere.
La copertina è parte di un foto-racconto, corredato di una serie di minuziose informazioni raccolte sul campo da chi quella Cisgiordania la testimonia da anni. Non bastasse, Alae Al Said ha riscontrato ogni dettaglio, aggiungendovi la propria conoscenza di quella realtà. La partigianeria sui fatti non è mai un buon viatico per approcciarli o confutarli. Sedicenti esperti, sulla scia dell’ambasciatore, si sono spinti a sostenere che l’immagine fosse generata dall’Ia. Bastava documentarsi. Per gli scettici, esiste una versione video di quel lavoro e il New York Times ha pubblicato un reportage realizzato in quegli stessi frangenti. Nel quale, peraltro, è immortalato il medesimo colono.
Non siamo noi a promuovere «stereotipi e odio». Contro neonazisti e neofascisti, contro gli antisemiti, siamo dove siamo sempre stati. In quello stesso posto dove i TERRORISTI non sono un’etnia, come i CRIMINALI non sono un popolo. Il GENOCIDIO si chiama con quel nome. E non si fanno sconti a chi nasconde o mistifica la realtà. Neppure in nome della Storia".
Too on point not to share, “Aussie reply to Trump rant about NATO not being there for us.
Mate. You run a country with 600,000 homeless people sleeping on the street tonight. A country where 40% of adults can't cover a $400 emergency without borrowing money. A country where insulin costs more than a car payment and people are rationing it to survive. A country where medical debt is the number 1 cause of bankruptcy. A country where women are dying in hospital car parks because doctors are too scared of abortion laws to treat a miscarriage.
You lock up more of your own citizens than any nation on earth. More than China. More than Russia. More than North Korea. The land of the free has 2 million people in cages, and a quarter of them haven't even been convicted of anything. They're just too poor to make bail.
Your life expectancy is going backwards. You're the only developed nation where that's happening. Your infant mortality rate is worse than Cuba's. Your kids do active shooter drills between maths and English while you sell the gunmaker's stock to your mates.
Your minimum wage hasn't moved in 15 years. You've got teachers working 2 jobs and veterans sleeping under bridges and you just spent a trillion dollars flattening a country that didn't attack you.
And you’ve got a convicted felon, adjudicating raping, paedophile protecting, porn star shagging insurrectionist running the biggest dumpster fire war campaign since the Taliban thanked you very much for losing again.
And you're calling Greenland poorly run?
Greenland has universal healthcare. Free education. One of the lowest incarceration rates in the world. Nobody goes bankrupt there because they got sick. Nobody dies in a waiting room because their insurance said no.
"NATO wasn't there when we needed them." When exactly was that, champ? September 11? Because NATO invoked Article 5 for the first and only time in history FOR YOU. Soldiers from dozens of countries deployed, fought, bled, and died in Afghanistan FOR YOU. Australia wasn't even in NATO and we still showed up. For 20 years.
And you pulled out at 2am without telling anyone and left them to deal with the mess.
So maybe before you start calling other countries poorly run, have a look at your own backyard, you spray-tanned aluminium siding salesman. The only thing poorly run in this picture is your fucking mouth. Credit (borrowed from) Jim Scroggins - original author 📷 unknown”
L’esercito più morale del mondo dice un ricercato dalla corte penale internazionale delle forze armate che hanno commesso un genocidio e innumerevoli crimini di guerra.
Di fronte all’esercizio della realtà parallela (propaganda) questa volta contro la Spagna, l’Europa cosa fa?
Israel is the first state in history to legislate a death sentence that applies only to one ethnic group.
There's a reason nobody has ever done this.
It's a depth of evil beyond humanity itself.
È stata lanciata sulla piattaforma della Commissione Europea una raccolta firme per chiedere la sospensione dell’accordo di associazione tra Unione Europea e Israele. L’obiettivo è arrivare a un milione di adesioni tramite il seguente link:
https://t.co/pJpNupyr93
FIRMATE E FATE GIRARE