Uno dei più grandi problemi della pallacanestro italiana è la madre di Doncic che 26 anni fa decise di partorire a Lubiana anzichè farsi appena 88 km per partorire in uno dei bellissimi e accoglienti ospedali di Trieste.
#EuropeiTipo
Domenica mattina, hai già fatto il programma per il pomeriggio: giro in scooter in centro con gli amici, poi aperitivo al solito baretto con un occhio al cellulare per seguire la partita al Forum.
Ma Melli deve stare a riposo.
"Sei nei dodici".
Di colpo capisci che quelle tre parole sono infinitamente più belle di "ti amo tanto".
È la prima convocazione in Serie A della tua vita.
17 anni ancora da compiere, 2 metri e 15 di altezza, ma la Serie A ti sembra l'Everest.
Cambi sette paia di mutande nel pomeriggio a causa dell'agitazione.
Vai al Forum, non ti sembra vero.
Inizia il match contro Sassari.
Sai già che farai 40 minuti di panca a sventolare asciugamani, ma non te ne frega niente perchè hai una paresi facciale che non ti permette di smettere di sorridere.
Manca 1 minuto e 43 alla fine, Olimpia a +20.
Messina si gira verso di te e ti dice di entrare.
Se ne va anche l'ottavo paio di mutande.
Entri in campo.
Sei più agitato del direttore marketing di un'azienda che un anno fa ha coinvolto la Ferragni per beneficenza.
Mancano 6 secondi alla fine, palla a Mirotic che ti cerca con lo sguardo.
Passaggio lungo.
È indirizzato a te.
È il tuo momento.
Ricevi, salti e tiri.
Manco guardi dove, ma tiri.
Canestro.
Il primo canestro della tua vita in Serie A.
Mirotic ti travolge.
I tuoi amici in tribuna piangono.
Tuo padre è svenuto.
La domenica di Jannik Sinner è stata incredibile, ma quella di Luigi Suigo non è che abbia fatto poi così schifo eh.
(📸 Ciamillo-Castoria)
"Vi racconto una storia. Sono una ex dottoressa di un ospedale pediatrico di Phoenix. Quando vivevamo lì, spesso la mia strada e quella di mio marito Tom (ex responsabile marketing dei Phoenix Suns) si incrociavano nei rispettivi lavori. Un cardiologo pediatrico con il quale lavoravo mi chiese se Tom potesse procurare una qualsiasi cosa autografata da qualcuno dei Lakers per un piccolo paziente terminale di 5 anni, che si chiamava Kobe. Veniva da una di quelle riserve di nativi americani dove il basket è una religione. Chiamai Tom per fargli questa richiesta, immaginando che sarebbe stato praticamente impossibile riuscire a ottenere qualcosa. I Lakers sarebbero venuti a giocare contro i Suns quella settimana.
Il giorno dopo Tom mi telefonò e mi disse: “Lo farà!”.
Io ero emozionata e immaginavo che sarei riuscita a portare una palla o qualcos’altro al lavoro.
Tom mi rispose: “No, ha letto il tuo messaggio e vuole venire di persona e incontrare il bambino”.
Ero scioccata!
Quindi il giorno successivo, grazie all’aiuto della famiglia Colangelo, una limousine portò Kobe Bryant fino al mio ufficio. In una coltre di segretezza – né la security ne i PR erano stati informati (ho passato un po’ di casini per questo ma ne è valsa la pena!) – tutti e tre salimmo da una scala sul retro fino alla stanza di questo bambino nel reparto cardiaco di terapia intensiva. Per quasi un’ora giocarono con una palla da basket, passandosela e ripassandosela, con il piccolo Kobe che rideva e la sua dolce mamma che sorrideva. Vennero consegnati diversi gadget autografati e furono scattate parecchie foto. Le macchine che lo tenevano vivo suonavano, ronzavano e squillavano e il suo dottore aveva un sorriso che andava da un orecchio all’altro, mentre Tom ed io assistevamo nervosamente a questa incredibile scena che accadeva davanti ai nostri occhi.
Quando tornammo alla limousine, Kobe si girò verso di me e mi chiese: “Kristen, posso fare qualcosa per aiutarlo? È un problema di soldi? Perché mi posso prendere cura io di tutto quanto.” Purtroppo non lo era: il piccolo aveva un difetto al cuore ed era troppo malato per ricevere un trapianto. Ero scioccata. Non solo per la sua generosa offerta, ma anche per la dolcezza e il calore che aveva dimostrato.
Il piccolo Kobe morì la settimana successiva.
Circa tre settimane più tardi, ricevetti una lettera dalla madre del bimbo in cui mi descriveva l'importanza di quei momenti. Mi disse che erano stati i momenti più felici dell’intera vita di suo figlio. Quelle foto erano le uniche foto che le erano rimaste in cui lui sorrideva. Stando a sentire i responsabili delle PR di Kobe Bryant, faceva cose del genere ovunque andasse, ma il patto era di non renderle pubbliche. Da quel giorno in poi è diventato il mio eroe, e ogni volta che qualcuno mi diceva che non apprezzava Kobe Bryant, io gli rispondevo "lasciami raccontare una storia…”.
Possa la luce eterna di Dio illuminare per sempre la tua anima, Kobe."
Kristen O'Connor