Eredità Agnelli. John Elkann farà i servizi sociali dai salesiani in qualità di docente: formerà insegnanti, operatori sociali e studenti istruendoli su come ci si comporta nella vita
Denunciato dalla madre Margherita con l'accusa di averle sottratto l'eredità di famiglia, Elkann ha già pagato all'Agenzia delle Entrate 183 milioni per mettersi in regola col Fisco italiano e ora deve evitare il processo penale con conseguente pena quasi certa che gli verrebbe inflitta (e che non può permettersi di subire). In questo video, sconsigliabile ai deboli di stomaco, Gigi Moncalvo ci racconta tutto
AVVISO IMPORTANTE: queste non sono le Cronache di Narnia, sono le cronache, con la c minuscola, del Belpaese oggi, anno di (dis)grazia 2025. In questo video di “Visione TV” che consiglio a tutti di vedere e ascoltare, Gigi Moncalvo ci parla dell’assegnazione di John Elkann ai servizi sociali, pena suppletiva richiesta dallo stesso Elkann, denunciato dalla madre Margherita e indagato nell’inchiesta sull’eredità Agnelli che John, Ginevra e Lapo avrebbero trafugato alla madre con l’inganno, al fine di evitare di sottoporsi all’altrimenti inevitabile processo penale e all’altrettanto inevitabile - da quel che finora è emerso- sanzione di carattere, appunto, penale. Elkann svolgerà i servizi socialmente utili presso i Salesiani di Don Bosco e sarà il tutor - cioè il docente - di operatori, corpo insegnante e studenti cui insegnerà evidentemente i buoni princìpi di vita nel solo del buon cristiano, ma del buon cittadino. John Elkann, per l’appunto.
Per la cronaca, e per chi non ne fosse al corrente, JohnElkann ha già provveduto a pagare 183 milioni all’Agenzia delle Entrate per sanare anticipatamente il contenzioso con il Fisco italiano. Detto questo, tenetevi forte e buon ascolto.
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A giugno negli Stati Uniti è stata uccisa insieme a suo marito una deputata democratica, Melissa Hortman, che si batteva per il diritto all’aborto. L’assassino si scagliava contro aborto e comunità Lgbt+. Non ricordo in quel caso dichiarazioni di Meloni contro il clima d’odio.🤷🏼♂️
Avevano nascosto “Una massa ereditaria pari a un miliardo di euro”: adesso gli Elkann patteggiano con il fisco 183 milioni di euro da pagare sull’unghia, e offrono come pegno di redenzione dieci mesi di servizi sociali del rampollo sfasciacarrozze dell’auto, Jhon Elkann. Il titolo meraviglioso per nascondere il tutto è: “I Pm accettano l’accordo, sí della procura al piano Elkann”. E subito dopo. Gli avvocati della famiglia: “estinto il reato”. Estinto? Un meraviglioso patteggiamento mimetico, “en camouflage”. In realtà oggi bisognerebbe scrivere una sola cosa, questa. La procura ha dimostrato che Marella aveva ragione: i figli hanno mentito alla madre, che li ha trascinati in tribunale, e avevano provato a nascondere (a lei e allo Stato) l’eredità della nonna e di suo marito, l’avvocato Gianni Agnelli.
Un degno epilogo per i tre eredi esangui che hanno smantellato l’industria dell’auto in Italia.
#agnelli
È fantastico quanto il pubblico sia sensibile e indignato per un adulto che ruba un cappellino o una pallina da baseball a un bambino e contemporaneamente apatico e disinteressato di fronte a un governo che ruba la vita a decine di migliaia di loro.
Fantastico.
Autogrill, dove un panino costa quanto un aperitivo e dove un litro d’acqua costa più di un litro di benzina .
🚨 Autogrill: la sosta in gioielleria 🚨
Un panino al salame: 8,50€
Un caffè: 1,60€
Un’insalata col tonno: 18 €
Un litro di coca cola: 8 €
Due energy drink: 16 €
Una bottiglietta d’acqua: 2,20€
Sì, avete letto bene.
L’acqua al litro costa più della benzina. Il panino, con ingredienti da supermercato, ha un prezzo da ristorante stellato. Un’insalata che neanche da Craco.
E no, non è colpa dell’inflazione: è semplicemente sfruttare il fatto che sei in viaggio e non hai alternative. Un altro #farwest italiano
📢 Cari gestori, non è una questione di soldi . È una questione di rispetto.
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#FARWEST #caroprezzi #estate2025 #autogrill #viaggi #autostrada #prezzifolli
La vergogna senza fine del Torino di Cairo: un'altra indecorosa stagione, un povero allenatore dato in pasto alla folla e la storia del club e la passione dei tifosi ancora una volta calpestati
Urbano Cairo è al comando del club granata da 19 stagioni: come De Laurentiis che a Napoli partendo dalla C è arrivato però a vincere 2 scudetti e a rendere il suo club una potenza. Il Torino invece per la tirchieria e la sciatteria del suo proprietario è sprofondato in un buco nero di mediocrità e anonimato che offendono non solo la storia, ma la leggenda del Grande Torino
Iezzo; Grava, Maldonado, Romito, Giubilato; Capparella, Amodio, Montervino, Bogliacino; Calaiò (Pià), Sosa.
Domanda: di che formazione si tratta? A meno che non siate tifosi, anzi supertifosi del club in questione, dare una risposta non è facile. Ma vi tolgo subito dall’impaccio: si tratta della formazione-tipo del Napoli che acquistato da Aurelio De Laurentiis e allenato da Reja ottenne la promozione dalla C alla B. Correva l’anno, anzi la stagione 2005-06, la stessa in cui Urbano Cairo divenne proprietario e presidente del Torino Calcio. Unica differenza: De Laurentiis parte nella sua avventura col Napoli dalla Serie C, Cairo parte col Torino dalla Serie B.
Vi chiederete: perchè questo strano amarcord che ci riporta indietro di vent’anni? E perchè questo accostamento tra due grandi imprenditori che a un certo punto della loro vita decidono di scendere in campo e diventare proprietari e presidenti di due gloriosi club di calcio? La risposta è semplice: come direbbe “La Settimana Enigmistica” nella sua storica rubrica “Aguzzate la vista” (“Queste due vignette si differenziano per 20 piccoli particolari. Quali?”), vi mostrerò ora due quadri apparentemente simili di due grandi club carichi di scudetti, di due grandi imprenditori che quasi all’unisono li acquistano e li guidano per un ventennio, e vi chiederò alla fine di dirmi quali differenze trovate. Dopodiché aggiungerò qualche mia ulteriore, personale considerazione.
DE LAURENTIIS. Nel 2005-06 il Napoli di De Laurentiis è in Serie C. Vince il campionato, viene promosso in B e subito dopo in A; dove inizia a giocare a partire dalla stagione 2007-08. Diciotto stagioni in cui il club vince 6 trofei: 2 scudetti, 3 Coppe Italia, 1 Supercoppa italiana. Al termine del suo terzo campionato (2009-10) si qualifica per la prima volta alle Coppe (la Coppa UEFA come si chiamava a quel tempo) e da allora non fallisce più, tranne che nel 2023-24, il traguardo europeo qualificandosi 6 volte all’Europa League e ben 10 volte alla Champions League.
CAIRO. Nel 2005-06 il Torino di Cairo è in Serie B. Arriva terzo e viene promosso in A: dove inizia a giocare a partire dalla stagione 2006-07, un anno prima del Napoli. Diciannove stagioni in cui il club non vince nessun trofeo; una volta retrocede in B dove rimane 3 anni; non si qualifica mai alle coppe europee. O meglio: ci va due volte ma a tavolino, per squalifiche che tolgono di mezzo prima il Parma (2013-14) e poi il Milan (2019-20). Nella seconda occasione il Torino di Mazzarri non vi accede nemmeno dopo il ripescaggio, eliminato nello spareggio-qualificazione dal Wolverhampton.
Domanda: quali differenze avete trovato tra questi due quadri che in partenza sembravano simili? Vi è parso forse di scorgere qualche particolare che denoti che il presidente e proprietario del Napoli Aurelio De Laurentiis sia stato leggermente, impercettibilmente più bravo, abile e ispirato del presidente e proprietario del Torino Urbano Cairo? Se avete bisogno di pensarci, fatelo: senza dimenticare che le condizioni di partenza erano le stesse (anzi, Cairo era arrivato in A un anno prima), che entrambi i club godevano di una importante storia e di un illustre blasone (specie il Torino: 7 scudetti contro i 2 del Napoli) e che insomma la sfida tra i due imprenditori e i rispettivi club era, come si dice, una sfida alla pari.
Direte: vabbè, è evidente che non c’è stata storia, ma forse è stato il Napoli ad aver over performato, come dicono oggi quelli bravi: è stato De Laurentiis a essere troppo bravo, anche sfruttando l’enorme serbatoio di passione del popolo napoletano. Bravo De Laurentiis, non scarso Cairo. E magari avete ragione.
Vediamo allora cos’hanno combinato, in confronto al Torino di Cairo, altri club italiani meno titolati e blasonati del Napoli. Per esempio l’Atalanta, zero scudetti nel suo palmares. Mentre il Torino trascorreva 19 anni senza vincere niente, senza andare mai in Europa e senza dare una gioia ai suoi tifosi, l’Atalanta ha vinto un’Europa League; nelle ultime nove stagioni si è qualificato 8 volte alle coppe, 3 all’Europa League e 5 alla Champions; e il trionfo in Europa League è avvenuto dopo aver fatto fuori Sporting Lisbona agli ottavi, Liverpool ai quarti, Marsiglia in semifinale e Bayer Leverkusen in finale. Nel 2019-20 i bergamaschi hanno sfiorato l’approdo alla semifinale di Champions uscendo sconfitti negli ultimi minuti dal PSG di Neymar, Mbappè, Cavani, Thiago Silva e Di Maria.
Oppure la Lazio. Mentre il Torino trascorreva 19 anni senza vincere niente, senza andare mai in Europa e senza dare un sussulto ai suoi tifosi, la Lazio, 2 scudetti nel suo palmares, ha vinto 6 trofei, 3 Coppe Italia e 3 Supercoppe italiane; e negli ultimi 19 campionati si è qualificata alle coppe 15 volte: 3 in Champions, 11 in Europa League e 1 in Conference.
Oppure la Roma. Mentre il Torino trascorreva 19 anni senza vincere niente, senza andare mai in Europa e senza dare un brivido ai suoi tifosi, la Roma, 3 scudetti nel suo palmares, ha vinto 4 trofei, 2 Coppe Italia, 1 Supercoppa Italiana e 1 Conference; e negli ultimi 19 campionati si è qualificata alle coppe 17 volte: 8 in Champions League, 8 in Europa League e 1 in Conference (vincendola). Nel 2017-18 è arrivata a giocarsi una semifinale di Champions League, poi eliminata dal Liverpool (2-5, 4-2).
Oppure il Bologna. Mentre il Torino trascorreva 19 anni senza vincere niente, senza andare mai in Europa e senza dare un’emozione ai suoi tifosi, il Bologna, 7 scudetti nel suo palmares (come il Torino) anche se tutti appartenenti alla preistoria a parte quello più recente, si fa per dire, del 1963-64, il Bologna - dicevo - un anno fa è tornato dopo 60 anni in Champions League e quest’anno ha vinto la Coppa Italia battendo in finale il Milan. Nel 2008-09 si era qualificato per l’allora Coppa UEFA.
Potrei continuare, ma credo basti. Se mi avete seguito, provate a calarvi ora nei panni di un tifoso del Torino - e sottolineo Torino, ancora oggi ricordato come una delle squadre più forti e leggendarie mai apparse sulla faccia della terra, il Grande Torino scomparso il 4 maggio 1949 nella tragedia di Superga - che si domanda: ma proprio a me doveva capitare Urbano Cairo? Un presidente-proprietario che da vent’anni dirige il club facendo i conti della serva, unicamente spaventato dal perdere soldi, inconsapevole del lignaggio di una leggenda immortale qual è il Torino che quest’anno ha portato all’11° posto, un anno fa al 9° e andando a ritroso al 10°, ancora al 10°, al 17°, al 16° e via di questo passo nella più completa e avvilente mediocrità. Un presidente-proprietario che non dico rivinca uno scudetto 50 anni dopo l’ultimo di Pulici e Graziani (1975-76), ma che ci porti ogni tanto a fare un giro in Europa, si accorga dell’esistenza di un bravo direttore sportivo come ad esempio Sartori, ingaggi un bravo allenatore come ad esempio Gasperini, scucia qualche milione scommettendo su una giovane promessa come Barella o come Tonali, vinca non ogni anno, ma basterebbe ogni tre anni un derby con la Juventus, faccia la polvere alla sala trofei portando in bacheca una nuova coppa qualsiasi, anche miserrima, e soprattutto ricordi al mondo che il Torino esiste ancora.
Invece no. Sono passati 19 anni e Urbano Cairo non solo ha trasformato il Toro in una vacca frisona con la quale tutti sanno che banchetteranno, non solo tiene in ostaggio il club nella più avvilente pochezza, non solo non accenna a liberarlo e a restituirlo alla passione dei suoi milioni di tifosi: ma essendo nel frattempo diventato editore e proprietario di giornali, come la Gazzetta dello Sport, ha preso a usarli a mo’ di Istituto Luce per cantare alle folle le sue inenarrabili gesta e nel caso di rovesci e tracolli, che da vent’anni grandinano sulla testa dei tifosi, se ne serve per costruire alla bisogna il mostro, sbatterlo in prima pagina e additarlo al pubblico ludibrio come responsabile unico dello scempio in atto. Ultimo in ordine di apparizione: Paolo Vanoli.
Quel che sta facendo la Gazzetta dello Sport in questi giorni, i giorni che seguono la fine dell’ennesimo, desolante campionato disputato dal Torino, ha dell’incredibile (stavo scrivendo: dell’inqualificabile). Con un pelo sullo stomaco da Guinness dei Primati è iniziata infatti la messa in croce (o alla gogna, fate voi) del povero allenatore Paolo Vanoli - quello cui Cairo vendeva sotto il naso a inizio campionato i migliori giocatori senza nemmeno avvisarlo -, licenziato all’indomani dell’ultima partita Torino-Roma 0-2 e additato al mondo come unico responsabile del tragicomico campionato conclusosi all’11° posto (come se fosse una novità). La messa in croce è scattata lunedì ed è continuata martedì quando il giornale di Cairo ha raccontato che quando il 15 marzo Vlasic ha segnato il gol della vittoria dei granata contro l’Empoli “il Toro sale a 38 punti, mette nel mirino l’Udinese decima e da lontano intravede il Milan nono (…). Quello che poteva sembrare l’avvio di una rincorsa è invece l’inizio del blackout”. E sapete quale sarebbe per la Gazzetta il blackout? Essere 11° a 8 giornate dalla fine e finire il campionato 11°.
Non contenta, mercoledì 28, cioè ieri, la Gazzetta ha dedicato un’intera pagina, quella che ogni giorno viene consacrata al Torino, all’illustrazione di una statistica che definire perversa è dire poco. Nell’intento di dimostrare quanto il lavoro di Vanoli nel finale di torneo sia stato riprovevole e abbia rovinato il capolavoro di Urbano Cairo (!), la Gazzetta lo ha confrontato con i finali di torneo di Ventura, Mazzarri, Juric e Mihajlovic per evidenziare l’insufficiente performance dell’allenatore. “Vanoli saluta la Serie A con il peggiore rendimento negli otto turni finali di campionato”, sentenzia la Gazzetta come se una statistica su 8 partite scelte a capocchia possa avere anche alla lontana un minimo di significato.
Peccato che il giornale si sia scordato di dire che nell’era-Cairo ci sono stati nove allenatori del Torino che sono stati licenziati dal padre-padrone Urbano a lavori in corso e non possono quindi entrare nella statistica; allenatori che Cairo deve però aver ritenuto peggiori e più dannosi di Vanoli, altrimenti li avrebbe lasciati lavorare fino a fine torneo come ha fatto, appunto, con Vanoli. Per chi desideri saperlo, in 19 anni da presidente del Torino Cairo ha licenziato 10 allenatori per un totale di 14 esoneri (e non è una battuta: alcuni li ha esonerati più volte): sono Stringara, De Biasi tre volte, Zaccheroni, Novellino due volte, Colantuono, Beretta, Lerda due volte, Papadopulo, Mihajlovic e Giampaolo. Detto ciò, non so se provare più disistima per l’Urbano Cairo presidente o per l’Urbano Cairo editore.
Ma tornando a bomba, e cioè alla formazione del Napoli 2005-06 con cui ho aperto il mio articolo e con cui De Laurentiis partì nella sua avventura nel calcio: era per dire, ma l’avrete capito, che si può iniziare un’avventura con Capparella e Amodio e finirla con Kvaratskhelia e Osimhen; si può iniziare con Bogliacino e Sosa e finire con McTominay e Lukaku. Basta volerlo, appunto. E esserne capaci. Invece c’è chi comincia con Nicola e Rosina e finisce con Pedersen e Borna Sosa. Che poi forse, a ben pensarci, Nicola e Rosina erano meglio.
Questi signore e signori è Urbano Cairo. Il proprietario e presidente del Torino, il club più glorioso del calcio italiano diventato nelle sue mani un fenomeno da baraccone, un mostro del Circo, “venghino siòri venghino e non vi spaventate, il mostro ha un brutto aspetto ma non vi farà alcun male”. Se nel calcio esistesse l’Oscar per la Peggiore Calamità che a un club possa accadere, a Urbano Cairo dovrebbero dare due statuette: una come Peggiore Calamità 2024-25 e una alla carriera. Per acclamazione.
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Solidarietà ai magistrati.
Dopo la richiesta di 6 anni per Matteo Salvini nell’ambito del processo Open arms, sono giunte migliaia di messaggi di insulti, minacce via social, ed anche vere e proprie, e ben più allarmanti, lettere intimidatorie contro Marzia Sabella, Gery Ferrara e Giorgia Righi i tre giudici autori della richiesta.
La denuncia arriva dalla Procuratrice generale di Palermo Lia Sava che ha lanciato l’allarme durante il Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza pubblica. La colpa dei magistrati? Provare a far rispettare i diritti umani e la Costituzione e chiamare a rispondere dei propri reati chi questi diritti li nega. Fosse anche un Ministro. Visto che la legge sarebbe uguale per tutti.
Ma loro son quelli che sostengono che per qualcuno "la legge è più uguale", e son gli autori dell'unica riforma della giustizia fatta per difendere se stessi e i propri amici dalla giustizia, o quelli che proprio oggi spacciano in un disegno di legge approvato alla Camera per sicurezza quella che è solo repressione sociale del dissenso e dei bisogni. I peggiori per giunta privi di ogni dignità e vergogna!!!
Se Salvini è innocente o colpevole lo decideranno i magistrati,ma ciò non toglie che la campagna diffamatoria nei confronti dei magistrati è partita dalla bestia mediatica della destra. Spero vivamente che la @ANMagistrati e il @Quirinale intervengano duramente per perseguire questi signori che si credono al di sopra delle leggi della Repubblica.
#laleggeèugualepertutti #iostoconimagistrati
Di Mario Imbimbo.
Questo signore oggi è stato vittima di un massacro annunciato.
E la colpa non è dei giornalisti che fanno il loro lavoro,ma di quei pezzi di merda incompetenti che lo hanno scelto e che lo stanno lasciando solo.
Fonseca non è un grande allenatore ma non merita questa umiliazione.