Le droit de voir un visage doit être universel, au Portugal comme en Syrie ou en Afghanistan.
Le Portugal vient d’interdire le voile intégral dans l’espace public. Et une phrase de son président m’a particulièrement interpellé :
« Le visage doit être considéré comme un élément central de l’identité et de la communication humaines. »
Je suis né dans un pays musulman. Et peut-être est-ce précisément pour cela que je refuse l’idée qu’au nom de la tolérance, de l’inclusion, voire du féminisme, tout ce qui se présente sous l’étiquette de la religion devrait être accepté.
La burqa et le niqab ne sont pas pour moi de simples morceaux de tissu. Ils séparent la femme de l’espace humain : ils effacent ses expressions, sa présence, son identité.
J’ai grandi au Moyen-Orient. J’ai vu comment les islamistes transforment progressivement des exigences en normes, puis présentent toute résistance comme une attaque contre les musulmans. Et lorsqu’une gauche radicale les accompagne par opportunisme électoral, le mécanisme devient encore plus efficace.
Une démocratie a le droit de protéger cet espace commun et cette dimension profondément humaine qu’est le visage.
Mais pourquoi ce principe s’arrêterait-il aux frontières européennes ?
Et c’est précisément là que je pense à la Syrie.
Car pendant que l’Europe normalise et finance le nouveau pouvoir islamiste syrien, des campagnes de promotion du niqab ont été organisées jusque dans des universités. Des vêtements couvrants ont été distribués gratuitement au nom d’une conception religieuse de la tenue féminine. Dans certaines régions, des pressions sociales s’exercent également sur les femmes pour qu’elles adoptent des tenues religieuses plus strictes.
Des réseaux éducatifs islamisés se développent parallèlement, avec séparation des sexes et promotion de normes vestimentaires religieuses.
Voilà aussi ce que l’Europe devrait regarder.
On ne peut pas défendre à Lisbonne le principe du visage découvert et devenir soudainement indifférent à Damas.
Je ne demande évidemment pas à l’Europe de décider comment les Syriennes doivent s’habiller.
Je lui demande d’être exigeante avec un pouvoir qu’elle finance, soutient et normalise.
Qu’elle exige des garanties.
Qu’elle regarde ce qui se passe dans les écoles et les universités.
Et les droits que nous considérons comme fondamentaux pour une femme européenne ne deviennent pas secondaires simplement parce que la femme est syrienne, iranienne ou afghane.
Le droit de montrer son visage n’est pas occidental.
Le droit de voir le visage de l’autre n’est pas européen.
Ce sont des libertés humaines.
Si le visage est un élément central de l’identité humaine, alors le droit de voir un visage doit être universel.
Noooooh! Amica Fatna al-Shahar! Perché ti hanno eliminated? Quei maledetti non ti hanno concesso nemmeno il tempo di depilarti il camel-toe. E chi lo sente adesso Gigi? (Gigi Allah, una divinità locale, n.d.r.). E pensare che la tua unica colpa era di ordinare lo stupro delle donne-ostaggio.
#hamas #cameltoe
Andrebbe fatto ascoltare ai vari : Matilde Gioli, Marco Rossetti, Chiara Baschetti, Simona Cavallari, Ilaria D'Amico, Antonio De Matteo, Lodo Guenzi, Greta Scarano e Nina Zilli, Cristiano Caccamo, Paolo Calabresi, Lino Musella, Piero Pelù … lista lunga purtroppo
Caro @MauroMazzaRai usi il singolare e non il plurale, abbia il coraggio delle sue azioni e non ci coinvolga. Io non sono come lei e mi stupisco che un uomo, un giornalista che ha fatto parte del servizio pubblico abbia un pensiero così gretto.
Ho parlato con un sopravvissuto all’ultimo massacro in Sudan, che che è riuscito a trascinarsi oltre i confini della città con tre proiettili in una gamba.
Dopo i colpi, le Forze di supporto rapido lo avevano scelto come vittima di una pratica che adottano spesso: investire con l’automobile un civile disarmato. A volte prendono un uomo alle spalle mentre scappa a piedi, altre volte schiacciano un ferito che è già terra.
Se ho potuto parlare con il sopravvissuto è perché i dottori di Medici senza frontiere gli hanno salvato la vita in una clinica che opera ancora a cinquanta chilometri in linea d’aria dal luogo del massacro, al Fasher.
Prima che la città cadesse, dentro l’assedio si mangiava erba e mangime per animali, perché il cibo ormai era poco. Alla fine di ottobre i miliziani delle Forze di supporto rapido hanno ritenuto che la città fosse sufficientemente stremata da poterla conquistare. Sono entrati e da quel momento abbiamo visto comparire grandi pozze di sangue nelle immagini satellitari di al Fasher.
Nathaniel Raymond, direttore del laboratorio di Yale che ha analizzato le macchie di sangue visibili dallo spazio, ha detto al Newyorker che secondo i suoi calcoli le vittime di al Fasher potrebbero essere decina di migliaia.
Si ascolta su Stories, al link qui sotto.
(Nella foto un miliziano sudanese)
RIDEVANO. RIDEVANO E POI SPARAVANO IN FACCIA
di Mario Adinolfi
La sera del 13 novembre 2015 Valeria, 28enne ricercatrice veneziana di demografia, era felice di essere a Parigi con il fidanzato Andrea e con l’amica Alessia per vedere il concerto della loro band preferita. La stessa sera Salah Abdelsalam, 26enne di origine marocchina nato a Bruxelles, con il fratello minore Brahim e l’amico Abdelhamid Abaaoud della stessa età di Valeria andarono a Parigi per sparare in testa con gli Ak47 in dotazione a più “cani infedeli” possibili, offrendo poi la loro stessa vita ad Allah. I tre facevano parte di una banda di 14 ragazzi affiliati all’Isis che seminò il terrore per cinque ore in tutta Parigi riuscendo a uccidere 132 persone e a ferirne oltre 450 a colpi di mitra e infine facendosi esplodere. Valeria era felice nella sala concerti del Bataclan dove la mattanza islamista attese le ultime note della canzone Kiss the devil prima di scatenarsi. Il cantante di quella tragica sera dal palco vedeva i suoi fans inginocchiati a chiedere pietà alle belve islamiste e ricorda un particolare: “Davanti a ragazze e ragazzi disperati che imploravano in lacrime di essere risparmiati quelli ridevano. Ridevano e poi sparavano in faccia ai loro coetanei”. Valeria Solesin è morta così, ennesima vittima della sete islamista di violenza, uccisa da musulmani che hanno agito come il loro profeta Maometto ammazzando “senza pietà i cani infedeli”. Finite le munizioni l’ultimo atto per i fondamentalisti in azione doveva consistere nel morire per Allah facendosi esplodere per causare altre vittime. Così 13 dei 14 ragazzi assassini hanno trovato a Parigi il loro agognato “martirio”. Tutti tranne Salah Abdelsalam, lui non ha avuto il coraggio di azionare il giubbetto che lo avrebbe dilaniato. È stato arrestato, processato e condannato all’ergastolo senza possibili permessi di uscita. In carcere si è ulteriormente radicalizzato, al processo ha ripetuto i mantra del fondamentalismo islamista e del jihadista quale continua a ritenersi: “Allah è l’unico Dio”, è stata la sua dichiarazione più ricorrente. Il suo avvocato ha detto che Salah vorrebbe incontrare i familiari delle sue vittime “per spiegare”. La dichiarazione ha dell’incredibile: “Vorrebbe discutere con le parti civili”. In cella dispone di un computer e sta studiando. La mamma di Valeria dice che immagina la figlia dieci anni dopo quel 13 novembre 2025 probabilmente docente universitaria, sposata con Andrea che è rimasto uno di famiglia, magari mamma. Non accadrà. Per Valeria c’è solo una lapide bianca e due metri sottoterra un corpo senza vita, abbracciato alla morte che la follia islamista le ha fatto incontrare troppo presto. E vogliono pure spiegare. Non c’è niente da spiegare, è tutto chiarissimo. L’islamismo è il nazismo del XXI secolo, una cultura di sopraffazione e morte che mira al dominio di chi non si sottomette. Ma il sacrificio di Valeria serve a spiegare che noi, noi della cultura dell’amore e della vita, alla loro pazzia non ci sottometteremo mai.
1300 YEARS, APPROXIMATELY 17 MILLION SLAVES AND 6 MILLION CASTRATED MEN: THIS PART OF HISTORY THAT WAS HIDDEN FROM US.
Long before the arrival of Europeans, the first Arab caliphates had already opened the route for the slave trade.
In 652, the Treaty of Baqt between Muslim Egypt and the Nubian kingdom of Makuria (present-day Sudan) formalized a monstrous pact:
every year, Sudan had to deliver slaves in the name of peace, or else face swords, fire, and savagery.
This was no longer war; it was an economy of capture.
On that day, Africa ceased to be a continent: it became a stockpile of bodies.
At the heart of the Arab-Muslim slave system lay a practice of such extreme barbarity that it defies comprehension: mass castration. This deadly surgical procedure transformed millions of African men into eunuchs, condemned to a life of suffering.
After the Muslim Arabs took control of Egypt, they established their system. The Egyptian capital housed some of the most lethal castration centers.
Specialized "surgeons" performed the complete removal of the genitals. The patient was held down by four men while the "doctor" severed the testicles and penis in one swift motion. To prevent the urethra from closing, a bamboo tube was inserted, and then boiling oil was poured over the gaping wound. The mortality rate reached 90%—a veritable organized slaughter.
In Baghdad (the capital of Iraq), a more "economical" method was perfected: castration by crushing. Ropes were tightened around the testicles until the tissue died from necrosis. Gangrenous infection claimed the lives of most victims in excruciating agony. Only one in twenty men survived this ordeal.
Basra (a city in Iraq) developed its own specialty: cauterization with a red-hot iron. After the castration, a red-hot metal was applied to the wound to stop the bleeding. The deep burn caused fatal infections in 80% of cases.
Why this systematic practice? The answer is chilling: to prevent the reproduction of African slaves in the land of Islam. Castrated men could not start families, thus ensuring that no African descendants would take root. It was a definitive solution to the demographic problem.
The survivors became mere shadows of their former selves, destined to guard harems or serve in the administration. Their high-pitched voices and lack of facial hair marked them for life as products of this death industry.
The figures are staggering: of the 17 million Africans deported, approximately 6 million died as a result of castration. This is equivalent to the current population of Togo, Benin, and the Congo combined, sacrificed on the altar of this barbaric practice.
Even today, silence surrounds this darkest chapter of the Eastern slave trade. While Europe confronted its history of slavery, the Arab-Muslim world has still not undertaken this essential work of remembrance.
The truth must be told: millions of African men were transformed into eunuchs under atrocious conditions. Their memory demands that we break the silence and inscribe their martyrdom in the collective memory of humanity.
Their stifled cries deserve to finally be heard.
Historians speak of 17 to 19 million Africans deported.
But behind these figures lie the invisible: the dead of the desert, the missing along the roads, the erased from history.
If we add up the lives lost, nearly 60 million African souls have been swallowed up.
Sixty million!
It's as if the entire current population of Ghana, Cameroon, Senegal, and Mali combined had been wiped out.
And yet…
Not a single memorial. Not a single World Day.
The world mourned over the Atlantic,
but it forgot the Sahara.
The Arab-Muslim slave trade didn't just steal bodies; it stole memory.
In history books, in school curricula, this page is deliberately erased.
We are taught that slavery originated in the West,
never that it was first perpetuated by the East.
This silence is not a mistake.
It is a strategy. Because a people who don't know the full extent of their wounds
cannot understand the depth of their scars.
Africa doesn't ask for pity.
It asks for the truth.
It doesn't seek revenge.
It demands recognition.
We don't want to rewrite history,
we simply want it to stop lying.
And I say this without hesitation:
Africa will only be free the day it knows its whole history.
Le immagini che ci arrivano dal Sudan sono relativamente poche. E quelle che raccontano meglio la gravità degli eventi sono troppo dure per poterle mostrare in tv o mettere in pagina sui giornali. Un esempio: la foto di una mamma e del suo bambino impiccati allo stesso albero.
150 mila morti in Sudan non li riusciamo a contemplare. La più grande crisi umanitaria del mondo, la più grande crisi di sfollati e di affamati del mondo, finché è descritta soltanto a parole non buca la nostra attenzione.
——
La guerra in Sudan è cominciata il 15 aprile del 2023 perché il generale a capo di una milizia paramilitare - le Forze di supporto rapido (Rsf) - ha sfidato il capo dell’esercito regolare con l’ambizione di prendersi tutto il Paese.
I miliziani delle Rsf usano la guerra come un pretesto per uccidere e stuprare nelle aree etnicamente africane, in un Paese che oggi è a maggioranza araba.
Alcune vittime degli stupri etnici, che sono riuscite a scappare in Ciad, hanno raccontato che, durante le violenze, lo slogan degli stupratori era: “I vostri figli saranno arabi”. Oppure: “Quest’anno tutte le ragazze di qui saranno incinte dei figli dei Janjaweed”.
Janjaweed significa “I demoni a cavallo”. È il vecchio nome delle Forze di supporto rapido, che poi lo hanno cambiato per darsi un tono più serio ma senza rivedere di conseguenza i loro metodi.
Vent’anni fa i Janjaweed furono responsabili di una campagna di uccisioni di massa di persone nere che fece 300 mila morti e che non fu considerata un genocidio. Ora ce n’è un’altra, che va avanti da due anni.
Due giorni fa le Rsf sono entrare nella città di al Fasher, dove si erano riversati centinaia di migliaia di persone etnicamente africane in fuga, perché era l’unica grande città della zona dove i miliziani non fossero ancora arrivati.
Nelle immagini satellitari ad alta risoluzione si vedono grosse chiazze di sangue nella sabbia che indicano i punti delle città dove, nelle ultime 48 ore, sono avvenute le uccisioni. Ma le immagini più esplicite sono altre: le esecuzioni postate sui social network dagli stessi miliziani.
Si ascolta qui:
Grazie ❤️
Fabrizio Del Prete
Caro Jannik, ti scrivo un’altra volta ancora perché mi sa che essere te, in questo Paese, facile facile non è.
Magari sì, ti saresti aspettato altro, eh.
Non dico applausi a prescindere, ma quantomeno un po’ di comprensione e - soprattutto - gratitudine.
Gratitudine, sì.
Per aver portato l’Italia a splendere sul tetto del Tennis mondiale, ad esempio, come mai successo in oltre un secolo di una Storia fatta di tantissimi bui e qualche bellissima, ma estemporanea, luce.
O per aver fatto svegliare una nazione intera alle 4 del mattino pur di vederti giramondo mentre alzavi trofei che non avremmo sognato mai - ma proprio mai - di veder alzati.
O per averci fatto piangere come bambini, mentre anche l’Erba di Sua Maestà si inginocchiava docile a te.
O per aver riunito il Paese, dalle algide Dolomiti alle sanguigne Sicilie, sotto una passione unica e travolgente.
O per aver ribaltato in tre anni il paradigma sportivo nazional/popolare per cui l’unica palla degna di nota è quella che rotola e non quella che dipinge traiettorie sopra la rete, portando centinaia di migliaia di persone - dai bambini agli adulti - ad approcciarsi allo Sport più bello del mondo.
Per aver riempito circoli, strade, occhi e cuori con il tuo dritto. E col tuo rovescio in salto.
Per l’esempio - sì, l’esempio quotidiano - che ci dai da anni. Un esempio fatto di sudore, di dedizione, di silenzi e di lavoro, di parole composte e zero scuse e lamentele per migliorarsi e migliorarsi ancora, tu nel Tennis come noi - o almeno ci proviamo - nella vita.
E invece, Caro Jannik, invece fregna. Altro che gratitudine, tu non saresti italiano “perché non ti presti a quel circo nazional/popolare di San Remo”; “perché vivi a Monte Carlo come tutti i tennisti del mondo (indovinate dove ha la residenza, per dirne uno, Berrettini?)”; perché non ti senti né un politico né una figurina da mostrare per forza “e ignori Mattarella”; perché non vai alle Olimpiadi perché hai un macigno ingiusto addosso e non sei sgombro nei pensieri e rischi di infangare - senza colpe - il Paese che rappresenti; perché - dopo averla vinto con l’Italia due volte - per una volta rifiuti la Davis e pensi a te stesso. Per rafforzarti ancora, per farci godere ancora delle tue gesta.
E sì, caro Jannik, non deve essere facile essere così come te:
Scintilla che brilla incessante in un paese che perdona tutto, tranne il successo.
E che comunque, quando uno raggiunge il successo, deve smettere di esser se stesso per assecondare ogni piccolo capriccio e desiderio degli altri.
Anche di quelli colmi di frustrazione che non aspettano altro di ergerti su un piedistallo, per poi provare a farti rovinosamente cadere.
Nigeria: Her Christian husband and two children, aged 3 years and 10 months, were slaughtered by Islamists right in front of her.
She and her only surviving child, aged 7, were left for dead, and her hand was chopped off.
The Persecuted Church in Nigeria needs all of us.
Roya, curda. È l'ennesima donna punita per aver rifiutato l'imposizione dell'hijab. In Iran, dove secondo alcuni ci sono più libertà civili che in Occidente, dapprima il tribunale della rivoluzione di Teheran ha condannato Roya a 13 anni e 9 mesi di prigione. Poi, la sua pena è stata "ridotta" a una multa e a 74 frustate.
Punizione cui si è sottoposta caparbiamente ed eroicamente senza indossare l'hijab.
La guerra a Gaza è finita come tutte le guerre: un accordo, reciproche concessioni, un cessare del fuoco e forse in futuro la pace. Poteva succedere due anni fa con il rilascio di tutti gli ostaggi. Non è successo prima perché Hamas credeva di stravincere, di infiammare il medio oriente, di spezzare gli accordi di Abramo e isolare Israele dal resto del mondo. Le cose sono andate diversamente. A essere isolata e sconfitta è Hamas che si trova contro più di 20 Stati arabi e musulmani e ha perso sia il suo sponsor militare, l’Iran, che quello finanziario e politico, il Qatar.
C’è voluto Trump e quella speciale miscela di interessi personali e ambizione planetaria per ribaltare il tavolo. Si pensava che senza risolvere la questione palestinese non si sarebbe potuto stabilizzare il medio oriente, invece era vero il contrario: bisognava stabilizzare il medio oriente per risolvere la questione palestinese. L’altra parte del lavoro, quella sporca, l’ha fatta Israele, l’ha fatta Netanyahu, il “criminale”. Si è accollato il peso di una guerra che si poteva vincere solo al prezzo di terribili perdite civili e di una violenta mostrificazione di Israele. In ogni guerra i civili muoiono, forse anche più che in quella di Gaza. Ma quasi sempre hanno alternative al restare sotto le bombe: hanno rifugi e hanno sistemi di allarme, e hanno paesi vicini disponibili ad accogliere i rifugiati. Esattamente come accade in Ucraina dove la gente si salva nei bunker o vive al sicuro in Polonia o in Germania. Niente di tutto questo era possibile per la gente di Gaza. Non c’erano tunnel per i civili, servivano solo per i terroristi e per torturare gli ostaggi. Nessuno Stato arabo confinante ha accettato di accogliere profughi palestinesi.
Uomini donne e bambini dovevano versare il loro sangue per rendere più forte nel mondo la causa palestinese. I leader di Hamas ce lo hanno detto in tutti modi ma non sono stati veramente ascoltati. Così l’antisemitismo che è il fondo limaccioso dell’animo occidentale è venuto a galla con tutta la sua pestilenza. Un coming out globale e liberatorio: “siamo tutti antisemiti, morte agli ebrei”. E giù applausi. Il piano Trump interrompe questo sabba di odio e di vendetta e lascia disoccupati i teorici del genocidio. In Egitto i “genocidari” e i “genocidati” erano nella stessa stanza, si sono stretti la mano e hanno celebrato l’accordo. La fine della guerra mette fine alle morti. Poteva succedere molto prima: non c’è mai stata la pianificazione lucida dell’eliminazione del popolo palestinese, la volontà di cancellarlo dalla storia. Quello che si voleva era impedire un altro 7 ottobre. Non si è mai visto un genocidio che finisce con una stretta di mano.
I genocidi nella storia si contano per fortuna sulle dita di una mano e hanno sempre avuto poco a che fare con le guerre. Il genocidio degli ebrei correva parallelo alla guerra mondiale ma non la incontrava mai, semmai la privava di risorse. Lo stesso vale per il genocidio dell’holodomor contro i contadini ucraini o quello contro gli armeni in Turchia o dei Tutsi in Ruanda.
Eppure quanti professori, giuristi, avvocati, scrittori, artisti, intellettuali, sindacalisti hanno gridato “GENOCIDIO”, tutti convinti che la liberazione degli ostaggi fosse propaganda, o un noioso intralcio alle loro prediche e che lo sterminio sarebbe continuato comunque. Cosa hanno da dire ora davanti alle piazze di Gaza in festa, al senso di liberazione che vivono oggi i gazawi, ai sorrisi dei bambini in strada, gli abbracci, i cori! È improvvisamente finito il genocidio ? La carestia? No è finita la guerra scatenata da Hamas contro gli ebrei di Israele e del mondo e che poteva essere vinta dai terroristi per quanto stava alle piazze e a molti governi occidentali. Avevano tutti imparato a dire genocidio ogni volta che serviva a sentirsi “dalla parte giusta della storia”e oggi si ritrovano da quella sbagliata.
Christians in Nigeria never carried out massacres, never dug tunnels, never fired rockets, never took hostages, never started a war. They are simply a peaceful community, half of Nigeria’s population, who only wanted to live in peace. Yet they are relentlessly attacked by Islamic groups: their churches burned, their women and children slaughtered, their men massacred simply for being Christians.
And what is the response of the world? Silence.
World leaders in Europe stand with those who massacre, with those who hold hostages—they rush to recognize a state for them. But when it comes to Nigerian Christians? Not a word. No speeches at the UN. No condemnation of Nigeria for failing to protect its Christians. No ICJ cases. No international fundraisers.
Where is the President of Colombia? Where is Brazil’s leadership? Where is Emmanuel Macron @EmmanuelMacron or Keir Starmer @Keir_Starmer? Why do we never hear them speak about Nigerian Christians? Why is there no aid sent to them? Why no protests? Why no university demonstrations? Why no global outrage, no media coverage, no flotilla sailing for the persecuted Christians of Nigeria?
Non avete rotto il cazzo ai russi che avete incrociato per strada in questi anni, ma aggredite un padre e un figlio perché ebrei.
Razzisti e antisemiti di qualsiasi colore politico hanno in comune coi i fascisti l'essere dei codardi e vili pezzi di merda.
Scusate i francesismi.
Allora chiariamo un punto. Se ci sarà una "compensazione" per le imprese da parte del governo ai dazi Usa vuol dire che i cittadini italiani pagheranno le tasse (ossia i dazi) dei cittadini americani.
10:38 AM · Jun 30, 2025