@grande_flagello Io pensa mi ritrovo, del tutto furi argomento specifico, a chiedermi cosa può essere la vita di un figlio/figlia con una madre così…spero tanto per loro che sia come Dr. Jekyll e Mr. Hyde, ed a casa sia un angelo.
Gridatelo dai tetti, suonate le campane, consultate le profezie: Serena Williams è tornata.
La prima sensazione è quella di Ulisse che dopo anni di assenza trova altre persone sistemate a casa sua, sul suo divano, coi piedi sul suo tavolino a guardare la sua tv. Qualcosa è cambiato: ci sono le tende nuove, il mazzo di chiavi appoggiato su un tavolino diverso. Il campo da tennis è sempre casa sua, ma ci vuole qualche secondo per riabituare lo sguardo.
Pochi, in verità.
Serena ha una calma olimpica e un’aura pazzesca. Lo so, è un concetto inflazionato, ma lei è proprio l’archetipo dell’aura, come la Bic lo è delle penne e Luigi XIV delle poltroncine. Per i primi game, sia la sua compagna Victoria Mboko che le avversarie erano confuse per il solo fatto che Serena fosse lì, col kit rosa confetto e lo sguardo da leonessa.
Giocavano anche davanti a un’altra leggenda come Lindsey Vonn, così, per stemperare la tensione.
Comunque, un giorno bisognerebbe approfondire il potere intimidatorio delle acconciature di Serena. Sempre libere, potenti, creative. Più che acconciature elmi da battaglia, di quelli antichi con le piume e i pennacchi, gli stemmi araldici, i leoni e le divinità. Il tipo di cosa che se ti fermi a guardarla parti 0-15 o vieni trasformato in pietra.
Serena e Victoria vincono, ma non è davvero importante raccontare il match. Era inevitabile la polvere sulla racchetta o qualche colpo arrugginito. Di tanto in tanto abbiamo rivisto una di quelle fiammate che conosciamo a memoria, e tanto basta.
“Mi ero stancata di non fare niente” — dirà ridendo alla fine. Ridiamo con lei, poi ci alziamo e rimettiamo le chiavi dove erano sempre state.
#tennis #serenawilliams
@odio_limone@Guidolino8 Beh, per esempio ci ha provato un tal Hummels giorni fa ed ha sbagliato dopo pochi palleggi…non è questione di tecnica in assoluto, è saperlo fare per abitudine di anni con una pallina da tennis invece che con pallone.
@eleonora_aloise Ci sta infatti, doveva cavalcare l’onda, e Zverev stava sentendo un principio di crampi ed aveva appena preso sali, ogni minuto in più e stato prezioso per lui e deleterio per Flavio…
Lo ammetto: Matteo Arnaldi era il mio preferito di questo assurdo Roland Garros.
Il motivo è semplice.
Tutti quelli arrivati in fondo avevano lunghe storie dal sapore letterario a precederli, la sua si era interrotta.
Berrettini dopo la finale a Wimbledon era diventato nome proprio di miracolo. Il n.6 del ranking, il tennis italiano sulle sue spalle. Gli infortuni, i ritorni impossibili. Quel corpo statuario che gli Dei invidiosi hanno tante volte sfregiato per dispetto.
Cobolli era legato dall’infazia a Berrettini, per questo è stato accolto subito come il fratellino d’italia. Come tutti i fratelli minori si è emancipato, ha trovato la sua identità. Oltre che nel tennis, anche in una capacità comunicativa straordinaria. Sa farsi comprendere con la mimica o in romanesco pure dalla Gazzetta del Peloponneso, tanto che l’ATP lo aveva scelto per gioco come Admin dei suoi social.
Eccolo in finale: guarda come s’è fatto grande.
Felix non ha in effetti una grande storia, ma è il bravo ragazzo educato e timido per cui tutte abbiamo preso una cotta alle medie. Questo a noi frivole basta e avanza.
Mensik, Fonseca e Jodar sono il nuovo che avanza, le rivalità presenti e future, gli scalpi regali, le aspettative, soprattuto la lotta per race del Fanta-terzo-incomodo.
Zverev è il campione malinconico. Tanti successi e altrettanti successi sfiorati e mai dimenticati. Poi quell’infortunio tremendo al picco della forma contro Nadal. Le grida che ci avevano raggelato, il ritorno al n.3. L’ostacolo Sinner e Alcaraz più alto delle mura di Mordor.
Per Arnaldi è stato diverso, dicevo. La sua storia ha subito una battuta d’arresto dopo l’exploit in Davis nel 2023. Quella volta era stato coniato l’arnaldismo: la straordinaria caparbietà di fare magie a casaccio fino all’alba di una gloriosa vittoria.
Poi un calo di rendimento. Poi l’assenza in Davis. Poi l’infortunio. L’arnaldismo era
sparito dai riflettori e relegato a un fenomeno dato da una congiuntura astrale. Sembrava “una cosa divertente che non farò mai più” - citando David Foster Wallace.
Invece no.
La sua storia Matteo ha ricominciato a scriverla a Parigi. Con la tenacia, coi sorrisi sotto due set e due break al quarto. Con le battaglie a notte fonda. Soprattutto, con l’incapacità di arrendersi alla sconfitta che ci ha fatto innamorare tutti.
A un passo dal sogno della finale si è abbeverato alla foce del Tigri e dell’Eufrate, come un certo amico suo. Forfait all’ultimo metro. Anche questo è un finale letterario, a dire la verità. Non quello che avremmo voluto, ma comunque un finale.
Matteo Arnaldi si è preso il cuore di tante persone, con un tennis esaltante e quello sguardo lì.
Questo, si, è il finale che merita.
#arnaldi #tennis #rolandgarros
@eleonora_aloise Ma che ha? Io mi sono collegato solo da una mezz’ora, qualche problema fisico? A volte lo vedo arrivare sulla palla con una goffaggine da giocatore di categoria inferiore, questo non è proprio Jakub…
@jmgmoron En mi opinión, es el favorito, pero no el favorito absoluto; necesita vencer a Mensik, quien, estando en tan buena forma, podría incluso derrotar a los dos magníficos, y luego (probablemente) a Cobolli, contra quien ya ha perdido de todos modos... #RolandGarros
@lVendemiale Il numero 3 del mondo (e di gran lunga) più un altro top ten ed uno che senza infortuni sarebbe stato già top five da un po’ (ma sarà top ten o a ridosso alla fine di questo torneo), ma “vuoto pneumatico”, ok…
Matteo BERRETTINI è, e resterà per sempre il simbolo della rinascita del nostro tennis. E' stato lui a riportarci in una finale SLAM maschile, dopo 45 anni. E' stato lui il primo italiano in un una semifinale SLAM sul cemento. Se siamo diventati una potenza mondiale, se siamo considerati degli esempi, non solo sul campo, è grazie a un uomo straordinario, il cui esempio, la cui resilienza ispira e ispirerà per sempre le prossime generazioni. E' caduto, oggi. Ma nessun infortunio potrà MAI offuscare quello che Matteo ha ottenuto, e soprattutto quello che Matteo rappresenta. UN CAMPIONE. Per SEMPRE
@eleonora_aloise Sei riuscita a commuovermi, di nuovo, come ieri sera, come Alex Corretja, ti meriti ogni volta un grazie per saper scrivere emozioni come vorrei saper fare anch’io! 🥲
Recap
#Berrettini#Arnaldi#Cobolli
Con l’assenza di Alcaraz e la sconfitta di Sinner, a Parigi si respira un’aria diversa: quella della presa della Bastiglia.
Lo so, il sogno è sfuggito dalle mani. Eravamo pronti, mancavano solo le scarpe e le chiavi di casa. Vedevamo già Fabio Grosso prendere la rincorsa. Giulio Cesare arrivare in Gallia per farne il parcheggio dell’Esselunga. Questo è il bicchiere mezzo vuoto.
Il bicchiere mezzo pieno è che, per la prima volta in 20 anni, al Roland Garros si è aperta una prateria inesplorata di possibilità. Me li immagino tutti negli spogliatoi come Tom Cruise e Nicole Kidman in Cuori ribelli, disposti alle peggiori botte da orbi per conquistare un pezzo di terra dell’Oklahoma.
E infatti è così.
Quasi tutte le partite arrivano al quinto set, fino a sei ore di sangue, fatica, lacrime e sudore, direbbe Churchill. Oppure Mangiante.
Ammettiamolo: alla vigilia ci saremmo accontentati di vedere Berrettini tutto intero tornare a calcare quei campi dopo anni di incommensurabili sfighe. Invece ha deciso di fare di più: di sentirsi felice.
Contro Comesana lotta per oltre cinque ore, il corpo tiene, la mente pure. Lo sguardo è sempre rivolto all’angolo per trovare gli occhi tenaci di suo fratello Jacopo, che sono pure quelli nostri incollati alla tv. Il primo tie break lo gioca da maestro. Comesana non molla e porta a casa i due set successivi. Al quarto Matteo si ribella al Dio della sconfitta. Il super-tie del quinto è apoteosi. A fine match, con la voce rotta dall’emozione dirà che una vittoria così gli ricorda che forse è bravo. Si commuove lui ma anche noi, Tom Cruise e Fabio Grosso.
In contemporanea Arnaldi gioca un tennis stratosferico contro Collignon. Si affrontano sul campo 14, uno dei più grandi del ground di Parigi. Per capirci, per struttura e atmosfera è la versione Temu del Pietrangeli. E si sente. Senza alcun motivo plausibile un tifo folle è tutto per il belga. Arnaldi ci ricorda che il suo difetto peggiore è giocare palle corte a casaccio e che il suo pregio migliore è giocare palle corte a casaccio. Colangelo sembra aver messo ordine nel caos, ma non troppo. Perché i tennisti come Arnaldi non vanno inamidati ma vanno esaltati, e se un dritto finisce a Bercy, pace. Affronta tutto il match da pirata, Collignon ad un certo punto trova la quadra e le cose si complicano. Matteo serve per il match, ma per un attacco di braccino subisce controbreak, cinque minuti dopo gioca un super tie folle e spregiudicato: arnaldismo in purezza.
Urla lui ma anche noi, Giulio Cesare, Churchill oppure Mangiante.
Non ho scordato quello che inizia per C e finisce per obolli. Fingiamoci morti e lasciamo che si muova zitto zitto quatto quatto col favore delle tenebre.
Dopo 10 ore, 5 tie, otto piaghe da decubito e diverse corde vocali compromesse, capiamo una cosa. Il bicchiere mezzo pieno è che l’aria di Parigi non è quella dell’Oklahoma, ma della Davis.
#tennis #rolandgarros
@eleonora_aloise Abbagliante quanto la mia tristezza di ieri, quanto possono esserlo i fari di una macchina lanciata verso di te mentre attraversi la strada a mezzanotte, grazie come al solito Eleonora! 👏
Recap #SinnerCerundolo
Cinque minuti.
Questo è il tempo che separa la vittoria dalla sconfitta. A Jannik mancava un solo game, all’improvviso si è impallato e abbiamo pensato a un malfunzionamento di Discovery. E invece no. Cosa sia successo dentro di lui non lo sapremo mai. Forse è così che i robot diventeranno umani, ho pensato io: un giovedì si bloccheranno provando cose senza nome.
Per un anno Jannik aveva atteso la chiusura del cerchio, tenendo sul comodino il secchio di caramelle che dopo la finale aveva portato via per dispetto. Le ha scartate una ad una: un punto alla volta, fino a ieri. I romantici dicono che vincere senza Carlos non sarebbe stato lo stesso. Tutti gli altri vorrebbero accecarsi con una penna Bic.
Jannik ha perso. Diciamolo ad alta voce e senza aggettivi. Liberiamoci dalle commemorazioni del caro estinto: ha lasciato prematuramente il Roland Garros, ne danno il triste annuncio il gatto Yeti e il cane Snoopy.
Liberiamoci dalla retorica delle sconfitte pedagogiche, dall’eroismo della sofferenza. Quanto sia eroico patire bisognerebbe chiederlo a Bruce Willis, quella volta che è rimasto a penzoloni sulla facciata del Nakatomi Plaza.
A volte non si impara niente, a volte le cose sono tristi e basta. La morale è una caratteristica delle favole. Lo sport invece ha un privilegio: certe volte può essere solo spietato. È come la natura, che non è buona né cattiva - ma semplicemente è - coi suoi equilibri, i suoi doni e le sue efferatezze. Jannik lo sa da quando è nato: la bellezza delle montagne nasce da qualcosa che si è rotto troppo forte per tornare com’era.
Nella tasca è rimasta una caramella, ma la scarterà a Londra. Per fortuna è così che funziona la natura.
#sinner #janniksinner #tennis #rolandgarros
[Foto 4k Jannik Sinner]
@BenRothenberg Are you aware that if a player enters at 12 and presumably starts at 12,20, even with an easy match will finish at 14,30 when heat have reached its peak, right? And if there’s a minimum battle even later? Like @eleonora_aloise already told you, get a life, for God’s sake!