Osservatorio e Sviluppo Comunicazione Sociale. Promuove interventi di comunicazione pubblica e sociale. Analizza ruolo media su fenomeni sociali e attualità.
“…con il quale condivideva la passione per la palestra e i viaggi. L’ultimo è stata costretta a farlo legata nel bagagliaio della sua macchina”.
TG1, oggi, nel servizio su Lorena Isceri.
No.
Non c’è alcun “viaggio” nell’essere sequestrata, legata e rinchiusa nel bagagliaio dall’uomo che poi la ucciderà.
Chiamarlo così non è una semplice scelta infelice di parole. È una scelta narrativa che trascina la violenza dentro la storia della coppia, collegando una passione condivisa a un atto di sopraffazione.
E non è una questione di gusto. È una questione di linguaggio e di responsabilità nel raccontare i fatti.
Le parole dovrebbero aiutare a riconoscere ciò che è accaduto, non trasformarlo in una tragica variazione della storia della relazione.
Perché le parole non sono neutrali quando raccontano la violenza: possono, anche involontariamente, attenuarla, renderla più familiare, ricondurla dentro una narrazione sentimentale.
E qui c’è una domanda che chi fa informazione dovrebbe porsi sempre: questo modo di raccontare rende il fatto più comprensibile o semplicemente più narrativo?
Un sequestro non è l’ultimo “viaggio” di una passione condivisa.
È un crimine, seguito da un brutale omicidio. E chiamarlo con il suo nome dovrebbe essere il minimo, soprattutto quando a farlo è il servizio pubblico.
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Comunicazione e report integrato, se ne parla ora all’#oscardibilancio @Ferpi2puntozero. Non è obbligatorio ma porta maggiore valore alle aziende. Vincitrice del premio 2017 l’Aspiag Service S.r.l #finanza#comunicobene