Tre giorni
Il 19 luglio Giorgia Meloni era in via d’Amelio. Fiori, silenzio, la strada indicata da Borsellino.
Il 22 la sua maggioranza ha negato ai magistrati le chat di Delmastro con un uomo in carcere, ritenuto vicino al clan Senese. Chat che la Procura di Roma aveva definito indispensabili. Tre giorni. Il tempo di lavare i bicchieri della commemorazione.
Delmastro non è indagato, ripetono, come se fosse una difesa. È la confessione. Se non è indagato, da quel voto lui non guadagna niente. C’è qualcun altro che ci guadagna.
Ed è questo il punto che dovremmo guardare bene in faccia. L’immunità non è più uno scudo che copre un uomo. È una macchia che si allarga. Si attacca a un telefono, a una chat, a una sim, e chiunque tocchi quell’oggetto diventa irraggiungibile. Un socio. Un prestanome. Il padre di una ex socia. Basta aver scritto alla persona giusta.
Poi c’è Santanchè, tre salvataggi in dieci mesi, l’ultimo il 15 luglio. Un giudice di Roma aveva già stabilito che le sue parole non erano coperte da nessuna prerogativa, che in quel momento parlava da cittadina qualunque. Il Senato ha deciso che il giudice aveva torto. Si è fatto tribunale d’appello di sé stesso.
E prima Salvini, salvato anche lui, per gli insulti a Carola Rackete. Roba scritta sui social, non in Aula. Dichiarata opinione parlamentare insindacabile, con ottantadue voti. L’avvocato di lei la chiamò l’insindacabilità dell’insulto. Non esiste definizione migliore.
Nessuno di loro è stato dichiarato innocente. Conviene chiamarla per nome, questa cosa. Non li assolvono. Li rendono irraggiungibili. Si spegne la luce sulla prova, il calendario si allunga, e il calendario in Italia lavora da solo: non serve che nessuno gli dica cosa fare. Esci intatto, che è molto più comodo che uscire assolto.
L’immunità l’hanno scritta uomini appena tornati dal confino. Serviva perché un deputato non finisse in galera per un’opinione sgradita al potere. Serviva a proteggere una funzione, non una persona.
Oggi copre una fattura, una cassa integrazione, un insulto su Facebook, la chat con un prestanome. Hanno preso la guarentigia degli antifascisti e l’hanno usata per una bisteccheria.
Il 30 luglio si vota a Montecitorio. Non è finita. Ogni deputato che alzerà la mano per il no sappia che non sta difendendo un principio costituzionale. Sta togliendo a un’inchiesta di camorra una prova che i pubblici ministeri hanno definito indispensabile.
A questo avete ridotto la Costituzione.
Se Fratelli d’Italia ha preferito sputtanarsi di fronte all’opinione pubblica pur di impedire alla Procura di utilizzare le chat tra Delmastro e il suo sodale prestanome della Camorra, chissà cosa c’è in quelle chat
Se veramente credete che quegli 80 facinorosi che si sono scontrati con la polizia a Bologna abbiano mai in vita loro votato PD o Lepore, allora non capite veramente un cazzo fatevelo dire.
Signora, suo marito non è in carcere perché ha 72 anni e ha sempre lavorato, ma perché ha ucciso due persone (quasi tre) mentre lei guardava dall'uscio.
E le attenuanti sono state concesse; faccia meno drammi e ce lo saluti.
Vuoi governare tranquillo? Datemi ogni tanto: famiglia nel bosco, un ROGGERO, qualche fatto di cronaca ( esclusivamente con immigrati), un Vannacci, qualche scontro di piazza.
I cosi detti mal di pancia.
Questo dimenticare.
Rivotateli.
Io credo a Delmastro. In quelle chat non c'è sicuramente nulla che lo possa minimamente scalfire, non è neppure indagato. Quale miglior occasione per approvare la richiesta della Procura e dire a voce alta:"Noi non siamo come gli altri". Che occasione politica persa, si direbbe.
Quindi seguono la strada di Borsellino, viva Borsellino, ma dicono no alla Procura della Repubblica che chiede le chat tra uno di loro e un prestanome della camorra. Vedi il vantaggio di avere dei testimonial morti.
Giorni e giorni con la retorica del “ho deciso di fare politica il giorno della strage Borsellino” o “Borsellino oggi sarebbe nostro ministro” poi negano l’utilizzo delle chat di uno di loro in un’indagine per mafia
La distanza tra propaganda e realtà
Sull'uccisione di Fakir Ignazio La Russa dice che lui sta "sempre dalla parte delle forze dell'ordine". Quasi, sempre. Il 12 aprile 1973 a Milano stava alla guida di una violenta manifestazione neofascista sfociata nell'omicidio del poliziotto Antonio Marino. Per non dimenticare.
@CarloCalenda Netta? Chiara? L’unica cosa da dire sarebbe stata “il signor Vannacci ha fatto una cosa spregevole, mi dissocio dall’utilizzo della mia immagine per cose del genere. Consulterò i miei legali per verificare eventuali danni morali”. Cosa c’entrano i disordini di Bologna? Niente.
Come può essere credibile la destra nella lotta alla criminalità e per la sicurezza dopo che ha negato alla magistratura l’utilizzo delle chat dí Delmastro con il ristoratore della bisteccheria indagato per gravissimi reati?
E questo rumore fastidioso, invece, lo sentite?
Sono sempre quelli di cui sopra, che non volendosi assumere la responsabilità di quanto succede, sbraitano contro gli #immigrati e i #giudici.
É quello del comparto agroalimentare, che non può lamentarsi per la #siccità, perché il governo che hanno portato in trionfo nega il #cambiamentoclimatico.
Lo sentite questo silenzio assordante?
É quello dei taxisti e dei camionisti, che non possono lamentarsi per il #diesel a oltre 2€ perché le #accise sono sempre lì e il caro petrolio è colpa del loro idolo #Trump.