“Cerignola (FG). Perdonaci Alice, perdonaci con te abbiamo fallito. Lo stallo è finito e tu l’hai capito. Ci supplichi e noi piangiamo con te, ogni giorno aspettiamo quella chiamata qualcuno che si innamori di te ma il nulla. 😭😭 taglia media (25 kili) per info 3467062292 “
La vicenda Delmastro è incredibile, forse addirittura più grave di quanto sembri (e non è che lo sembri poco).
Provo a spiegarvi perchè.
Il sottosegretario alla giustizia fa una società con una ragazza diciottenne per gestire un ristorante a Roma.
La va però a fare in Piemonte, immagino per dare meno nell'occhio e si scorda di comunicarlo al Parlamento, come invece prevederebbero le regole.
Già qui viene da pensar male,ma non basta.
La ragazza con cui Delmastro fa la società è figlia di Caroccia, condannato in una inchiesta di mafia che riguarda il potente clan Senese.
Uscita la notizia grazie a una inchiesta del Fatto, Delmastro spiega che non conosceva il padre della ragazza e che appena saputo è uscito dalla società.
Ovviamente è una bugia, tanto che subito da una ricerca sui social emerge una foto di Delmastro abbracciato al padre della ragazza nel ristorante di famiglia.
E non appare nemmeno vero che il sottosegretario abbia subito preso le distanze dalla famiglia Caroccia dato che oggi emerge un'altra foto di un paio di mesi fa in cui Delmastro cena nel ristorante di Caroccia insieme alla Bartolozzi, la capo di gabinetto di Nordio. Lo fa quindi tempo dopo essere uscito dalla società.
D'altra parte non è nemmeno credibile che Delmastro non sapesse chi fosse Caroccia. Chiunque di voi lo avrebbe potuto scoprire semplicemente cercando il nome su google. Un sottosegretario alla giustizia ha diversi strumenti anche più efficaci per verificare. E per quanto Delmastro non appaia esattamente un genio, escluderei decida di mettersi in società con qualcuno senza fare alcuna verifica.
Già così siamo di fronte a una cosa enorme: un sottosegretario alla giustizia che si mette in società con la figlia di un condannato per mafia, poi esce dalla società ma continua a frequentare il ristorante di quei personaggi e ci porta anche la capo di gabinetto del ministro alla giustizia. E quando viene scoperto mente ripetutamente al paese.
Ma non basta. Ieri sia Giorgia che Arianna Meloni cosa fanno? Lo fanno dimettere? No, lo difendono. E spiegano che non si deve assolutamente dimettere perché è stato solo un po' incauto.
Una tesi semplicemente ridicola e imbarazzante.
Qui forse giova ricordare che Delmastro è stato anche avvocato di Giorgia e Arianna ed è un esponente di rilievo di FdI.
Ma c'è un'altra cosa che vale la pena di ricordare.
Qualche tempo fa Signorelli, il portavoce di Lollobrigida, fu costretto alle dimissioni dopo la pubblicazione di sue chat in cui si abbandonava a orribili commenti antisemiti.
In quelle chat Signorelli dialogava con Piscitelli, in arte Diabolik, capo degli ultras della Lazio nonché personalità di spicco della criminalità romana ucciso in pieno giorno in un parco romano.
In quegli illuminanti dialoghi tra il portavoce di Lollobrigida e Diabolik, tra le altre amenità, si festeggiava l'assoluzione di uno dei più feroci capi della mafia albanese a Roma. E lo stesso Diabolik è stato al centro di inchieste sulla mafia romana che ne hanno approfondito il ruolo.
Aggiungiamo un ulteriore elemento: Diabolik ovviamente conosceva e frequentava la famiglia Caroccia, come emerso in una precedente inchiesta.
Perché ricordo queste vicende?
Perché siamo già alla seconda volta in pochi mesi in cui emerge una frequentazione inquietante tra ambienti della criminalità organizzata romana e esponenti rilevanti di FdI. Esponenti molto vicini a Giorgia e Arianna Meloni.
Il mondo è sempre quello: clan Senese, Diabolik, curva della Lazio, lo stesso quadrante di Roma, gli stessi ristoranti.
Che Delmastro debba dimettersi è abbastanza evidente. E al netto delle difese di queste ore credo avverrà, magari dopo il referendum.
Ma non penso sia sufficiente, credo che a spiegare qualcosa su queste relazioni pericolose debba essere la presidente Meloni.
I politici protagonisti di queste vicende sono parte del suo cerchio magico. E il fatto che abbiano frequentazioni di questa natura è un problema. Per loro, per lei ma anche per il nostro paese.
- E tu ci vai a votare?
- No, grazie a Dio non mi serve niente
- Io voto Sì: spariscono stupratori, ladri e pure l’acne. Ho sentito i pareri autorevoli di Previti, Santanchè e Licio Gelli
- Ma Gelli è morto
- Ha lasciato detto di votare Sì, il suo voto vale perché non è fuorisede
"Si è chiuso il percorso giudiziario per la morte Giulia. Non esiste una giustizia capace di restituire ciò che è stato tolto, esiste la consapevolezza che la verità è stata riconosciuta". Così Gino Cecchetin dopo la rinuncia all'appello per Turetta. #ANSA https://t.co/IHy523fBNo
Roya, curda. È l'ennesima donna punita per aver rifiutato l'imposizione dell'hijab. In Iran, dove secondo alcuni ci sono più libertà civili che in Occidente, dapprima il tribunale della rivoluzione di Teheran ha condannato Roya a 13 anni e 9 mesi di prigione. Poi, la sua pena è stata "ridotta" a una multa e a 74 frustate.
Punizione cui si è sottoposta caparbiamente ed eroicamente senza indossare l'hijab.
Francesca Albanese e la dignità del sapere: quando la competenza viene scambiata per arroganza.
Usare il proprio trauma o quello altrui come scudo ideologico per negare la realtà di Gaza è la forma più vile di manipolazione morale.
L’uscita di Francesca Albanese dallo studio di In Onda su La7 non è stato un gesto impulsivo né un capriccio da “maestrina”, come qualcuno ha tentato di ridicolizzare. È stato un atto di coerenza, di dignità e di rispetto verso la verità, la conoscenza e il principio stesso di competenza.
La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, giurista di fama internazionale, ha deciso di lasciare la trasmissione dopo essersi trovata costretta a discutere con interlocutori completamente privi di preparazione sul tema del genocidio a Gaza. Un gesto raro in un Paese che confonde il diritto alla parola con il diritto all’improvvisazione.
Francesca Albanese ha detto chiaramente: “Sono una giurista, una tecnica. L’interlocuzione con chi non ha conoscenze del tema è impossibile.” Ha perfettamente ragione.
In Italia, quando si parla di Palestina, diritto internazionale o crimini di guerra, il dibattito è ormai in mano a giornalisti economici, opinionisti di salotto e sedicenti esperti che non distinguono una Convenzione di Ginevra da un comunicato stampa. Gli stessi che, pur non sapendo nulla, pretendono di “discutere” con chi ha dedicato la vita allo studio del diritto umanitario. In questo contesto, la lucidità diventa un atto di resistenza.
Le parole di Francesca Albanese sulla senatrice Liliana Segre sono state volutamente travisate da chi non vuole capire. Albanese ha espresso profondo rispetto per la vicenda umana della senatrice, ma ha avuto il coraggio di denunciare la sistematica strumentalizzazione della sua figura da parte di chi usa il suo dolore per giustificare l’ingiustificabile: la negazione di un genocidio in corso.
Non è mancanza di rispetto, è lucidità morale. Il dolore, per quanto sacro, non può sostituire la competenza. La testimonianza di una tragedia non può diventare un lasciapassare per negare un’altra. Come ha spiegato Albanese con una chiarezza disarmante: “Se una persona ha una malattia, non va da un sopravvissuto per farsi diagnosticare, ma da un oncologo.”
Il dolore di Segre è incommensurabile, ma chi ne abusa per legittimare la violenza contro un altro popolo non lo onora: lo tradisce. È un insulto alla memoria dell’Olocausto, che non può essere piegata a coprire altri crimini contro l’umanità. Usare il proprio trauma o quello altrui come scudo ideologico per negare la realtà di Gaza è la forma più vile di manipolazione morale.
L’episodio di In Onda ha messo in luce una verità che molti fingono di ignorare: il dibattito pubblico italiano è prigioniero dell’analfabetismo funzionale. La gente non capisce ciò che legge e non ha gli strumenti per comprendere ciò che accade nel mondo. Così, l’emozione sostituisce la logica, la propaganda prende il posto della conoscenza e chi parla di diritto viene accusato di “fare politica”.
Quando una relatrice ONU con anni di esperienza viene messa sullo stesso piano di opinionisti che non conoscono nemmeno le basi del diritto internazionale, non siamo davanti a un confronto, ma a una caricatura della democrazia. È la messa in scena dell’ignoranza travestita da pluralismo. Questo Paese ha trasformato la superficialità in virtù e l’incompetenza in libertà d’opinione. Chi studia viene deriso, chi ignora viene esaltato. È un trionfo della mediocrità, che rende impossibile qualsiasi discussione seria sulla verità e sulla giustizia.
Le accuse di propaganda rivolte a Francesca Albanese sono il riflesso della disperazione di chi non ha argomenti. La sua voce è scomoda perché non si piega, non recita copioni e non serve nessun potere.
Continua nel commento…
@ItaliaViva@matteorenzi Il problema è proprio questo. Perché si dovrebbe stare con una e non con l'altra e non invece stare con entrambe ognuna per le sue ragioni. Il giochetto ora è proprio questo creare una rivalità inesistente per sminuire chi ora e scomoda.
@MarykoMayko@lucatelese A parte che questa ipotesi la metterei nello stesso cassetto di Ruby nipote di Mubarak. Anche se per assurdo fosse così quale sarebbe stato lo scopo? Perché buttare soldi in 40 barche a vela cariche di biscotti? Forse lì dovevano buttare davanti i porti israeliani per intasarli?