L’assalto islamico al referendum sulla giustizia: schede fotografate, proclami di “sovranità musulmana” e la prova che se non votate il futuro dell’Italia sarà deciso da chi non è italiano
https://t.co/gQnWIwGrzZ
MORTE DI UNA NEMICA DELLO STATO - di Roberto Riccardi
Sara Ardizzone si era alzata in piedi davanti a un giudice della Repubblica e aveva letto il suo proclama: "Sono anarchica. Sono nemica di questo Stato. Credo nella giustezza della violenza degli oppressi." Il giudice aveva ascoltato. Non aveva acquisito lo scritto agli atti. Non aveva mosso nuova accusa. L'aveva rimandata a casa.
Diciotto mesi dopo la donna è saltata in aria nel Parco degli Acquedotti a Roma, uccisa dalla bomba che stava fabbricando con il compagno Alessandro Mercogliano. Dentro l'ordigno c'erano chiodi e nitrato d'ammonio in una pentola a pressione. Un ordigno troppo ingombrante per essere trasportato lontano, progettato per colpire a breve distanza. Nel quadrante sud di Roma, a poche centinaia di metri dal casolare, c'è il Polo Tuscolano: politecnico della polizia e caserma dei carabinieri.
Ripeto, perché il concetto merita di essere scolpito: una militante si presenta in un'aula di giustizia, professa guerra allo Stato, dichiara legittima la violenza, e il sistema giudiziario la classifica come esercizio dialettico. Un segnale inequivocabile di pericolosità liquidato come retorica processuale. Diciotto mesi dopo i segnali diventano chiodi e nitrato d'ammonio.
Non è un incidente. È il prodotto di una consolidata tendenza alla derubricazione che percorre la giustizia italiana quando si tratta di eversione di sinistra.
Mercogliano aveva cinquantatré anni e un curriculum che parla da solo. Condannato a cinque anni nel maxiprocesso Scripta Manent per terrorismo, assolto in appello. Posizione archiviata nell'attentato alla caserma di Fossano, lo stesso per cui Cospito ha preso ventitré anni.
Vent'anni nella Federazione Anarchica Informale, tra ordigni e plichi esplosivi contro politici, giornalisti e forze dell'ordine.
Risultato netto: zero. Il dato è aritmetico, non polemico. Chi paga davvero? L'unico che marcisce al 41 bis è Cospito. Tutti gli altri attraversano indenni decenni di inchieste, processi, assalti e aggressioni. Escono dal tribunale e tornano a fabbricare bombe. Come Mercogliano. Come Ardizzone.
Perché il dato che nessuno pronuncia ad alta voce è questo: in trent'anni di molotov, sabotaggi, assalti a sedi istituzionali e giornalistiche, pestaggi di poliziotti e aggressioni a militanti politici, la magistratura italiana non ha mai riconosciuto l'associazione a delinquere per l'area anarco-insurrezionalista. Mai.
A Torino ventotto imputati di Askatasuna vanno a processo e l'accusa associativa viene smontata per tutti. A Marina di Carrara quaranta antagonisti pestano i militanti della Lega al banchetto elettorale: tre anni per arrivare a condanne irrisorie.
La finalità di terrorismo evapora sempre. Il reato associativo si dissolve e restano le singole pietruzze: una resistenza qua, un danneggiamento là, pene sospese, fedine penali immacolate.
Lo "scudo penale dei centri sociali" di cui ha parlato la premier Meloni non è un'iperbole polemica. È una fotografia giudiziaria. Proprio oggi si vota per riformare quella magistratura sbarrando il SI sulla scheda elettorale. Il tempismo della cronaca è più eloquente di qualsiasi comizio.
Nel frattempo la macchina culturale della giustificazione gira a pieno regime. I portavoce di Askatasuna tengono conferenza stampa dopo centotre agenti feriti e spiegano che "il tema della violenza va complessificato." Il fondatore Bonadonna ammette a La Stampa che "il governo ci penserà tre volte prima di sgombrare un altro centro sociale."
Un attivista di centro sociale va a Fuori dal Coro su Rete 4 a rivendicare la propria partecipazione agli scontri del 31 gennaio e a teorizzare: "Un minimo di lotta la devi fare. I compagni vogliono una rivolta seria, non la passeggiata del sabato." Arrestato, rilasciato. Nessuna conseguenza.
E mentre i corpi di Mercogliano e Ardizzone non sono ancora freddi, i circoli anarchici pubblicano un documento che li celebra come martiri: "Sara e Sandro sono morti combattendo." Non morti. Morti combattendo. La bomba con i chiodi non è un errore da prendere le distanze. È una medaglia.
Dalla celebrazione della violenza alla bomba con i chiodi il percorso è lineare. Non servono salti logici. Chi professa la legittimità della violenza in un'aula di tribunale e viene rimandato a casa senza conseguenze riceve un messaggio preciso: continua pure. Chi ascolta un picchiatore vantarsi in televisione senza finire in carcere capisce che il prezzo da pagare è zero.
L'intelligence definisce l'anarco-insurrezionalismo "la minaccia più concreta" per il Paese. L'ex magistrato Otello Lupacchini parla sul Messaggero di "ritorno dell'anti-Stato ad alta intensità, con rischio stragista." Il rapporto Europol sulla situazione del terrorismo nell'Unione certifica trenta attentati anarchici su trentadue nel 2023 e diciotto su ventuno nel 2024, quasi tutti in Italia.
Il Dipartimento di Stato americano classifica la Federazione Anarchica Informale tra le organizzazioni terroristiche globali. Ma i tribunali italiani continuano a trattare i suoi militanti come ragazzacci un po' esuberanti.
Il covo della coppia era in via degli Angeli, un appartamento occupato abusivamente in ex locali dei servizi sociali comunali. Novecento metri più in là, in via Maia 6, nel 2003 la Digos scoprì il rifugio delle Nuove Brigate Rosse sequestrando l'appartamento di Nadia Desdemona Lioce. La topografia dell'eversione romana non cambia. I quartieri sono gli stessi. I metodi sono gli stessi. Solo lo Stato finge che sia cambiato qualcosa.
Mentre Mercogliano e Ardizzone assemblavano l'ordigno al Parco degli Acquedotti, dove erano le sentinelle? L'intelligence li conosceva. La Digos li conosceva. I tribunali li avevano avuti davanti per anni. Eppure erano liberi di maneggiare esplosivo nel cuore di Roma.
E soprattutto: dov'è la sinistra? Quella i cui esponenti andarono in pellegrinaggio a Sassari a visitare Cospito nel gennaio 2023, trasformando un terrorista condannato in un caso di diritti civili.
Quando i seguaci di Cospito saltano in aria costruendo bombe con i chiodi il silenzio è assordante. Non una parola. Non un comunicato. Nemmeno il solito distinguo ipocrita tra "manifestanti pacifici" e "frange violente." Stavolta niente. Perché stavolta non c'è nulla da complessificare: ci sono due cadaveri, un cratere e i chiodi.
Sara Ardizzone era nemica dello Stato. Lo aveva detto lei. Lo aveva scritto lei. Lo aveva letto ad alta voce davanti a un giudice della Repubblica italiana. Lo Stato l'aveva ascoltata, aveva annuito e l'aveva lasciata andare. Non l'aveva combattuta. Non l'aveva fermata. Non l'aveva nemmeno presa sul serio. La nemica dello Stato è morta per mano propria, vittima della bomba che stava costruendo per colpirlo.
Una cronaca di morte annunciata. Pronunciata a voce alta in un'aula di tribunale. L'unico che non l'ha ascoltata è lo Stato.
L'ISLAM SI OFFENDE, NOI NO - di Roberto Riccardi
Ci spiegano ogni giorno cosa offende l'Islam. I disegni dei bambini. La Divina Commedia. La musica a scuola. Il crocifisso in classe. Il presepe a Natale. La stretta di mano di una donna. Un costume da bagno in piscina. La mortadella nel panino. Il cane al guinzaglio.
Bene. Prendiamo nota.
Ma qualcuno, prima o poi, avrà la cortesia di chiedersi cosa offende noi? Perché noi, a quanto pare, non abbiamo sensibilità. Ne abbiamo solo una: quella di rispettare la sensibilità altrui.
Un esercizio a senso unico che dura da vent'anni e che non ha prodotto integrazione ma una lista infinita di rinunce. Nostre. Solo nostre. Sempre nostre. Facciamo il conto.
A Lodi la carne di maiale è sparita dalle mense scolastiche. Via il prosciutto, via la lonza. Al loro posto carne halal, macellata con la benedizione in nome di Allah.
A Peschiera Borromeo stessa musica: via il maiale, dentro cous cous e polpette di ceci. I bambini italiani mangiano quello che decide la comunità islamica. Nessuno ha chiesto ai genitori italiani se fossero d'accordo. Evidentemente la loro sensibilità non conta.
Crocifissi rimossi dalle aule. Presepi cancellati o ridotti a "feste d'inverno". Canti di Natale soppressi. A Roma le statue dei Musei Capitolini coperte con pannelli bianchi per non turbare il presidente iraniano. Loro per una vignetta hanno massacrato la redazione di Charlie Hebdo. Dodici morti per dei disegni. E noi discutiamo se un bambino possa disegnare Gesù.
A Treviso due famiglie musulmane ottengono che i figli non studino Dante: il ventottesimo canto dell'Inferno offende l'Islam.
A Susegana i bambini di un asilo cattolico - intitolato a Santa Maria delle Vittorie - vengono portati a pregare in ginocchio in moschea, rivolti verso la Mecca, davanti a un imam. Le maestre si mettono il velo. In un asilo cristiano. A Cremona due ragazze musulmane prendono a schiaffi un'adolescente italiana perché mangia un panino in autobus durante il Ramadan. Poi picchiano l'autista. Cinque giorni di prognosi. Per un panino.
Il cane - migliore amico dell'uomo in Occidente da qualche migliaio di anni - è un animale impuro per l'Islam. A Milano mamme islamiche protestano contro le gite nei canili e nelle fattorie. In Inghilterra tassisti e autisti musulmani rifiutano i non vedenti con il cane guida. La sensibilità islamica pretende che un cieco rinunci al suo cane per non turbare chi gli siede accanto. Qualcuno ha chiesto al cieco come si sente?
A Palermo la chiesa di San Paolino dei giardinieri è diventata moschea: via l'altare cinquecentesco, dentro i tappeti verso la Mecca. A Roma una parrocchia di periferia si trasforma in moschea ogni venerdì. A Potenza un prete allestisce il presepe con la Madonna in burqa. In tutta Italia parroci prestano sale parrocchiali per ospitare preghiere islamiche.
Le campane vengono zittite per le lamentele di un vicino. Il muezzin grida "Allah è grande" dagli altoparlanti di trentacinque moschee a Colonia. Provate a chiedere a un imam di ospitare una messa nella sua moschea.
E poi ci sono i maranza. Seconde e terze generazioni, origini magrebine e subsahariane, periferie del Nord. Rapine, estorsioni, aggressioni in branco, molestie sessuali, coltelli.
A Capodanno a Milano sono saliti sulla statua di Vittorio Emanuele II gridando "Allahu Akbar" e "fanculo Italia", sventolando bandiere marocchine, molestando ragazze.
Nelle carceri minorili diciannove ragazzini sono detenuti per apologia del terrorismo jihadista. Quattordici sono nati in Italia. Età media: sedici anni. Dal maranza al jihadista il percorso è più breve di quanto si voglia ammettere.
I numeri: stranieri, nove per cento della popolazione. Trentuno per cento dei detenuti. Quarantuno per cento dei carcerati per violenza sessuale. Settantuno per cento per sfruttamento della prostituzione. Cinquanta per cento nelle carceri minorili.
Così ricambiano l'ospitalità.
Chi ha permesso tutto questo? La sinistra che vende l'identità in cambio di voti. Il clero che scambia la resa per dialogo. Le amministrazioni comunali che tolgono il crocifisso per inclusività e servono halal per quieto vivere. La pedagogia multiculturale che insegna ai nostri figli a vergognarsi della propria civiltà e a inginocchiarsi davanti a quella altrui. Un sistema intero che ha deciso che la nostra cultura è un peso e quella degli altri un arricchimento. Sempre. Comunque. A prescindere.
Noi togliamo il crocifisso. Loro alzano i minareti. Noi cancelliamo il presepe. Loro celebrano il Ramadan nelle piazze. Noi rinunciamo alla mortadella. Loro pretendono la macellazione halal per tutti.
Noi prestiamo le chiese. Loro non ci prestano nemmeno un tappeto. Noi copriamo le statue. Loro ammazzano i vignettisti.
Questo non è odio verso qualcuno. È l'accusa contro una civiltà che si vergogna di se stessa. Una civiltà che ha prodotto Dante, Michelangelo, Beethoven, la democrazia, i diritti delle donne, la separazione tra Chiesa e Stato, la libertà di espressione e che adesso si scusa per esistere.
La nostra sensibilità esiste.
Ci offende che i nostri figli non possano disegnare Gesù. Ci offende che Dante venga considerato islamofobo. Ci offende che un cieco debba rinunciare al suo cane.
Ci offende che le nostre chiese diventino moschee mentre le campane vengono zittite. Ci offende sapere che le donne sono ritenute esseri inferiori e che possono essere picchiate dai mariti per precetto coranico.
Ci offendono i matrimoni combinati a forza su ragazzine che non possono dire no. Ci offende sentirci accusati di patriarcato dalle femministe nostrane che non aprono bocca sul vero patriarcato, quello d'importazione, quello che vela, picchia, segrega e uccide. Ci offende che la nostra civiltà venga smantellata pezzo per pezzo con il sorriso del dialogo e la frusta del politicamente corretto.
E se qualcuno ci chiamerà intolleranti per averlo detto, avremo la conferma definitiva: la sensibilità in Occidente ha un solo padrone. E non siamo noi.
La notte in cui mia madre è morta, ho capito qualcosa che nessuno ti insegna:
quando una madre se ne va, il mondo non si ferma, ma il tuo sì.
Perché quando lei se ne va, se ne va anche l'unico posto in cui potresti sempre tornare.
Ho vissuto una parte della mia vita quando non c'erano nè internet, nè i cellulari.
Ci si scrivevano lettere, ci si telefonava e ci si incontrava per parlarsi.
Mi ritengo fortunata di aver avuto la possibilità di vivere quelle emozioni!