Scusa Raffaello, non si tratta di "tesi", è proprio evidenza empirica ed analisi di scenario: sostenere che "il nucleare serve per garantire lunga vita all'elettricità da fossili " o è un gioco di parole, oppure una fesseria certa.
Cominciamo dalla fesseria certa: il gas in Italia non ha nulla da temere da rinnovabili variabili, stagionali e sincrone, come il fotovoltaico e quel poco di eolico competitivo che si può fare in Italia... NULLA... ben altra cosa sarebbe una massiccia disponibilità di idroelettrico. Ma non ce l'abbiamo. Abbiamo ampie prove empiriche che solare ed eolico sono garanzia di lunga vita e lautissimi guadagni per il gas: ne erodono una quota, ma lo rendono insostituibile. Se ne usi il 30% in meno, passando dal 60 al 40% del fabbisogno, e però non ne puoi fare a meno e perciò sei costretto a pagare il gas il doppio, per chi lo vende è un affare anche migliore. Del resto, se volessi sostituire anche il restante 40% con solare, un po' di eolico e batterie, l'elettricità ti costerebbe come se il prezzo del gas quadruplicasse.
Tutto questo lo abbiamo calcolato e lo troverete scritto in modo inequivocabile nel libro che esce a settembre: "IL PEZZO MANCANTE".
E passiamo al gioco di parole. Se uno dicesse "chi parla di nucleare di 12^ generazione sta solo facendo il gioco dei fossili" avrebbe pienamente ragione, ma in tal caso dovrebbe essere più preciso e dire, apertis verbis: "non il nucleare ma il suo FALLIMENTO manterrebbe lo status quo: rinnovabili variabili e garanzia di vita eterna al gas".
Saluti
Drones have transformed battlefield medicine in Ukraine. Wound profile shifts from gunshot wounds toward precision strikes on exposed extremities, faces, and necks.
Nearly half of evacuated casualties still die from organ failure after surgery — The National interest.
1/
A Kharkiv 5 soccorritori sono morti dopo essere intervenuti per spegnere un incendio a seguito di un attacco russo. Un secondo attacco li ha centrati in pieno uccidendoli sul colpo. La tecnica del “double tap”, cioè colpire due volte a distanza di poco tempo per ammazzare anche i vigili del fuoco, i paramedici e gli operatori della protezione civile che intervengono per curare i feriti o mettere in sicurezza gli edifici è una delle tecniche più usate dai terroristi russi.
Siamo di fronte a una nuova tappa dell'orrore russo: una sistemica campagna cioè di attacchi contro siti culturali Ucraini.
Come i Talebani e l'ISIS.
La russia è il male assoluto!
Il comandante della Luftwaffe:
"Siamo pronti per combattere la Russia anche stanotte. I primi obiettivi a finire sotto le bombe sarebbero Kaliningrad, San Pietroburgo, il Mar Nero e la penisola di Kola".
Finalmente qualcuno comincia a parlare l'unico linguaggio che Nonno capisce.
BIOLAB IN UCRAINA! Ok..
https://t.co/ViPPZoEI3P
Vi è un grosso problema: Thulsi Gabbard parla di aver declassificato un report, "nuovo materiale" in realtà è il copia incolla di alcune slide rimaneggiate di un rapporto russo presentato nel 2022. https://t.co/nKKFT2e5zm quindi non è nè declassificato, nè nuovo.
Al di là della mappa idiotica che nessun operatore di intelligence avrebbe mai creato. Primo il criterio: sarebbero le località con i luoghi? beh... Crimea non è una città, Kyiv in realtà si riferisce ad un omonimo paesino, errori nei nomi, sembra generata da IA. #biolab #ucrainabiolab #biolabucraina #thulsigabbard #gabbard #doni
Visto che Tulsi Gabbard è ritornata nell'occhio del ciclone, è sempre bene ricordare cosa dicono di lei nella TV russa.
"È una specie di agente di Putin?"
"Sì"
E' stata un’altra notte di inferno per l'#Ucraina a causa di una nuova ondata di attacchi missilistici russi.
Si contano altri morti, feriti e distruzioni.
Gli orchi sanno che stanno perdendo e quindi uccidono e distruggono indiscriminatamente.
Non odiamo la russia abbastanza!
Allora, annunciazione, annunciazione :🎺🎺🎺
A 8 giorni dal deposito a New York (5 giugno) della Causa da 250 milioni di $ contro a SEIF S.p.A ed altri, quotata in borsa ed editore del Fatto Quotidiano, ed a circa due settimane (fine giugno) dalla prossima mediazione obbligatoria per una causa di 5 milioni di € contro SEIF S.p.A ed altri sul sito ufficiale della società e sul sito di Borsa Italiana non risultano comunicazioni in merito degli organi sociali.
Le uniche comunicazioni le abbiamo lette da articoli assai polemici del direttore del quotidiano e di altri giornalisti che non mi pare abbiano alcuna carica sociale.
La mente curiosa si chiede come sia possibile una cosa del genere e che cosa stiano a fare la Consob, il collegio sindacale ed i consiglieri di amministrazione, soprattutto quelli indipendenti.
Se quelle cause non sono "eventi sensibili verso il prezzo del titolo" per una S.p.A che ha da anni in bilancio riserve sulla continuità aziendale, patrimonio netto consolidato largamente negativo, perdite ricorrenti, debiti verso i soli fornitori superiori alla capitalizzazione in borsa, etc. etc. non so che cosa siano.
https://t.co/3BrQMtVgI6
https://t.co/kFWJmjyl6W
"Pace e sicurezza" c'erano già prima.
"Aprire lo Stretto" era già aperto.
"Rimuovere le mine" prima non c'erano.
"Il petrolio scorrerà" scorreva pure prima.
Per quanti sforzi io faccia, non riesco a cogliere nemmeno un minimo aspetto della vittoria sbandierata da questo buffone.
Greetings from Kyiv.
I woke up and hugged life.
Five people were killed, and much damage was caused.
I am very determined to keep showing the world Ukrainian culture and history. It’s something russia is afraid of and tries to destroy.
Let’s see the Dormition Cathedral inside as I saw it undamaged:
https://t.co/QttNX6i7YH
SOLO PER GLI SMEMORATI:
La villa di Arcore, B. la rubó all'orfana dei signori Casati Stampa, dopo che il padre dell'orfana aveva ucciso la moglie, l'amante giovane e si era suicidato.
Alla ragazza, desiderosa di scappare dall'Italia e bisognosa di soldi, vennero offerti 500 milioni di lire contro un valore della villa stimato per 7,3 miliardi di lire. La cosa bella è che i 500 milioni non vennero dati in soldi ma in azioni non quotate in borsa. Proprio per questo la ragazza non riuscì a cambiarle in denaro e si ritrovo con delle azioni bloccate. Allora B. si offrì di riprendersele in cambio di 250 milioni di lire e alla fine la ragazza si ritrovó a vendere una casa di 7,3 miliardi per 250 milioni di lire. Non c'è che dire, un affare.
Per quanti diranno, fessa lei che ha accettato, occorre ricordare che era un'orfana e che il suo tutore legale era Cesare Previti (CONDANNATO A 6 ANNI), avvocato e braccio destro finanziario di B. Questa è una delle cose... si potrebbe andare avanti ore...
In Italia a uno come questo, dopo tutto quello che ha fatto, gli fanno i funerali di Stato. Siamo nella follia pura!!!
Edoardo Sala
Vannacci: “non siamo contro euro ma per cambio di rotta”
Ci risiamo.
Stessa frase già detta da: Meloni, Salvini, Conte, Di Maio
Si prendono voti, poi una volta al governo si realizza che e’ meglio restare nell’euro
Leggo i resoconti che arrivano dall’Albania e vi riconosco l’errore tipico di ogni osservatore distante: la tendenza a scambiare il sintomo per la malattia, l’episodio per la struttura, il rumore per la sostanza. C’è chi vede nelle piazze soltanto una protesta, chi vi cerca una conferma delle proprie ossessioni geopolitiche, chi vi proietta le categorie rassicuranti attraverso cui l’Occidente interpreta tutto ciò che non comprende immediatamente; eppure, mentre ciascuno rincorre il proprio riflesso, rischia di sfuggire la questione essenziale. Quello che sta accadendo oggi in Albania non riguarda anzitutto un governo, un’opposizione, un investimento, una costa, un aeroporto, un porto, una concessione, un accordo internazionale o una controversia urbanistica. Riguarda una domanda molto più antica e molto più radicale: a chi appartiene un Paese? Non sul piano formale, non sul piano costituzionale, ma sul piano esistenziale. A chi appartiene una terra quando una parte crescente dei suoi figli la vive come un luogo da lasciare? A chi appartiene una nazione quando intere generazioni vengono educate non a costruirvi il proprio futuro ma a cercarlo altrove? A chi appartiene uno Stato quando il cittadino finisce per percepire le decisioni che ne modellano il destino come qualcosa che accade sopra di lui, attorno a lui, talvolta contro di lui, ma sempre senza di lui?
È qui che, a mio giudizio, si annida il dramma albanese. Non nella povertà, che pure esiste. Non nella corruzione, che pure esiste. Non nella fragilità delle istituzioni, che pure esiste. Queste sono conseguenze prima ancora che cause. Il punto più profondo riguarda il rapporto tra una comunità politica e il sentimento della propria sovranità. Per oltre trent’anni agli albanesi è stato chiesto di avere pazienza. Pazienza mentre partivano i figli. Pazienza mentre si svuotavano i villaggi. Pazienza mentre il successo individuale coincideva quasi sempre con la capacità di abbandonare il Paese. Pazienza mentre l’Albania veniva raccontata come una promessa imminente che, proprio perché imminente, sembrava non dover mai arrivare. A forza di chiedere pazienza, si è finito per trasformare l’emigrazione in una pedagogia nazionale e la rinuncia in una virtù civile.
Per questo motivo guardo alle migliaia di giovani che oggi occupano le piazze con uno sguardo diverso da quello di chi vi cerca una patologia democratica. Vedo semmai il contrario. Vedo il tentativo, ancora confuso, ancora imperfetto, ancora esposto agli errori che accompagnano ogni fenomeno di massa, di ricostruire un legame tra cittadinanza e destino. Perché la democrazia non coincide con la stabilità e non coincide neppure con il voto. Una democrazia resta viva finché i cittadini continuano a percepire che il futuro del proprio Paese li riguarda e che la loro presenza può ancora modificarne la traiettoria. Quando questo sentimento scompare, le istituzioni possono continuare a funzionare e le elezioni possono continuare a celebrarsi, ma la politica si trasforma lentamente in amministrazione dell’impotenza.
Vi è poi un’altra ragione per cui ciò che accade oggi in Albania merita attenzione. Non perché l’Albania rappresenti un’eccezione europea, ma perché, paradossalmente, rischia di ricordare all’Europa qualcosa che l’Europa stessa ha in parte dimenticato. Per decenni abbiamo misurato la salute delle democrazie attraverso indicatori indispensabili ma non sufficienti: la stabilità delle istituzioni, la regolarità delle elezioni, la crescita economica, l’integrazione nei sistemi sovranazionali. Tutto questo conta. Ma una democrazia non vive soltanto di procedure. Vive della convinzione diffusa che il cittadino non sia un semplice destinatario delle decisioni pubbliche, bensì un loro coautore. E quando questa convinzione si indebolisce, la politica continua a funzionare ma smette lentamente di appartenere ai cittadini. È forse questa la lezione più interessante che oggi proviene dall’Albania. Non la lezione di una democrazia compiuta, perché nessuna democrazia lo è mai definitivamente, ma quella di una società che sta tornando a interrogarsi sul significato della partecipazione politica. In un tempo in cui gran parte dell’Occidente sembra aver sostituito il coinvolgimento con la delega e la cittadinanza con l’osservazione passiva, vedere migliaia di giovani rivendicare il diritto di incidere sul destino del proprio Paese dovrebbe essere considerato non un’anomalia, ma un promemoria.
È anche per questo che considero quasi irrilevante la ricerca ossessiva di slogan marginali o di parole infelici da elevare a chiave interpretativa dell’intero fenomeno. Ogni mobilitazione popolare produce inevitabilmente il proprio rumore di fondo. Sarebbe però intellettualmente disonesto confondere quel rumore con la musica. E quanto alle accuse di antisemitismo che qualcuno prova ad agitare come una scorciatoia morale, esse raccontano molto di più le ansie di chi le formula che non la storia del popolo albanese. Se esiste infatti una nazione europea che non ha bisogno di ricevere lezioni su cosa significhi proteggere gli ebrei quando proteggerli comporta un rischio reale, quella nazione è l’Albania. Quando gran parte del continente sceglieva la complicità, l’indifferenza o il silenzio, gli albanesi offrirono rifugio. Non per calcolo, non per convenienza e nemmeno per ideologia, ma perché riconobbero nell’altro una responsabilità prima ancora che un’identità. Questa memoria non assolve nessuno nel presente, ma impedisce di ridurre un popolo a caricature costruite per comodità polemica.
E forse è proprio questo che molti osservatori non riescono a cogliere. Perché il caso albanese non riguarda soltanto il rapporto tra cittadini e istituzioni. Riguarda il rapporto tra un popolo e la propria capacità di sopravvivere alla storia. Pochi popoli europei hanno conosciuto una sequenza così lunga di invasioni, dominazioni, spartizioni, dittature, migrazioni e promesse tradite. Pochi hanno visto partire così tanti figli senza smettere di attendere il loro ritorno. Pochi hanno imparato così presto che la sopravvivenza non garantisce la giustizia e che la libertà formale non coincide necessariamente con la dignità sostanziale. È per questo che ciò che si muove oggi nelle piazze albanesi non può essere letto soltanto come un fenomeno politico. Vi è qualcosa di più profondo. Vi è il rifiuto di una fatalità. Il rifiuto dell’idea che il destino naturale degli albanesi sia partire, adattarsi, sopportare e attendere. Ogni generazione eredita una certa immagine di ciò che è possibile. E forse, per la prima volta dopo molto tempo, una parte della società albanese sta tentando di spezzare l’immagine che ha ereditato.
Ciò che vedo, invece, è una società che tenta di sottrarsi a una forma più sottile di espropriazione: quella che non porta via soltanto le terre, le proprietà o le opportunità, ma il sentimento stesso dell’appartenenza. Perché la forma più radicale della povertà politica non consiste nell’essere privati di qualcosa. Consiste nel convincersi di non avere più alcun titolo per reclamarla. Ed è precisamente contro questa rassegnazione che migliaia di albanesi stanno oggi insorgendo. Non chiedono il paradiso. Chiedono una patria che non sia soltanto una geografia, una bandiera o una destinazione turistica, ma una comunità politica capace di riconoscere i propri figli come fine e non come mezzo.
Se vi è qualcosa di storico nelle immagini che arrivano da Tirana, da Valona, da Scutari o da Fier, non è la protesta in sé. Non è nemmeno il destino di questo o quel leader politico. È il fatto che un popolo troppo a lungo educato alla partenza stia ricominciando, almeno per un istante, a immaginare di poter restare.
E in tempi nei quali la rassegnazione è diventata una forma ordinaria di cittadinanza, nei quali l’emigrazione viene spesso raccontata come una virtù e l’abbandono come una necessità, questo non è un dettaglio politico. È un fatto storico. Perché vi sono momenti nei quali una nazione non sta semplicemente contestando chi la governa. Sta cercando di ritrovare sé stessa. E quando accade, ciò che emerge nelle piazze non è soltanto dissenso. È la riaffermazione di un principio elementare che ogni potere, prima o poi, tende a dimenticare: che un Paese non appartiene a chi lo amministra, a chi lo investe, a chi lo racconta o a chi lo negozia. Appartiene, anzitutto, a coloro che continuano a riconoscervi la propria casa.
SEN. KELLY: How many times have Vance and Rubio been to Ukraine? Zero. Has Trump been to Ukraine? No.
He invited Putin to United States, but he still failed to send anybody at high level in his government to visit Ukraine. Have Kushner or Witkoff been to Ukraine? They have not.