@fabcet@ChiranAngelgela Rimpianti no (perché si vive male) ma ricordi si! E sulla morte non sono d’accordo: fortunatamente pranzo ogni giorno ma si muore una volta sola (scusa l’intromissione).
Oggi volevo condividere con voi e con @Birkenstock :
(ho difficoltà di comprendere perché le scarpe, evidentemente , hanno le suole di materiale diverso🤔)
Buonasera @Nicola_Bressi, da qualche settimana ho uno spazio, coperto da una tettoia, invaso da questi minuscoli ospiti morti. Al momento credevo si trattasse di polline e poi li ho guardati bene! Chi sono? Tra l’altro lo spazio è grande ed è tutto pieno. Mi fanno anche pena.
"[...] io buco; passa l'infinito di lì, passa la luce, non c'è bisogno di dipingere […] invece tutti hanno pensato che io volessi distruggere: ma non è vero io ho costruito, non distrutto".
(Lucio Fontana)
Opera: "Concetto spaziale. Attesa", 1960.
Il numerino
Al mercato funziona così: prendi il numerino e sparisci.
È un patto non scritto, ma chiarissimo. Non stazioni davanti al banco, non fai muro, non occupi spazio che non ti serve. Prendi il tuo turno, vai a fare altro, torni quando tocca a te.
Semplice. Civile.
Prendo il numerino. Ne ho venti davanti. Faccio un giro, altra spesa, due cose veloci. Torno.
E trovo un’altra scena.
Gente con numeri più alti del mio già piazzata davanti al banco, come se il numerino fosse un suggerimento, non una regola. Mi avvicino, senza fare il fenomeno, senza sgomitare. Solo per rimettere le cose in ordine.
Non faccio in tempo.
Un signore sui sessant’anni mi taglia la strada. Secco. «Ma lei chi cazzo è? Che me ne fotte del numero, io ero già qui.»
Gli rispondo con calma, almeno all’inizio. Che il numero serve proprio a quello. A non stare lì, a non creare ressa, a far girare tutti. Non è una questione personale, è il meccanismo, è educazione.
Non gli interessa.
La discussione sale. Di poco, poi di più. A un certo punto smette l’italiano, come si smette di usare le posate quando non servono più, e passa al calabrese stretto. Io più o meno lo capisco.
E infatti non parla più di fila.
Parla di sé.
«Tu non sai chi sono io. Non sai da dove vengo. Io ti faccio fuori, stai attento.»
Lo dice piano. Senza urlare, tipo un Boss di Gomorra. È così che funzionano certe frasi: non hanno bisogno di volume, hanno bisogno di intenzione.
Accanto a lui, la moglie. Finta bionda, scarpe pitonate, tacco quadrato, lo sguardo di chi non aspetta altro che rincarare. Una coppia rodata, anche nell’arroganza.
Lo interrompo.
Gli dico che, per quanto mi riguarda, mi può anche farmi un pompino, Lui e l’ndrangheta per me non cambia niente.
Lui allora si qualifica ancora di più, come se servisse. Come se bastasse dirlo.
Allungo il braccio.
«Toccami.»
Lo guardo negli occhi.
«Prova solo a toccarmi. Ti avvito a terra. Come un rivetto.»
Per un attimo si ferma tutto. Anche il banco sembra aspettare.
Poi scatta il numero.
Faccio un passo indietro. Non avanti, indietro.
Guardo il bottegaio: «Serva pure questi due signori. Nel frattempo io chiamo i carabinieri.»
La moglie si gira, stizzita. «Io dovrei chiamare il tribunale.»
Annuisco. «Guardi signora, per chiamare il tribunale prima si chiama un avvocato. Funziona così, in Italia.»
«Sono io l’avvocato. Penalista.»
Perfetto!
«Allora mi dica come si chiama. Io finisco la spesa e poi mando una PEC all’Ordine degli avvocati di Torino. Perché è inconcepibile, e inaccettabile, rivolgersi così, con toni da intimidazione mafiosa.»
Silenzio.
Le generalità non arrivano. Non arriveranno.
I carabinieri non fanno in tempo. Non ce n’è bisogno. I due se ne vanno. Senza spesa, senza numerino, senza più niente da rivendicare.
Perché questa deriva? Perché certa gente è convinta di poterti passare sopra, come se fosse normale, come se fosse dovuto? Perché, al primo ostacolo, si passa dalla minaccia sussurrata al “lei non sa chi sono io”, come se un titolo o un dialetto potessero sostituire le regole?
Forse perché siamo diventati indulgenti con le piccole prepotenze. Le lasciamo scorrere, le chiamiamo carattere, le giustifichiamo con la fretta, con il lavoro, con la vita.
Finché qualcuno non si ferma.
Finché qualcuno non allunga un numerino, un pezzo di carta qualsiasi, e dice: no, guarda, oggi funziona così.
Uguale per tutti.
Ficarra e Picone voteranno NO domenica e lunedì.
In questo video raccontano alcune esagerazioni della campagna del sì e, soprattutto, quanto sia importante andare a votare al referendum sulla giustizia.
Ogni voto è decisivo...ma non per l'acne. Ascoltateli!
Il popolo si infervora per le commedie calcistiche delle simulazioni in campo, mica per quisquilie tipo la povertà dilagante, il precariato, l'ingiustizia sociale, la distruzione di scuola e sanità pubblica e altre pinzillacchere del genere