🎂 Nonostante una sconfitta che fa male e tanta rabbia, siamo in vetta e guardiamo tutti dall'alto. Un 118esimo compleanno da primi in classifica e con due stelle sul petto ⭐⭐
Ci sono giorni in cui essere Interista è facile, altri in cui è doveroso e giorni in cui esserlo è un onore. Buon compleanno Inter 🖤💙
Mattia si è tolto la vita a 15 anni in un parco della provincia di Cagliari.
La sua mamma Emanuela scrive un messaggio che strazia il cuore, in cui si immerge nel buio che lentamente ha chiamato a sé Mattia fino a rapirlo.
"Mattia era il nostro bambino, aveva 15 anni ed era estremamente intelligente e, come tutte le persone particolarmente intelligenti, era tremendamente sensibile. Una sensibilità che lo faceva sentire diverso e non compreso.
Gentile e affettuoso, vivace, allegro... Ma si sentiva anche incompreso, spesso con poca autostima causata da quegli adulti che sin da piccolo lo hanno tormentato, umiliato, bullizzato solo perché non si uniformava ai suoi compagnetti, perché amava abbracciare gli amici o perché per lui stare seduto per 6 ore era difficile.
Mattia ci ha scritto: "Sono morto a 6 anni" per farci capire che il suo tormento ha origini lontane.
In seconda media, nell'animo sensibile del nostro bambino qualcosa si spezza; non sappiamo cosa sia stato, forse l'esclusione dalla gita scolastica o forse il fatto di essersi sentito per l'ennesima volta tradito da quegli adulti che avrebbero dovuto comprenderlo e guidarlo.
Qualunque cosa sia stato, Mattia ci ha detto che quell'anno ha capito quanto dolore avesse dentro, e quanto questo lo logorasse.
Si sentiva tanto solo, aveva tolto Whatsapp perché nessuno dei suoi amici lo chiamava per chiedergli: "Come stai"? e poi è arrivato il buio a riempire la sua stanza e i pianti tutte le notti.
La scuola non lo comprendeva, e per Mattia era solo un posto in cui si sentiva etichettato.
Mattia in tutto questo tempo ci ha nascosto il suo disagio; solo tra gennaio e febbraio siamo riusciti a percepire che non stava bene. Abbiamo informato la scuola, contattato un consulente psicologico, cercato di prenotare una visita in neuro psichiatria infantile. Abbiamo cercato di chiedere aiuto e purtroppo, per Mattia e per noi, ci siamo scontrati con l'indifferenza della scuola, con un consulente psicologico che lo ha abbandonato quando il suo supporto si rendeva ancora più necessario, e per finire un reparto di neuropsichiatria che mi ha contattata solo il giorno dopo la scomparsa di mio figlio a causa della pessima gestione della mia richiesta di aiuto.
Perché ho raccontato tutto questo? Perché io e mio marito siamo stanchi di sentire che la morte del nostro bambino viene trattata dai nostri concittadini come un pettegolezzo da bar.
Mio figlio era un bambino di 15 anni, era deluso dagli adulti, dalle istituzioni, le stesse che non hanno reputato neanche di dover proclamare il lutto cittadino, nonostante il mio bambino abbia scelto un parco diventato luogo degradato, per porre fine alla sua vita, e la sua non è stata una scelta casuale.
Nostro figlio sarebbe potuto essere uno dei vostri figli, il figlio del sindaco, dello psicologo e di chi risponde al maledetto telefono di un reparto di neuropsichiatria infantile. I suoi pensieri sono i pensieri dei vostri figli, e chiunque potrebbe ritrovarsi come me e Christian, disperati per non essere riusciti a salvare il proprio figlio.
Sono trascorsi mesi da quel maledetto giorno, mesi in cui noi non ci diamo pace, in cui nostro figlio ci manca come il respiro; sono trascorsi mesi e ne passeranno tanti, tanti altri in cui noi continueremo a soffrire. Ma sono passati anche mesi che avrebbero dovuto far riflettere tutti quegli adulti che, in un modo o nell'altro, hanno tradito nostro figlio e tradiscono ogni giorno i figli di qualcun altro.
Mattia ci ha detto che ci amava, e soltanto di questo purtroppo noi ci potremo nutrire. Concludo chiedendovi di condividere, nella speranza che qualcuno comprenda quanto sia necessario tacere se non si sa o non si conosce, ma soprattutto portare rispetto ad un bambino di 15 anni che non è riuscito a sopportare il male del mondo.
Grazie a tutti coloro che ci sono vicini, Emanuela e Christian, i genitori di Mattia"
Quarantaquattro anni fa, il 2 agosto, la strage di Bologna: io avevo il treno per Piacenza ma decisi di perdere due minuti per fare un regalo alla mia ragazza
Il 2 agosto 1980 avevo 26 anni, lavoravo al Guerin Sportivo di Bologna e come ogni sabato avrei dovuto fare ritorno a casa col treno per Piacenza delle 10:55: scampai all'attentato per un nonnulla. Qui l'articolo che Guglielmo Zucconi e Pierluigi Magnaschi mi chiesero di scrivere per "Il Giorno" in occasione del primo anniversario
Oggi è il 2 agosto. È il 2 agosto 2024 e mi ritrovo a pensare che nella mia seconda vita, quella che ho avuto in sorte di continuare a condurre a differenza delle 85 persone che il 2 agosto 1980 morirono nell’attentato alla stazione di Bologna, compio 44 anni. Ne avevo 26 allora, da qualche anno lavoravo al Guerin Sportivo a San Lazzaro di Savena, poco fuori Bologna, era sabato e come ogni settimana avrei dovuto prendere il treno per Piacenza delle 10:55, al binario 3, per tornare a casa. Con Luciano Pedrelli, mio collega e amico del Guerino, ero andato all’Ordine dei Giornalisti in via Galliera per sbrigare una pratica, ma gli uffici erano chiusi per ferie. Luciano era in bicicletta: portandola a mano mi accompagnò allora verso la stazione e arrivati a fine via Indipendenza mi disse che gli era venuta fame, che aveva bisogno di mangiare un panino e mi chiese di fermarmi qualche minuto a fargli compagnia. Lo feci. Dopodiché ci salutammo, io mi incamminai sotto i portici di fronte alla stazione ma nella vetrina di una profumeria vidi esposta una scatola di campioncini di profumo: erano la passione di Stella, la mia ragazza (oggi mia moglie), che li collezionava. Mi sembrò che non li avesse. Così buttai un’occhio all’orologio, feci due conti, in stazione avrei dovuto fare il biglietto e ci sarebbe stata coda ma decisi ugualmente di entrare: non c’era gente, acquistai i profumi e mi feci fare persino la confezione regalo. Passarono tre minuti, massimo quattro. Quindi uscii, comprai Prima Comunicazione all’edicola sotto i portici proprio di fronte alla stazione, attraversai la strada e mi avviai verso la biglietteria.
Il 2 agosto del 1981, un anno dopo, la mia vita era cambiata. A marzo ero diventato giornalista professionista e avevo lasciato il Guerino per trasferirmi al Giorno di Milano diretto a quei tempi da Guglielmo Zucconi. Non erano in molti al Giorno a sapere che il 2 agosto dell’anno prima io avevo vissuto da testimone l’attentato alla stazione di Bologna. Ma il vicedirettore Pierluigi Magnaschi, piacentino come me, in qualche modo l’aveva saputo. E così sabato 1 agosto mi convocò nel suo ufficio e mi chiese di scrivere un pezzo per l’indomani, domenica 2 agosto, primo anniversario della strage di Bologna.
Ho ritrovato proprio in questi giorni una copia ingiallita di quel giornale: con il mio articolo a pagina 3 di spalla a quello di Marco Nozza. Rileggerlo a distanza di tanti anni non è stato semplice: ricordo che scriverlo fu dolorosissimo, credo che nessun pezzo mi sia mai costato tanto. E però, anche se stride dirlo, sono fortunato: oggi posso dire che questo giorno, il 2 agosto 1980, fa parte della mia vita ma non l’ha chiusa.
Ne ha chiuse invece altre. Tante. Ottantacinque. Barbaramente. Senza un motivo. Un sabato d’agosto. Erano le 10:25 e ognuno, proprio come me, stava facendo la sua vita.
Among the greatest sights of the ancient world was the Colossus of Rhodes.
It was a giant monument to freedom - but not nearly as large as some statues that it later inspired.
These are the greatest colossi standing today... 🧵